CLASSIFICA UE/ Italia meno spendacciona di Germania, Francia e paesi “frugali”

- int. Luigi Campiglio

L’Italia non è affatto un Paese spendaccione, ma è anzi il più virtuoso d’Europa. Eppure viene schiacciato dallo spread

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Emmanuel Macron e Angela Merkel all'ultimo vertice di Meseberg (LaPresse)

Da Bruxelles non arrivano segnali positivi per l’Italia. Si comincia già infatti a parlare dei tempi e dei modi per un ritorno all’applicazione del Patto di stabilità e crescita, oggi sospeso, anche se il commissario agli Affari economici Gentiloni ha fatto capire che questa sospensione dovrà proseguire quanto meno nel 2021. Il Premier olandese Mark Rutte, intanto, in un’intervista a 7 evidenzia che non avrebbe senso allentare le regole del Patto stesso. Cosa accadrebbe all’Italia se dal 2022 tornassero a essere applicate le regole previgenti? «Il Paese avrebbe una crescita, se mai dovesse esserci, anemica, invece che robusta come sarebbe indispensabile», è la risposta di Luigi Campiglio, Professore di Politica economica all’Università Cattolica di Milano. Che aggiunge: «Vorrei però che si dicesse con chiarezza qualcosa che dovrebbe essere conosciuto, ma evidentemente non lo è».

Che cosa?

Che l’Italia dal 1999 al 2019, cioè dal momento in cui è iniziata l’avventura dell’euro fino all’anno scorso, nell’arco quindi di vent’anni, solamente una volta (nel 2009) non ha fatto registrare un avanzo primario di bilancio. Nessun altro Paese europeo ha fatto meglio.

Nemmeno i cosiddetti Paesi “frugali” che oggi si oppongono al Recovery fund con risorse che non siano prestiti?

Vediamo i dati di questi Paesi. La Svezia ha “mancato” l’avanzo primario per tre anni, la Danimarca per quattro anni, come pure l’Austria, mentre l’Olanda per otto anni.

E i due Paesi leader dell’Unione, ovvero la Germania e la Francia?

La Germania ha registrato un disavanzo primario per sette volte, la Francia per ben sedici volte. Ma c’è un altro numero interessante da citare in questo periodo in cui ci viene ricordato che la Bce sta aiutando l’Italia molto più degli altri: il Paese più avvantaggiato dalla politica monetaria espansiva della Bce in termini reali, cioè di interessi pagati, è stato la Germania, che ha visto scendere la spesa per il pagamento degli interessi del 60%.

Questo per effetto del Qe o anche perché dalla crisi del 2008 il Bund viene percepito come bene rifugio?

Se il Bund è un bene rifugio è perché gli investitori scappano da qualcos’altro, nella fattispecie dai titoli di un Paese virtuoso come l’Italia che ha continuato a far registrare un avanzo primario. Noi siamo penalizzati dallo spread, cioè dal premio da pagare per un supposto “rischio Italia” che non è giustificato dai numeri. Non si può assolutamente affermare, neanche per sbaglio, che l’Italia sia spendacciona. Guardando alla spesa pubblica in termini reali, cioè deflazionata, tra il 2010 e il 2018 possiamo osservare che in Germania è salita dell’8,2%, in Francia del 9,4%, mentre in Italia è scesa del 3%.

Quello che ci penalizza è allora il peso del debito pubblico, gli interessi da ripagare che fanno diventare il nostro avanzo primario un deficit, che a sua volta fa crescere il debito?

Sì. In termini reali, noi paghiamo per interessi circa 70 miliardi di euro, la Germania 34, la Francia 44. È chiaro che il disavanzo si crea a causa di uno spread che ci fa pagare interessi più alti su uno stock di debito che è dell’ordine di grandezza di quello della Francia. Abbiamo un alto rapporto debito/Pil ed è facile dimostrare che vi sono due fattori in grado di farlo diminuire. Il primo è l’avanzo primario.

Che noi abbiamo.

Esatto. Quello che non abbiamo è il secondo fattore, cioè un tasso di crescita economica reale maggiore del tasso di interesse nominale con cui ci si finanzia sul mercato. Non so su che base l’opinione pubblica, soprattutto internazionale, può ritenere che siamo spendaccioni. È solo espressione di ignoranza economica. Dal 2010 al 2018 la spesa per l’ordine pubblico è scesa del 5%, quella per la sanità dell’8%, quella per l’istruzione del 10%. Non parliamo poi degli investimenti. Snocciolando questi dati, lei li assocerebbe a un Paese spendaccione?

No, direi che sono quelli di un Paese rigorista disposto a tagliare le spese più importanti per far quadrare i conti.

Esattamente. Il problema è che il debito pubblico che pesa sulle nostre spalle si è accumulato negli anni Ottanta. Quindi nel 2020 dobbiamo pagare i problemi e gli errori di quasi 40 anni fa, quando abbiamo dimostrato di essere stato il Paese più virtuoso in Europa negli ultimi 20 anni? L’investitore freddo e cinico guarda alla capacità di rimborso di un prestito e l’Italia ha dimostrato 19 volte su 20 di poter arrivare a un avanzo primario di bilancio.

Lei ha detto che abbiamo una crescita del Pil inferiore al tasso di interesse che paghiamo sul debito. La soluzione è quindi fare le riforme strutturali per alzare la prima o invece fare in modo che scenda il secondo?

Le due cose sono connesse. È chiaro che la crescita è più importante, ma da almeno dieci anni subiamo una campagna martellante volta a dipingerci come il Paese spendaccione e scialacquatore che non siamo. Stabilito che siamo virtuosi, la domanda è: come mai gli analisti delle agenzie di rating ci danno sempre legnate in testa? Un conto sono gli stereotipi sugli italiani mangiaspaghetti come sui tedeschi mangiacrauti, ma qui c’è in gioco l’immagine di credibilità del Paese.

Secondo lei, perché viene data una rappresentazione del nostro Paese diversa dalla realtà?

Direi per una mancanza del cemento europeo. Se venisse riconosciuta anche a livello europeo l’immagine che meritiamo, cioè di un Paese virtuoso, rigoroso, credibile, lo spread scenderebbe e potremmo anche guadagnare un punto di Pil. Di certo non aiutano le frasi fatte che sentiamo anche in Italia, anche dal Presidente di Confindustria, sull’eccessivo assistenzialismo nel nostro Paese, che non ha fondamento negli aggregati della spesa. Se siamo assistenzialisti noi, cosa si dovrebbe dire di altri Paesi come la Francia?

Si può fare dell’altro per stimolare la crescita del Pil?

Sicuramente riattivare gli investimenti, che sono crollati a causa di questa politica ci eccessivo rigore che abbiamo portato avanti negli ultimi anni. E poi non aumentare la pressione fiscale, altrimenti rischiamo di togliere potere d’acquisto alle famiglie con ricadute negative sull’economia. Il mio timore è che andando avanti con questa litania di un’immagine sbagliata alla fine ci possa arrivare il colpo del knock out.

(Lorenzo Torrisi)

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