COME FAR RIPARTIRE L’ITALIA/ Ecco il decreto (da 200 mld) che stiamo aspettando

- Sergio Luciano

È allo studio il decreto bis con le nuove misure per aiutare le imprese e il lavoro. Ecco cosa dovrebbe contenere. Purtroppo potrebbe essere solo un sogno

manovra
Il premier Giuseppe Conte con il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri (LaPresse)
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Quel che si sta manifestando sotto gli occhi sempre più sgomenti del popolo italiano è la distanza ormai siderale che divide il Paese legislativo dal Paese reale.

Il governo decreta, e non succede niente. Acquista le mascherine, e non arrivano o arrivano sbagliate. Concede il bonus ai liberi professionisti e il sito dell’Inps va in tilt, dopo che la comunicazione aveva fallito. Un imprenditore veneto che voleva regalare 10 milioni di euro alla Regione si è sentito supplicare da un alto funzionario: “Per favore no, ci regali direttamente macchinari sanitari, altrimenti nel tempo che impieghiamo per poter spendere i suoi soldi, moriranno centinaia di persone”. Il 7 marzo le carceri vengono sconvolte dalla rivolta e al 4 aprile non è cambiato nulla.

Ma cosa dovrebbe decretare domani il governo Conte 2 per avviare il Paese se non sulla strada della ripresa su quella della resilienza? Cosa dovrebbe fare, se vivessimo in un mondo normale, dove un governo decide e una pubblica amministrazione esegue?

Innanzitutto commissariare le funzioni essenziali per la risposta sanitaria alla pandemia. Non basta nominare un commissario, bisogna dargli pieni poteri: amministrativi, s’intende. Quindi sono inutili e dannose, in questo caso, le procedure. Serve immediatezza, anche a costo di prendere qualche cantonata, ma in nome degli approvvigionamenti. Respiratori per le terapie intensive, mascherine, test diagnostici.

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Poi il sostegno all’economia. Per il 60% delle imprese italiane il mese di marzo ha registrato ricavi pari al 30, massimo al 50% di quelli previsti. Significa che chi incassava 100 spendendo 90 ha incassato 50 spendendo al minimo 80, e perdendo 30. Altri due mesi così e fallirà. Negli Stati Uniti, dove si può licenziare da un giorno all’altro, in due settimane sono stati fatti 10 milioni di disoccupati. Bisogna dare agli imprenditori, subito, i soldi necessari per coprire questo buco di cassa. Darglieli subito, agevolmente, e garantendoglieli fino alla fine dell’emergenza epidemica. 

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Operativamente, non si può distribuire denaro senza avvalersi delle reti consuete, in questo caso le banche, nel caso della cassa integrazione l’Inps. Ebbene: le banche non vanno lasciate in una posizione di discrezionalità, libere di decidere se erogare o meno i finanziamenti. Devono essere obbligate per legge ad erogarli in quanto coperte al 100% dai rischi. Devono essere semplici bancomat, all’esibizione delle credenziali di merito che devono però ridursi ad un’autocertificazione da presentare alla banca e contestualmente alla Prefettura, ma con una semplice Pec. Mi confesso in difficoltà, lo dichiaro e incasso. Se ho mentito finisco in carcere per dieci anni: ma a stabilirlo sarà la magistratura dopo i controlli a campione che la polizia attuerà su tutti i richiedenti. 

Attenzione. Questi finanziamenti di liquidità vanno resi restituibili in otto anni, non uno di meno. 

La cassa integrazione va pagata su semplice richiesta, bypassando tutte le ordinarie pratiche. I versamenti fiscali e previdenziali residui vanno sospesi fino alla fine dell’emergenza sanitaria. Questi debiti contratti dalle imprese con la pubblica amministrazione vanno pagati in 12 rate per ciascun mese di sospensione. Se uno salta tre mesi paga in tre anni.

Questa sarebbe una buona gestione dell’emergenza.

La vera ricostruzione consisterebbe poi nel varare un grande piano d’investimenti infrastrutturali, da realizzare tutti col modello del nuovo ponte Morandi. Con commissari. La burocrazia va evitata come un cancro. Senza se e senza ma.

Il costo di tutto ciò non potrebbe essere inferiore ai 200 miliardi di euro. Finanziabili come? Non contando sull’aiuto dell’Europa: non ci sarà, o almeno non è probabile che ci sia. Ma emettendo un grandissimo prestito nazionale, offerto in prelazione ai soggetti residenti nel Paese, privati e istituzionali, a 30 anni, con una cedola competitiva con quella del Btp a 10, negoziabile sul secondario ma non prima del quarto anno, ereditabile e rigorosamente esentasse, come propongono già peraltro vari illustri economisti. Un prestito nazionale che riuscisse a scongelare una parte modesta di quei 1500 miliardi che gli italiani conservano stivati nei conti correnti infruttiferi pur di non darli allo Stato. Ecco: con un grande progetto, esentasse, ereditabile ulteriormente esentasse, glieli darebbero.

Be’, è suonata la sveglia e il sogno è morto all’alba. 

Conte è uno che ci prova pure, ma è peggio che solo: è male accompagnato. Ha sul collo il cappio dei Cinquestelle, mandanti del peggior ministro degli Esteri che l’Italia abbia mai avuto. Ha a fianco un mediocre controllore economico insediato dal Pd a mediare tra le esigenze del Paese e i malintesi interessi della Germania. Come potrebbe mai farcela, anche ammesso e non concesso che le sue intenzioni fossero del tutto limpide e le sue competenze sufficienti?

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