GIUDICE LO BIANCO, ISPIRATO A ROBERTO DI BELLA/ “La libertà non è semplice ma possibile” (Liberi di scegliere)

Giudice Lo Bianco, la storia di Roberto di Bella raccontata nella fiction “Liberi di scegliere” con Alessandro Preziosi in prima serata su Rai1

22.01.2019, agg. il 23.01.2019 alle 16:11 - Emanuele Ambrosio
Roberto di Bella (Facebook)

Roberto Di Bella è l’uomo che ha ispirato il personaggio Marco Lo Bianco, protagonista della fiction “Liberi di scegliere” e interpretato da Alessandro Preziosi. Nessun eccesso, anzi il film è fedele alla realtà. «È giusto e necessario che sia così perché spero che, dopo averlo visto, madri incerte e figli stanchi sappiano che scegliere di essere liberi non è una cosa semplice, ma è assolutamente possibile», ha dichiarato il magistrato, come riportato dal Giornale di Sicilia. Di Bello ritiene che sia una fiction da vedere non solo in Calabria, ma in tutte le scuole d’Italia: «Spero che da questo punto di vista le comunità educative e i singoli professori siano attenti perché un film è uno strumento potentissimo per far riflettere i ragazzi». Questo perché la mafia viene raccontata diversamente dalla narrativa di genere: non viene ammorbidita la ‘ndrangheta, ma emerge il puro tormento, tutta la sofferenza legata alla “cultura mafiosa”. (agg. di Silvana Palazzo)

L’incontro con i ragazzi del liceo “Da Vinci” di Reggio Calabria

Nei giorni in cui la sua storia viene raccontata nel film tv “Liberi di Scegliere” su Rai 1, Roberto Di Bella effettuerà anche un incontro con i giovani di un liceo reggino, il Leonardo Da Vinci, per parlare della sua esperienza come giudice presso il Tribunale dei Minori di Reggio Calabria. Il prossimo venerdì, 25 gennaio, Di Bella parlerà per la prima volta pubblicamente dopo la trasmissione dell’evento, raccontando la sua esperienza per la riqualificazione dei giovani che rischiano di essere usati dalla criminalità organizzata, al fianco della Procura della Repubblica per i Minorenni, con la Procura Antimafia e anche, in alcuni casi, con “Libera“ e Don Ciotti. Per la dirigente del Liceo Scientifico “Da Vinci“, Giuseppina Princi, l’incontro  è “un’altra opportunità per i ragazzi del Liceo di accogliere il tema della “Legalità” in modo concreto e diretto, direttamente dalla voce di chi da anni combatte sul campo al fine di trasformare la realtà nella quale viviamo, nella certezza che il futuro sia realmente migliorabile a patto di cominciare a costruirlo subito.” (agg. di Fabio Belli)

L’intervista a La Voce di New York

La storia del giudice Roberto di Bella approda in prima serata su Rai1 nel film per la tv “Liberi di scegliere” diretto da Giacomo Campiotti e interpretato dall’attore Alessandro Preziosi. Un film che racconta uno spaccato di società vero dove le storie delle giovani leve della ‘ndrangheta si incrociano con gli uomini di Stato che tendono loro una mano per aiutarli a costruirsi un futuro diverso da quello criminale scritto nel Dna delle loro famiglie. In questa visione di “costruzione di un futuro diverso”, si colloca Roberto di Bella, giudice 53enne che ha dedicato, e continua a farlo, la sua vita alla giustizia minorile. Come giudice si occupa del Tribunale dei Minori di Reggio Calabria dove sono diversi i reati commessi come ha raccontato a La voce di New York: “In Calabria vengono commessi reati molto gravi. Negli anni abbiamo avuto diversi casi di omicidi, detenzione e porto di armi; abbiamo giudicato minori che hanno commesso estorsioni o che hanno favorito la latitanza di esponenti ndranghetistici. Altri coinvolti a pieno titolo nelle dinamiche delle faide e associative.  Questo accade perché la ‘ndrangheta ha una struttura su base familiare e allora c’è spesso una continuità all’interno della stessa famiglia”.

Chi è Roberto di Bella

Roberto Di Bella ha 53 anni e da circa 30 anni è in Magistratura dove si è sempre occupato di giustizia minorile. Dal 1993 è a Reggio Calabria, cinque anni poi trascorsi a Messina fino al ritorno a Reggio dove dal 2011 ricopre il ruolo di Presidente per il Tribunale dei Minori. Una vita dedita e dedicata ai giovani, in particolari a figli della ndrangheta, alle nuove leve che si affacciano nel mondo della criminalità provenendo da famiglie di boss. Il suo obiettivo è quello di offrire loro la possibilità di scegliere, di cambiare vita, di cercare un futuro sereno e diverso da quello delle loro famiglie. Sul suo lavoro presso il Tribunale dei Minori di Reggio Calabria ha detto: “ho avuto la possibilità di avere uno sguardo privilegiato sul mondo minorile della provincia reggina”. Uno sguardo che l’ha portato a fare un’amarissima riflessione: “ho notato che  adesso mi trovo a giudicare i figli di coloro che giudicavo negli anni 90”. La conferma che troppo spesso non è semplice per un giovane, destinato ad un certo tipo di vita, cambiare rotta e puntare su qualcosa di diverso.

“C’è una trasmissione di cultura ndranghetistica da padre in figlio”

Non è facile scappare dalla propria famiglia. Lo sa bene Roberto di Bella che da 30 anni si occupa di giustizia minorile in un territorio, quello di Reggio Calabria, afflitto dalla Ndrangheta. Intervistato da La voce di New York, il giudice ha parlato di una certa continuità nel territorio Reggio, una sorta di passaggio del testimone tra padre e figlio. “Tutti con lo stesso cognome,tutti  appartenenti alle famiglie storiche del territorio, più o meno con gli stessi reati, e questo rappresenta una conferma che c’è una ereditarietà. C’è una trasmissione di cultura ndranghetistica da padre in figlio, e ciò viene dimostrato  anche dal dato oggettivo che da 70/80 anni ci sono le stesse famiglie sul territorio. Questo è possibile soltanto se c’è  questa trasmissione di valori negativi all’interno di esse. In Calabria emerge in modo netto”. Sul futuro di alcuni figli della ndrangheta a Reggio, il giudice è consapevole che la percentuale di salvarli è davvero bassa: “se vivi in quelle famiglie respiri sempre quell’aria, quella cultura ed è anche difficile poterne uscire”. Per il giudice la cosa fondamentale da fare è puntare sull’educazione: “Noi, come Tribunale per i Minorenni, possiamo intervenire quando già ci sono situazioni patologiche. Bisogna invece puntare sull’educazione e  sulla scuola”.

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