COLLETTA ALIMENTARE/ Un detenuto: “farla ci fa sentire uomini, e si sta bene”

- Lettera firmata

Anche i detenuti nelle carceri hanno preso parte alla Colletta Alimentare. La lettera di Alessandro Cozzi

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LaPresse

Ma devono proprio venire a chiedere il cibo a me? Qui? Ma non basta che io sia in galera? Devo preoccuparmi di gente che nemmeno conosco?

Si sentiva dire questo, in giro per le Sezioni, quando è comparso l’avviso della Colletta Alimentare. Confesso che lì per lì qualche idea di questo genere è venuta pure a me: dopo tutto può sembrare curioso che gente condannata, giudicata dunque “rea”, venga sollecitata a donare cibo ai bisognosi: non siamo abbastanza bravi per uscire, ma lo siamo per regalare pasta e scatole di pelati?

Però pensandoci un poco di più, parlandone con qualcuno, soprattutto lasciando che la cosa si sedimentasse nei pensieri, molti hanno cominciato a mutare atteggiamento: forse va bene così, forse è un pezzetto di strada da compiere, un’occasione, forse è un modo concreto per rendersi utili.

Così la Colletta, costringendo a preoccuparsi di dove fossero i moduli necessari, condividendo con altri la necessità, pensando a che cosa fosse più opportuno comprare… lentamente è discesa nel cuore e il risultato è stato sorprendente. In chi ha risposto, a cominciare da me, s’è accesa una luce: saremo anche tra i colpevoli, ma non tra i cattivi.

Grazie a chi l’ha organizzata, grazie per avercela portata, grazie per averci chiesto questo minimo, piccolo, aiuto: ci fa sentire uomini, e si sta bene.

(Alessandro Cozzi, carcere di Opera – Milano)

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