L’Aquila – Grandi speranze/ La fiction finta e la città che va (ri)scoperta

- Fabio Capolla

Su Rai 1 sta andando in onda la fiction L’Aquila – Grandi speranze. Troppi errori e troppa fantasia su una città che merita una descrizione diversa

"L'Aquila: Grandi Speranze" su Rai 1
Una scena della fiction "L'Aquila: Grandi Speranze"

La fiction è fantasia, non è realtà. Presenta un mondo che sembra essere vero ma è solo apparente. E questo è successo anche in occasione della produzione televisiva che sta andando in onda su Rai 1 L’Aquila – Grandi speranze. La fantasia è tanta, la realtà è quella del terremoto dell’Aquila del 2009. Quella che ha fatto oltre 300 vittime, causando dolore, distruzione, disperazione. Famiglie distrutte, case crollate, un mondo intero da ricostruire, in un concreto fatto di palazzi, chiese e monumenti. Poi da ricostruire c’è anche lo spirito delle persone, quelle stesse persone che ancora oggi, a 10 anni di distanza, spesso sono senza quella casa che avevano avuto fino al 2009. Ma non senza un tetto.

Nella fiction televisiva la fantasia è troppa, esagerata. Lontano da una realtà di chi vive a L’Aquila, ma anche di chi L’Aquila l’ha visitata in rare occasioni dopo quel tragico 6 aprile del 2009. Chi ha guardato la televisione e non è mai stato a L’Aquila dovrebbe confrontare quelle immagini con le altre, viste e riviste nei telegiornali dopo il terremoto. Gli aquilani hanno criticato tutto quello che nella fiction ha poco di aquilano, ma soprattutto ha poco di dolore e disperazione. Quella vera, quella che si vive ancora oggi, quella che il cardinale abruzzese Giuseppe Petrocchi ha detto che si deve trasformare da ricordo in memoria. All’Aquila si parla l’aquilano e non quello strano dialetto che di abruzzese ha poco, che ricorda un po’ il ciociaro, un po’ l’umbro. Comunque un dialetto bastardo che non è quello che si parla a L’Aquila.

Ma di errori ce ne sono tanti e ben più gravi: la Rai ha presentato giovani ragazzi divisi in gang che si scontrano anche con violenza in un centro storico devastato dalle macerie. A L’Aquila quei pochi ragazzi che erano rimasti vivevano in case costruite a tempo di record, dopo aver alloggiato qualche mese in tendopoli o in alberghi della costa. Quei pochi che finita la scuola erano ancora a L’Aquila sono stati raccolti da decine di volontari, che hanno realizzato momenti di incontro, di confronto, di amicizia. In alcuni casi sono state aperte scuole estive, con docenti che venivano da altre città, volontari che cercavano di unire, di creare nuove compagnie, non certo gang che scorrazzavano in bicicletta per le vie del centro storico, zona rossa inaccessibile anche ai residenti che volevano recuperare qualcosa dalle loro case. Poi andare in bicicletta a L’Aquila vorrebbe dire essere scalatori capaci di raggiungere la cima Coppi al Giro d’Italia. Tutto ciò non basta ancora e la fiction L’Aquila ha perso sia l’articolo che l’apostrofo. Aquila non è la città.

Ecco perché L’Aquila merita una visita e sono stati tanti, e di questo bisogna ringraziare la fiction in onda, che hanno deciso di venire a L’Aquila da turisti. Persone che hanno scoperto che L’Aquila è diversa da quella vista in televisione, non è quella finta. È una città che piano piano sta rinascendo, che in centro storico ha riaperto piccole botteghe che vendono i prodotti del territorio, dai salumi, ai formaggi, ai dolci. In questi giorni di festa sono aumentati i turisti e forse è l’unico vantaggio, l’unico pregio di cui si può fregiare una fiction che è finta.

Il regista prima di lavorare dietro la camera da presa avrebbe dovuto osservare. È l’osservazione che ti porta alla realtà, chi guarda solo la serie televisiva deve cominciare a diffidare se vuole veramente scoprire la forza di una regione, di una città, di tante persone, di volti ben definiti che vogliono essere guardati in maniera diversa.

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