CONSIGLI NON RICHIESTI/ “Da Industria 4.0 alla Pa, le mosse per salvare le imprese

- int. Marco Fortis

Mancano misure per stimolare davvero la ripresa in Italia. Le imprese sono lasciate sole nel cercare di tirarsi fuori dal pantano della crisi

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Nel mese di giugno la fiducia di consumatori e imprese è salita rispetto a maggio, ma l’Istat ieri ha fatto anche sapere che nel primo trimestre dell’anno è diminuito dell’1,6%, rispetto al trimestre precedente, il reddito delle famiglie consumatrici e che la spesa per consumi, a causa anche dell’inizio del lockdown, è scesa del 6,4%. Il ministro dell’Economia Gualtieri, che ha definito pessimistiche le previsioni del Fmi di un crollo del Pil italiano del 12,8% quest’anno, ha intanto ricordato che a luglio 16 milioni di lavoratori avranno fino a 180 euro al mese in più in busta paga, evidenziando altresì che con le misure finora approvate l’Italia ha il secondo sistema di aiuti contro la crisi da coronavirus più alto d’Europa, alle spalle della Germania. «Mi sembra che le azioni siano un po’ troppo ripiegate sul solo contenimento del disagio economico-sociale e che ci sia finora poco spazio e ben poca programmazione per quanto riguarda il rilancio della crescita. È indubbio che una qualche forma di compensazione per i disagi sia necessaria, ma non si vede nulla per far cadere il Pil meno di quanto scritto nelle peggiori stime», ci dice Marco Fortis, Direttore della Fondazione Edison e docente di Economia industriale all’Università Cattolica di Milano, commentando l’azione dell’esecutivo.

Quale sarebbe la mossa principale per rilanciare la crescita?

Non si vede nulla di concreto sulle opere pubbliche di cui tanto si parla. Senza di esse non si riuscirà ad attenuare la caduta di altri settori importanti dell’economia. Andrebbero cantierate entro un mese 15 opere, altrimenti saremo condannati senza appello alle previsioni più negative. Mi sembra purtroppo che si sia ancora prigionieri di veti incrociati, per cui il tema delle opere pubbliche è ritenuto scivoloso dal punto di vista politico. Si tratta però dell’unica arma che abbiamo per aiutare la ripresa, altrimenti non ci resta che sperare nello stellone italico.

Ovvero?

Credo che la manifattura, forte delle riforme fatte anche negli anni precedenti, potrà fornirci qualche sorpresa positiva quando ripartirà il commercio internazionale. Tuttavia c’è anche tanta manifattura che dipende dal mercato interno, che sarà molto piatto. Quindi se non si agisce, se si lanciano solo slogan e si pensa al taglio dell’Iva, resteremo lontani dalla strada per la ripresa.

Lei ha molti contatti con le rappresentanze datoriali e il mondo delle imprese. Quale urgenza avverte di più da parte loro? Cosa vorrebbero?

A parte la speranza che la Pubblica amministrazione possa pagare qualche arretrato più velocemente, la domanda di fondo è innalzare la produttività del sistema Paese. Non è infatti colpa delle imprese se la produttività è bassa, ma del suo rallentamento dovuto alla complessità per le autorizzazioni, ai rischi penali, alla confusione fiscale. Io credo che bisognerebbe approfittare della situazione attuale in cui ci sono margini sul deficit, sulle regole europee, per intervenire su queste criticità, così da sbloccare radicalmente la situazione. Mi piacerebbe poi fare un confronto con gli altri Paesi europei per vedere come si sta gestendo lo smart working nella Pa.

Perché ritiene sarebbe interessante questo confronto?

Perché con lo smart working si è elevata al cubo la lentezza già peculiare della nostra Pa. Non so immaginare quanto possa durare oggi l’iter per un’autorizzazione. Anche il sistema dei servizi privati ci mette del suo, pensiamo alle banche, per complicare la vita alle imprese che hanno magari bisogno di capire come finanziarsi, ma devono attendere settimane per un appuntamento. Questi settori sono come degli ingranaggi che se ben oliati fanno funzionare il resto della catena produttiva e commerciale. In queste condizioni, con questi rallentamenti, come si pensa possa funzionare il Paese? Anche per questo le aziende si attendono quelle riforme strutturali, che sono state anche ricordate nel Piano Colao, per rendere il Paese più attraente per gli investimenti esteri, facilitare e aumentare la patrimonializzazione delle imprese, eliminare le incertezze fiscali che oggi pendono su qualunque imprenditore in Italia, digitalizzare ed efficientare l’amministrazione pubblica. Da parte loro, però, le aziende devono fare una cosa importante.

Quale?

Dovrebbero spiegare meglio il problema della produttività, che non dipende da loro. È vero che nel lungo periodo la produttività dell’industria manifatturiera italiana è stata bassa. Ho fatto uno studio in merito, riguardante i Paesi del G7 più la Spagna, che ha preso in esame il periodo 2001-2018. Emerge questa classifica per quel che concerne il tasso medio annuo di crescita della produttività manifatturiera: Usa +2,6%, Francia e Giappone +2,4%, Spagna +2,1%, Uk +2%, Germania +1,9%, Canada +1,4%, Italia +0,8%. Siamo dunque fanalino di coda, ma se prendiamo in esame il periodo 2015-2018 la classifica cambia in questo modo: Italia +2,4%, Giappone +2,1%, Canada +1,9%, Francia +1,7%, Germania +1,6%, Spagna +0,4%, Usa -0,1%, Uk -0,2%.

A cos’è dovuta questa differenza?

Nei primi Duemila la globalizzazione ha falcidiato la nostra manifattura. Poi le misure come Industria 4.0, le decontribuzioni sulle assunzioni, il Jobs Act, hanno messo il turbo nel motore non solo della produzione industriale, ma anche della produttività. Non va dimenticato che alla fine dell’anno scorso l’Italia ha fatto registrare un surplus manifatturiero con l’estero superiore ai 100 miliardi di euro. Non abbiamo quindi un problema di produttività dell’industria che è la nostra punta di diamante, tanto meno dell’agricoltura dove abbiamo eccellenze. Occupiamoci di chi fa scendere veramente la produttività: la Pubblica amministrazione e a volte i servizi privati. Nel frattempo mettiamo le imprese nelle condizioni di investire come nel periodo 2015-18. Perché non viene rilanciata e rafforzata Industria 4.0? Potenziamo il credito d’imposta sulla ricerca, potenziamo il patent box. Facciamo in modo di attirare investitori stranieri come accaduto nell’industria farmaceutica, che nel 2019 ha fatto registrato un aumento dell’export di 5 miliardi in un anno.

Secondo lei, quanto potranno resistere le imprese in questa situazione?

Nel settore manifatturiero credo che siamo messi meglio degli altri Paesi, perché si tratta di quelle stesse imprese che hanno avuto quell’incremento di produttività negli anni recenti di cui abbiamo parlato e che l’anno scorso sono state capaci di realizzare un surplus di oltre 100 miliardi. Certo alcune hanno problemi di liquidità e non manca chi sta pagando la Cig in toto ai propri dipendenti dato che non arrivano i soldi promessi dallo Stato. Le difficoltà maggiori ci saranno nel turismo, un settore in cui avremo perdite ingenti. Purtroppo vedo che lo Stato italiano è totalmente incapace di rappresentare a livello internazionale la situazione reale del Paese, di evidenziare che ci sono ormai aree, che hanno sempre attratto turisti, che sono Covid-free. Bisognerebbe lavorare molto di più sulla comunicazione, ma anche qui noto un certo immobilismo.

E se arriverà una seconda ondata di contagi?

Se arriverà si prenderanno misure di contenimento, ma perché ipotecare la ripresa pensando che ci sarà necessariamente una seconda ondata? Ci vuole uno scatto in avanti. Altrimenti si affida alle imprese, solo a loro, la capacità di tirarsi fuori da questo pantano.

(Lorenzo Torrisi)

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