RED JOAN/ Il film con un’idea giusta messo in crisi da una “cornice”

- Ilenia Provenzi

Il film di Trevor Nunn presenta buone premesse, ma forse è mancato lo sforzo di approfondire la cornice. Il rischio è che passi in sordina

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Una scena del film

Melita Norwood è considerata una figura chiave nel periodo della Guerra Fredda e l’idea di dedicarle un film è stata più che giusta. In Red Joan, la pellicola diretta da Trevor Nunn, la spia britannica diventa Joan Stanley, una donna tranquilla che si ritrova coinvolta in una vicenda molto più grande di lei.

Siamo a Cambridge, nel 1938, quando Joan (Sophie Cookson), una brillante studentessa di fisica, conosce l’affascinante Leo Galich (Tom Hughes) e sua cugina Sonya, che la introducono nel mondo delle associazioni comuniste. Dopo la laurea, Joan viene assunta nel laboratorio inglese dove si progetta la bomba H, al centro dell’interesse degli scienziati di mezzo mondo. Ormai si è capito che il segreto per costruire la micidiale arma è racchiuso negli isotopi dell’uranio, ma l’iniziale collaborazione tra Uk, Usa e Russia si è sgretolata e i russi sono stati esclusi dal progetto. Per questo Leo cerca di convincere Joan a passare le informazioni ai russi, condividendo le conoscenze. Se tutti avranno accesso alla bomba, nessuno avrà il coraggio di usarla, per evitare ritorsioni.

Joan resiste alle pressioni fino al disastro di Hiroshima, quando la visione dei morti e della distruzione la convince a intervenire. Divisa tra l’amore per Leo, che però fugge continuamente da lei e poi torna a cercarla, e quello per il professor Max Davies, Joan diventa una spia, un’ombra furtiva in un mondo maschile, poco visibile ma potente.

Il suo ruolo, tuttavia, viene scoperto soltanto anni dopo, quando Joan è ormai una placida pensionata che abita in una villetta inglese e si occupa del giardino. All’improvviso si ritrova nel mirino dell’MI5, che la accusa di avere tradito il Paese e la interroga sul suo passato. Ed è qui che Joan cerca di spiegare il suo punto di vista, la sua convinzione che soltanto condividendo la conoscenza si poteva impedire una terza guerra mondiale.

Le scene della cornice, in cui Judi Dench (Joan anziana) affronta il passato e le accuse del governo e di suo figlio, sono intense, ma molto più brevi di quanto ci si potesse aspettare. In realtà, la maggior parte del film si svolge nel passato e, nonostante il buon ritmo e la tensione che permea la storia, non si vede il tentativo di uscire dalle convenzioni e offrire allo spettatore qualcosa di nuovo.

Dopo tanti film ambientati nel mondo delle spie dagli anni Cinquanta in poi, Red Joan rischia di passare in sordina nonostante le buone premesse. Forse è mancato lo sforzo di approfondire la cornice, sfruttando la presenza di Judi Dench per indagare il rapporto tra madre e figlio, che avrebbe potuto riflettere l’impatto del segreto custodito da Joan sulla nuova generazione. E la scelta di assecondare una struttura del tutto classica, probabilmente, non ha aiutato a costruire un racconto originale, staccandosi dal modello.

Resta comunque una storia di per sé forte e interessante, che fa luce su una vicenda su cui siamo tutti invitati a riflettere.

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