COMUNALI vs POLITICHE/ “Ceto medio basso e popolare: ecco chi deciderà le prossime elezioni”

- int. Enzo Risso

Il centrodestra fatica nelle grandi città, ma la vera sfida per tutti i partiti sarà riconquistare il voto dei ceti popolari. Con una politica di crescita e di lotta alle disuguaglianze

sondaggi politici
Centrodestra: Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani (LaPresse)

Sulla sconfitta del centrodestra in tanti si sono cimentati per spiegarne le ragioni, così come fiumi di inchiostro sono stati versati per approfondire i motivi di una debolezza, quasi cronica, della coalizione nel momento in cui deve cimentarsi nel voto comunale. Una debolezza, come confermato dallo stesso Salvini, che è stata oggi acuita da errori e ritardi nella scelta dei candidati. Ma per Enzo Risso, direttore scientifico di Ipsos, la questione è più complessa di quel che può apparire. Tanto che tutti i partiti sono, e sempre più saranno, alle prese con un nodo cruciale e decisivo: “In questo momento – osserva Risso – il fatto che il ceto medio basso sia stato in parte a casa e i ceti popolari in gran parte a casa, a prescindere se vivono in centro o in periferia, in città o in campagna, è la sfida vera. Vincerà le elezioni chi saprà essere in grado di raccogliere il più ampio numero di consensi di queste due fasce sociali”.

Perché storicamente il centrodestra si è sempre dimostrato debole nelle elezioni amministrative? Incapacità di interpretare le esigenze dei cittadini? Classe politica non all’altezza?

Occorre relativizzare la questione, perché ci sono stati momenti in cui il centrodestra ha vinto nelle grandi città o basta pensare a quante Regioni sono oggi guidate dal centrodestra. Nei piccoli centri, poi, in questa tornata la Lega ha guadagnato una cinquantina di sindaci in più rispetto al 2016. Resta il problema di fondo.

Quale?

Il centrosinistra ha sempre mostrato una maggiore forza nella selezione e costruzione dei gruppi dirigenti. In questa tornata lo stesso centrodestra, o almeno una sua parte, ha ammesso che la scelta dei candidati è stata infelice.

Lo si è visto al primo turno, ma anche ai ballottaggi: a Torino e Roma i candidati del centrodestra non sono riusciti a prevalere. Come se lo spiega?

Se guardo ai risultati del primo turno di Torino, nel 2016 il centrosinistra aveva raccolto il 41,84% e quest’anno Lorusso ha preso il 43,86%. Siamo in linea. Sempre cinque anni fa il centrodestra, che presentava tre candidati, ottenne nel suo insieme il 20%, oggi Damilano è arrivato nel primo turno al 38%, che comunque non è bastato per scalzare il centrosinistra.

Che cosa significano questi numeri?

Che a Torino il centrodestra ha saputo individuare un referente in grado di unire le forze e di portare la coalizione quasi al raddoppio dei consensi, andando a pescare parte degli elettori che nel 2016 avevano scelto la Appendino, visto che il M5s è precipitato dal 30% al 9%. Se poi guardiamo i flussi di voto, rispetto alle Europee, il partito che ha tenuto di più i propri elettori, il 94%, è la Lega, il Pd ne trattiene il 76%, mentre i Cinquestelle hanno perso più della metà dei loro elettori. Il che sta a significare che forse si è chiusa la fase del cosiddetto tripolarismo asimmetrico.

In cosa è consistito?

Dove c’era un candidato dei Cinquestelle che andava contro o uno schieramento di centrodestra o uno di centrosinistra, quelli dell’altra coalizione votavano M5s.

E a Roma?

Nel 2016 Giachetti, centrosinistra, aveva ottenuto il 24,91%, Meloni e Marchini, i due candidati del centrodestra, rispettivamente il 20% e l’11%, mentre la Raggi era arrivata al 35%. Oggi, sempre al primo turno, Gualtieri ha ottenuto il 27%, Michetti poco più del 30%, in pratica gli stessi voti sommati di Meloni e Marchini, la Raggi è scesa al 19%, come Calenda. Anche nel caso di Roma, il centrosinistra si è presentato più forte, perché ha saputo richiamare un pezzo di elettorato che lo aveva abbandonato cinque anni fa preferendo la Raggi, mentre il centrodestra è rimasto sui livelli del 2016. Costruire un percorso di governo e saper individuare un candidato sindaco in linea con il mood della città diventa importante per poter vincere. I flussi di voto, rispetto alle Europee, indicano che il Pd ha mantenuto l’84% dei suoi voti, il M5s ha perso quasi il 50%, la Lega ha ceduto a FdI il 30%.

Il dato più eclatante emerso da questa tornata delle amministrative è che le periferie non hanno votato. Perché il centrodestra non è riuscito a portarle al voto?

Avevamo già anticipato prima del voto che l’astensione sarebbe stata la cartina di tornasole. A mio avviso, sono state le elezioni del ceto medio.

In che senso?

Il ceto medio urbano è andato a votare, esprimendo il suo consenso soprattutto al centrosinistra, mentre il ceto medio-basso, più popolare e laborioso, si è astenuto di più. Questi ceti avevano in parte trovato, prima nel M5s e poi nella Lega, un canale di sfogo alla propria rabbia. Negli ultimi tre anni, però, i governi in cui si sono succeduti i Cinquestelle hanno smorzato questa spinta, perché gli stessi Cinquestelle hanno progressivamente perso quell’aura di anti-casta contro l’establishment che li aveva caratterizzati all’inizio. In secondo luogo, la pandemia ha calmierato i temi dell’immigrazione e della sicurezza, confinandoli sotto traccia, indebolendo così la narrazione leghista.

E’ però rimasta la Meloni a rappresentare un pezzo di questa realtà. Con che risultati?

In parte FdI è cresciuta rispetto alle Politiche e alle ultime comunali, ma non ha sfondato, anche perché quando si arriva alla delusione e al distacco rispetto ai due partiti che avevano incanalato la protesta, è poi difficile saltare subito su un terzo carro. Per lei è un po’ più difficile rappresentare fino in fondo questi segmenti sociali, pur essendo presente nelle periferie.

Quali sono i temi che possono far breccia in questi ceti sociali e in queste aree delle città che rischiamo di perdere, andando magari incontro a problemi sociali che sarebbe meglio non sottovalutare?

Da tempo sono preoccupato per gli stati di tensione che in maniera carsica si stanno sviluppando nel paese, una tensione di lunga durata, calmierata sì dalla pandemia, ma che allo stesso tempo gli effetti collaterali della pandemia sull’economia possono rinfocolare. Gli incidenti delle ultime settimane dimostrano che ci sono frange politiche che stanno percependo questo stato di tensione e vi soffiano sopra. E’ pericoloso, perché tutto questo va a sommarsi a una vera e propria montagna della sfiducia: il 64% degli italiani non si fida di nessuno. Questo rende difficile individuare una proposta positiva.

Giulio Sapelli ha osservato che bisogna stare attenti all’emarginazione, perché ultimi e penultimi possono dare vita a fenomeni “gilet gialli”. Che ne pensa?

E’ un rischio che corriamo se non si rimette in moto il paese nel suo insieme, ripartendo da tutti. Negli ultimi anni si è consolidato un processo di ampliamento delle disuguaglianze sociali. Lo sfarinamento del ceto medio, l’indebolimento di questo corpo intermedio della nostra società è un rischio evidente. In più, abbiamo assistito a un’altra polarizzazione: le persone che stanno pensando che il futuro sarà migliore sono già all’interno del ceto medio, mentre chi è più pessimista è già parte dei ceti medio-bassi. Si è rotto l’ascensore sociale, che oggi si sta muovendo solo in termini di classe: chi ha già, può pensare di migliorare; chi non ha, può solo temere di scivolare ancora più in basso.

Non c’è ascensore sociale, non c’è speranza, termini che facevano parte del bagaglio culturale e politico della sinistra, che oggi non sa più parlare ai ceti popolari. Il centrodestra, che punta molto su temi concreti come il lavoro, ha nel suo vocabolario messaggi, prospettive di fiducia da offrire a chi oggi sembra molto distante dalla politica?

Pensiamo all’avventura politica di Berlusconi: nel 1994 è sceso in campo con un sogno, rappresentando un’idea di paese ben diversa, incarnando una spinta. Come diceva Mitterrand, vince sempre chi interpreta lo spirito dei tempi.

E oggi che cosa ci dice lo spirito dei tempi?

Vuole stabilità nel lavoro, futuro per i figli e un pizzico di serenità. La nostra società ha consumato più di quel che poteva spendere e in questo momento ha bisogno di una tregua, di sentirsi rasserenata. Il dramma principale di oggi è che il 61% dei giovani pensa che il proprio futuro sia condizionato e limitato. Se non mettiamo benzina nel motore delle giovani generazioni e delle donne, non facciamo ripartire il paese. Questa è la sfida: non si tratta solo di ridurre i social divide, ma di dare forza a quelli che possono essere gli elementi di traino.

Prima richiamava Berlusconi, il politico che più ha saputo dare una casa ai moderati. Non è che il centrodestra di oggi non sa più parlare a loro?

I moderati degli anni Novanta sono cambiati, oggi sono un po’ meno moderati, specie sui temi dell’immigrazione e della sicurezza. E anche il centrodestra è cambiato rispetto ad allora, perché non è più a traino Forza Italia, ma di due forze, Lega e Fratelli d’Italia, che nella loro pancia hanno elettori moderati che si sono radicalizzati sui due temi che citavo prima.

Le periferie non hanno votato perché sono di centrodestra, ergo la maggioranza del paese non è di centrosinistra: è un sillogismo che regge?

Non sono così aristotelico e andrei cauto con i sillogismi. Sicuramente, allo stato attuale, il centrodestra a livello nazionale è in vantaggio sul centrosinistra: 49% contro 47%. La realtà è sempre più complessa. Di certo, specie nei centri minori, il centrodestra ha goduto di un buon flusso dinamico per il suo posizionamento elettorale. Quanto poi questo si traduca in voti reali nelle urne, è tutto da verificare.

Perché?

Bisognerà vedere fin dove arriverà l’astensionismo, anche se le elezioni politiche sono meno a rischio astensione delle amministrative. Ma in questo momento, per tutti i partiti, il fatto che il ceto medio basso sia stato in parte a casa e i ceti popolari in gran parte a casa, a prescindere se vivono in centro o in periferia, in città o in campagna, è la sfida vera. Vincerà le elezioni chi saprà essere in grado di raccogliere il più ampio numero di consensi di queste due fasce sociali. E ciò significa che non ci può essere solo una politica orientata alla crescita, ma ci vuole una politica che orienti la crescita alla riduzione delle disuguaglianze.

(Marco Biscella)

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