CONSIGLI NON RICHIESTI/ Carboniero (Ucimu): le mosse per far ripartire le imprese

- Massimo Carboniero

L’economia italiana continua a pagare un Pil pro-capite più basso rispetto a quello degli altri Paesi europei. Occorre agire

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Massimo Carboniero

Secondo le ultime stime del Fondo monetario internazionale, nel 2020 il Prodotto interno lordo dell’Italia dovrebbe registrare una contrazione del 12,8%, segnando un crollo che non ha precedenti se si escludono i periodi di guerra. Ma, a ben guardare, in Italia soprattutto, la crisi economica causata dal coronavirus presenta caratteristiche assimilabili a quelle che si riscontrano durante i conflitti: completo e repentino crollo dei consumi, blocco della mobilità delle persone, che erano abituate a viaggiare per lavoro da un capo all’altro del mondo, clima di incertezza legata all’impossibilità di conoscere quando e come ci saremo lasciati alle spalle questo dramma.

Detto questo, è bene ricordare però che le difficoltà che l’Italia sta attraversando in questo periodo non sono tutte esclusivamente riconducibili alla pandemia. In altre parole, questa crisi ha notevolmente amplificato una situazione che caratterizzava la nostra economia da prima dell’inizio del XXI secolo, ma che è risultata più evidente nei primi 20 anni dei 2000 e che si è concretizzata nella difficoltà di crescere.

Un indicatore sintetico ma significativo di questa grave condizione è l’andamento del Pil pro-capite del nostro Paese messo a confronto con quello dei principali paesi europei: Francia, Germania e Spagna. Secondo l’elaborazione effettuata dal Centro Studi e Cultura di Impresa di Ucimu-Sistemi per produrre sui dati Ocse, emerge chiaramente che, nell’arco degli ultimi due decenni, l’Italia è l’unica nazione che registra la diminuzione di questo indicatore, a fronte della crescita messa a segno da tutti gli altri.

In particolare, l’Italia è il Paese che ha subito più di tutti la crisi economica internazionale del 2009, bruciando i progressi fatti negli anni precedenti. Anche nel secondo decennio del secolo, che per i partner europei è stato un periodo di ripresa e di crescita (con tassi di incremento dell’8,7% per la Francia, del 9,2% per la Spagna e del 12,6% per la Germania), l’Italia ha mostrato una performance deludente segnando, a fine periodo, una nuova riduzione del Pil pro-capite, anche se più contenuta rispetto a quella degli anni precedenti, pari a -0,3%, dopo il -1,8% del primo decennio.

I ricercatori economici hanno indagato i motivi di questa performance così negativa del nostro Paese e la conclusione condivisa è che il problema fondamentale è la mancata crescita di produttività. Con una popolazione che invecchia e una forza lavoro che cresce solo grazie all’immigrazione, solo una maggior produttività del lavoro può permettere la crescita dell’economia.

Anche in questo caso, per comprendere la situazione, viene in aiuto un indicatore sintetico, sempre di fonte Ocse, che mette in relazione il valore del Pil prodotto in un anno con il numero complessivo di ore lavorate. Un’economia efficiente possiede un valore elevato di questo indicatore che cresce man mano che l’industria manifatturiera del Paese investe in mezzi di produzione avanzati e in miglioramenti di processo e gestione, i due fattori che senza dubbio più di altri contribuiscono a incrementare la produttività del lavoro, determinando, come conseguenza, anche l’aumento delle retribuzioni. Questo è quanto accaduto in Germania, Francia, Spagna in entrambi i decenni del XXI secolo, quando l’indicatore mediamente è cresciuto di 8-9 punti percentuali.

In Italia, invece, al primo decennio caratterizzato dalla stagnazione della produttività – come dimostra l’indice che si è ridotto di due decimi di punto – è seguito un secondo decennio di modestissima crescita, risultata pari a +1,2% complessivo tra il 2010 e il 2019.

Se vogliamo quindi che l’economia italiana, non solo si riprenda dalla gravissima crisi che stiamo vivendo nel 2020, ma torni anche sul sentiero della crescita, e si lasci alle spalle questi decenni di stagnazione, è necessario intervenire, da un lato, sui fattori che stimolano l’incremento della produttività e, dall’altro, sui canali che la trasmettono a tutta l’economia.

I primi sono fattori interni all’impresa; i secondi, invece, sono di “pertinenza” del sistema-paese. Come imprenditore e come Presidente di Ucimu – una delle associazioni che più è stata, e lo è tuttora, in prima linea sul tema di Industria 4.0 – vorrei provare a proporre un ragionamento proprio su come poter migliorare tutti quei fattori che determinano il valore di un’impresa.

Nell’epoca della smaterializzazione dell’offerta il prodotto non può più essere separato dai fattori immateriali, quali servizio, know-how, formazione, big data e digitalizzazione. Lavorando anche su tutti questi fattori considerati nel loro complesso, potremo assicurare al manifatturiero italiano ancora longevità e sviluppo.

Sì, perché in un Paese come il nostro, privo di materie prime, di ampi territori coltivabili, e di una forte crescita demografica, l’industria manifatturiera di trasformazione resta ancora il pilastro su cui si regge il sistema economico e sociale. Siamo la seconda manifattura d’Europa, ma non è più tempo di rendite di posizione, il mondo corre veloce e, per questo, abbiamo bisogno di investire in ricerca e innovazione continua, capace di assicurare il mantenimento della competitività della nostra offerta, riconosciuta ovunque nel mondo per la qualità e la sempre più spinta personalizzazione.

Con specifico riferimento al settore che rappresento – quello delle macchine utensili e dei sistemi di automazione e robotica – gli ultimi anni sono stati decisivi per l’avvio di una nuova fase che contempla, di fatto, una profonda trasformazione del modo di intendere i sistemi di produzione, oggi considerati tecnologie abilitanti di una produzione 4.0, in grado di assicurare a gran parte delle filiere produttive prestazioni e produttività sempre migliori.

Grazie all’integrazione della dimensione digitale e di interconnessione sulle macchine utensili e sui sistemi automatici di produzione, il processo produttivo di chi si dota di queste tecnologie di ultima generazione risulta molto più efficiente, assicurando il corretto uso delle risorse, l’efficienza produttiva, l’assistenza a distanza, la manutenzione predittiva, la limitazione dei fermi macchina, una maggior sicurezza e un lavoro più leggero e di contenuto per gli addetti, ovvero il miglioramento della competitività.

Le macchine che noi costruttori italiani progettiamo e realizziamo, di fatto, abilitano e stimolano la trasformazione del manifatturiero, incidendo in modo determinante anche sulla riorganizzazione di tutte le fasi dell’attività delle imprese. In questo senso, noi imprenditori della macchina utensile italiana siamo molto orgogliosi del lavoro svolto in questo ultimo decennio che, non è certo concluso, ma è avviato. E mai come in questo caso l’avvio era determinante per stimolare la trasformazione tecnologica del Paese.

Se questa è la parte su cui agiamo noi rappresentanti del mondo delle imprese impegnati nella diffusione o nell’adozione dell’approccio 4.0, le autorità di governo devono invece intervenire sui fattori strategici per rendere il nostro operato più fluido. Con questo mi riferisco a interventi in materia di innovazione tecnologica e internazionalizzazione, risorse umane e mercato del lavoro, finanza e patrimonializzazione, sburocratizzazione e sviluppo delle infrastrutture. Interventi da fare subito, concretamente, per un vero piano di rilancio dell’economia italiana.

Non chiediamo assistenza e provvedimenti a pioggia, non li abbiamo mai chiesti perché sappiano che si tratta di sperpero di risorse dei cittadini. Vogliamo, invece, un sistema-paese in grado di valorizzare e moltiplicare gli sforzi fatti dalle imprese così da amplificare il beneficio del nostro operato, condividendo un piano strategico di azioni a medio termine che si basi sull’analisi oggettiva dei dati che evidenzino le criticità che vanno affrontate e possibilmente risolte, ovvero lavorare con un metodo razionale per una strategia di medio lungo periodo.

In alcuni momenti della vita economica del Paese, le autorità hanno mostrato maggiore sensibilità verso questa esigenza, comprendendo che fosse di grande beneficio per tutta la popolazione. I provvedimenti a sostegno della trasformazione digitale delle imprese, tutti raccolti sotto il cappello di Industria, Impresa e oggi, Transizione 4.0, sono l’esempio più concreto di questo approccio lungimirante che, non solo, non può essere abbandonato ma, al contrario, deve essere rafforzato.

Purtroppo, in Italia è ancora molto marcato il divario tra imprese innovative, efficienti e con una forte vocazione all’export e imprese meno strutturate, che fanno grande fatica a tenere il passo e che sono caratterizzate da una bassa produttività. Queste ultime al momento sono rimaste escluse dalla trasformazione digitale. A queste bisogna guardare con particolare attenzione, affinché anch’esse abbiano accesso a queste nuove tecnologie, presupposto indispensabile per il mantenimento della competitività della loro offerta in un mondo che, nonostante l’emergenza sanitaria, sarà anche in futuro fortemente globalizzato.

D’altra parte, le attuali misure previste dal piano Transizione 4.0 sono certamente valide, ma lo stesso piano andrebbe affinato così da poter valorizzare al massimo le opportunità che esso sostiene. Il credito di imposta, scelto come formula di incentivo in sostituzione di super e iperammortamento è senza dubbio una scelta adeguata, ma rischia di non sortire gli effetti sperati principalmente per due ordini di motivi. Anzitutto il cambiamento non è stato comunicato in modo chiaro e, per questo, non tutte le imprese hanno consapevolezza della disponibilità di queste misure che certamente incentivano gli investimenti in tecnologie di ultima generazione. In secondo luogo, l’effetto di questo piano rischia di essere limitato a causa del clima di generale incertezza aggravato ora dalla crisi sanitaria non ancora completamente risolta. Per questo tali provvedimenti dovrebbero diventare strutturali e coprire un periodo di almeno tre anni, così da permettere alle imprese di programmare nel tempo gli investimenti, solo così le imprese ritroveranno fiducia nelle istituzioni e nelle autorità di governo.

Strettamente connesso al tema dell’innovazione e della crescita è poi quello dall’internazionalizzazione. È una scelta dei singoli imprenditori che va incoraggiata, sia perché permette alle imprese di accedere a mercati più ampi e più dinamici di quello interno, sia perché “forza” le imprese a innovare i propri prodotti e i propri processi per essere competitive. In ragione di ciò, occorre un piano governativo strutturato per stimolare le imprese a definire programmi concreti per presidiare il mercato internazionale e, nel caso la dimensione ne limiti la capacità di azione, per incentivare la costituzione di reti di imprese su attività mirate quali, per esempio, la promozione dell’offerta in mercati lontani e di particolare interesse o l’attività di service e assistenza in loco, i cui costi potrebbero essere così condivisi tra le aziende retiste.

Molto più che in altri sistemi economici, l’Italia si regge su un sistema di PMI, per lo più di proprietà e a gestione familiare, ne deriva quindi che il fattore umano sia ancor più determinante per il successo della stessa impresa.

Le nostre aziende sono competitive soprattutto grazie alle persone che vi lavorano e alle loro competenze. Se una parte importante della formazione è demandata alle imprese con l’attività di formazione continua, è fondamentale la formazione di base e, in particolare, la formazione tecnica di base, troppo spesso bistrattata e sottovalutata.

Di fronte al cambiamento dei processi produttivi, le aziende hanno bisogno di persone preparate e aggiornate secondo i nuovi contenuti del lavoro. Ciò deve avvenire sia all’interno delle imprese, per non escludere lavoratori che già vi operano, sia nelle scuole, favorendo il raggiungimento di conoscenze intermedie fra il diploma e la laurea.

Nel primo caso sono necessari interventi statali che incentivino l’aggiornamento professionale, favorendo il ricorso ai migliori docenti; nel secondo, le autorità di governo devono assolutamente lavorare al potenziamento degli Istituti tecnici superiori, guardando alle esperienze di grande successo della Germania e della Spagna. Queste sono le basi per avere un’azienda florida che cresce e si innova, perché ha sempre nuova linfa che deriva dal suo personale, giovane e meno giovane, ma comunque aggiornato rispetto alle esigenze del mercato.

In considerazione poi dell’alto tasso di disoccupazione giovanile pari al 29,3% (gennaio 2020), per facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro, dovrebbe essere prevista una sensibile riduzione del cuneo fiscale per almeno cinque anni dal momento dell’assunzione di un giovane.

Ultimo aspetto da considerare per assicurare competitività al sistema delle imprese italiane è quello della solidità finanziaria, problema riemerso in tutta la sua gravità in questi mesi. Le aziende sono state chiuse a lungo, senza poter produrre, fatturare e incassare. Il provvedimento previsto dalle autorità di governo volto a finanziare le imprese con una liquidità, garantita dallo Stato e fornita dalle banche, risulta un corretto strumento per ovviare a questo problema contingente a patto che sia reso operativo nell’immediato e sia semplificato il più possibile, liberando cioè la richiesta di finanziamento da tutti quei passaggi che allungano inutilmente le tempistiche e, eventualmente, come fatto da altri Paesi, includendo una quota di finanziamento a fondo perduto.

D’altra parte, una volta tamponata l’emergenza, non possiamo dimenticare che la solidità finanziaria è un tema critico strutturale per le imprese italiane. Come evidenziato non solo da molti studiosi, ma anche dalla crisi del 2009, le imprese industriali italiane sono tendenzialmente poco capitalizzate e questo le rende molto più fragili di fronte alle crisi, meno interessanti per i possibili finanziatori, meno capaci di investire e innovare.

Ci sono già stati dei tentativi di agire per incoraggiare la capitalizzazione delle imprese; credo vadano riconsiderati, studiati a fondo per capire il loro limitato successo e ripresi con maggiore convinzione, anche per mettere le aziende in grado di affrontare una possibile futura crisi con spalle più larghe. Una delle conseguenze della crisi globale del 2009 è stata la perdita di molte aziende, anche valide, che sono state acquisite da concorrenti stranieri per una frazione del loro valore. Non deve assolutamente più succedere!

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