IL NOME DELLA ROSA/ Le fatiche della serie tv e l’importanza del Medioevo per Eco

- Sofia Boccetti

La serie tv Il nome della rosa ha perso telespettatori, forse anche per un ritmo lento. Resta però l’immagine di un’epoca cara a Umberto Eco

il nome della rosa serieocchiali web1280
Una scena della serie "Il nome della rosa"

Calo di share per la serie Il nome della rosa, che per la seconda puntata ha perso circa 2 milioni di telespettatori, arrivando al 19,86% di share (4.727.000 telespettatori) contro il 27,4% (6.501.000 telespettatori) della prima puntata.

Continuano le numerose divergenze con il libro originario, tanto da pensare che sarebbe stato più onesto un “Liberamente tratto da” piuttosto che usare il titolo stesso del libro, ma almeno in alcune scene i dialoghi sono gli stessi dei personaggi di Eco. Quello, però, che affatica la visione è un ritmo lento, in cui l’indagine dei monaci risulta spesso interrotta da sequenze ferme, senza azione, attimi di indugio prolungato. Questa lentezza era già presente nella prima puntata, ma poteva essere imputata al fatto che, all’inizio di una serie, c’è spesso tempo dedicato a presentare con accuratezza personaggi, luoghi, ma ora si sta rivelando come una caratteristica della narrazione. Questo ritmo piuttosto faticoso è poi spezzato da scene di violenza, torture, combattimenti corpo a corpo pieni di ferite e sangue. Forse anche questa narrazione difficile, l’alternarsi quasi di lentezza e violenza, con l’indagine sui delitti che a volte sembra avere un ruolo secondario, ha fatto abbandonare a buona parte di pubblico la visione della serie.

Nonostante il ritmo e la persistente incoerenza con il testo originario, questa fiction qualche merito lo mantiene. Resta, per fortuna, l’immagine di un’epoca che, se vedeva da un lato la violenza dei pregiudizi con la caccia a streghe e a eretici, la povertà e la fame delle masse contadine in una società a maglie strette, una classe dirigente intenta a curare la propria ricchezza e i propri interessi personali, dall’altro lato godeva della luce di uomini che ancora prima dell’invenzione della stampa si curavano di tramandare il sapere scritto sui libri, uomini che privi di tecnologia e conoscenze scientifiche sapevano inventare oggetti che sarebbero stati imprescindibili nei secoli successivi (ad esempio, le lenti per gli occhiali, o la carta) o costruire opere architettoniche e artistiche che noi stessi, secoli più tardi, avremmo continuato a ammirare (intere cattedrali, vetrate istoriate).

Scriveva infatti Eco riguardo l’importanza di quest’epoca per i secoli successivi: “Inutile dire che tutti i problemi dell’Europa moderna si formano, così come li sentiamo oggi, nel Medioevo, dalla democrazia comunale alla economia bancaria, dalle monarchie nazionali alle città, dalle nuove tecnologie alle rivolte dei poveri: il Medioevo è la nostra infanzia a cui occorre sempre tornare per fare l’anamnesi”. E ancora: “Certamente io volevo scrivere un romanzo storico… perché tutto quello che personaggi fittizi come Guglielmo dicevano avrebbe dovuto essere stato detto a quell’epoca. Non so quanto sono stato fedele a questo proposito. Non credo di averlo disatteso quando mascheravo citazioni di autori posteriori (come Wittengstein) facendole passare per citazioni dell’epoca. In quei casi sapevo benissimo che non erano i miei medievali a essere moderni, caso mai erano i moderni a pensar medievale. Se un mio personaggio, comparando due idee medievali, ne trae una terza più moderna, egli fa esattamente quello che la cultura poi ha fatto”.

Resta, per fortuna, qualche messaggio del libro di Eco: l’assurdità dei fondamentalismi, la potenza della conoscenza e della cultura per essere davvero uomini liberi e poter migliorare il mondo. Se a questi messaggi, regia e sceneggiatori ne hanno aggiunti altri, non hanno fatto altro che quanto Eco stesso aveva sperato: “Nulla consola maggiormente un autore di un romanzo che lo scoprire letture a cui egli non pensava, e che i lettori gli suggeriscono. Non dico che l’autore non possa scoprire una lettura che gli pare aberrante, ma dovrebbe tacere, in ogni caso, ci pensino gli altri a contestarla, testo alla mano. Il testo è lì, e produce i propri effetti. L’autore dovrebbe morire dopo aver scritto. Per non disturbare il cammino del testo”.

Chissà se questa fiction esporterà solo i luoghi comuni sull’Italia (l’egemonia di una Chiesa corrotta e spietata nelle condanne, le superstizioni) o farà sorgere un certo interesse verso un passato che ha visto il nostro Paese come importante teatro d’azione. Possiamo solo ringraziare la produzione se ha riportato alla memoria del pubblico – si spera non solo italiano – un autore dello spessore di Umberto Eco e la sua opera.

© RIPRODUZIONE RISERVATA