CORONAVIRUS A CHE PUNTO È?/ Non ci sarà un picco ma un’onda e meno morti della Cina

- Marco Pugliese

Il picco dell’epidemia di coronavirus sembra allontanarsi. Un’immagine sbagliata: occorre piuttosto pensare a un’onda. Mancano ancora 37 punti

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Coronavirus: militari ad un posto di blocco sul confine della zona rossa a Vo' Euganeo (LaPresse)
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Picco. Da una settimana non si parla d’altro. Raggiungiamolo, poi si vedrà la luce. Questo il mantra, ma i dati sulla epidemia da coronavirus sembrano non andare nella direzione dei desideri degli italiani. Il capo della Protezione civile Angelo Borrelli, di bollettino in bollettino, è arrivato a dichiarare che un picco ci sarà, ma tra quindici giorni.

Una gelata in primavera. Vanificati gli sforzi? Il contenimento non funziona? Domande legittime, anche perché il picco era stimato tra 18 e 20 marzo.

A tal proposito abbiamo contattato il virologo Fabrizio Pregliasco, di cui chi scrive è stato allievo all’università. Per ironia della sorte, uno degli esami sostenuti fu dedicato all’allora (era il 2003) sviluppo dell’epidemia di Sars.

Il professore stima ancora qualche periodo di contenimento ed una fase successiva abbastanza lunga (ma con meno restrizioni) per tornare alla normalità, oltre all’apertura delle scuole, non prima di maggio. Con lui abbiamo ovviamente focalizzato l’attenzione sull’ormai famigerato “picco”, chiedendogli quando sarà.

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“Più che di picco parlerei d’onda – dice Pregliasco –, anche abbastanza lunga. Dobbiamo capire la tempistica di questo ‘movimento’ dell’epidemia. Occorre tener conto che come in un incendio, i focolai possono portare ad una difficoltà di calcolo secondo i modelli classici. Per questo, più che di picco, parlerei di onda. Inoltre in alcune zone siamo in saturazione, in Lombardia ad esempio.

Dunque i modelli SIR (suscettibili, infetti, rimossi) sono obsoleti: Pregliasco lo conferma. “Sì, ritengo molto complesso il calcolo di proiezione di quest’epidemia da un punto di vista matematico, il SIR è un modello efficace ma obsoleto. Più che la classica curva gaussiana, opterei per un qualcosa di più spalmato, che ricordi l’onda”.

Gli facciamo presente di avere azzardato un modello caotico. “È più inerente – ci dice il virologo dell’Irccs di Milano –, appunto per il tracciamento delle connessioni legate alle variabili”. Con un però: questa tecnologia, ovvero Big Data e IA per la ricostruzione dei movimenti, non è disponibile. Pregliasco conferma.

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Gli chiediamo se possiamo affermare di avere una stima al ribasso dei contagi. “È plausibile – risponde –, soprattutto perché conosciamo un dato fondamentale: chi non ha sintomi può contagiare. Con l’incubazione tra i 6 e gli 8 giorni, e qualcuno arrivato all’undicesimo, i tempi si dilatano, quindi è possibile che i contagiati siano di più”.

E si comprende subito che con più contagiati torna in equilibrio la mortalità. “Vero, il dato diventa complicato da calcolare in piena epidemia, ma è inversamente proporzionale ai contagi, diminuisce se questi salgono. Sul numero incide la percentuale di popolazione anziana: l’Italia è il secondo paese più vecchio al mondo dopo il Giappone. Il Covid–19 comunque, vorrei ribadirlo, non è influenza ma una patologia che può dare origine a polmonite più frequentemente delle normali influenze, ferme a 30 polmoniti annuali a fronte di 8 milioni di contagi” conclude il professore.

Prima di congedare Pregliasco ci siamo concentrati sulla comunicazione dei dati. Il bollettino diramato quotidianamente punta troppo sul dato di giornata, senza contestualizzare lo storico. Questo aspetto ci lascia concordi: forse la modalità a bollettino si potrebbe evitare e decontestualizzare i dati sarebbe più consono al contesto.

L’incremento dei contagi, secondo il nostro modello, fotografa (su dati reali, come spiegato qui) l’incremento su dato reale e vede l’Italia a 37 punti percentuali da quello zero che indica l’onda che dovrebbe portarci fuori dalla zona rossa.

Gli oltre 600 decessi di oggi (ieri, ndr) hanno evidenziato una tendenza paradossalmente legata al periodo precedente le misure di contenimento, ma il numero non torna nel rapporto di comparazione con i dati cinesi, corretti nella forma ma forse non nella sostanza, di fatto riproporzionati. I numeri italiani non sembrano coerenti con quella linea “piatta” intrapresa fino alla giornata di ieri.

In pratica il dato italiano, se confrontato a quello cinese, “sballa”. Un problema di modelli o di approccio al virus? I dati cinesi sono coerenti, perché – come spiegavamo in tempi non sospetti – a noi qualcosa non tornava già allora.

Oggi quindi possiamo calcolare una soglia di abbassamento della mortalità in virtù di un logico aumento dei contagi, “dovuto” alla larghissima fetta di chi non è stato “tamponato”. Sarebbe interessante sentire il parere del team di analisti matematici in seno alla task force governativa.

Questo dato risulta fondamentale, come quello inerente le terapie intensive, 5.400 posti saliti a 8mila e stiamo ancora crescendo. Una speranza solida nel buio dei dati che i modelli matematici non riescono a focalizzare e proiettare.

In ogni caso un rallentamento “a scaglioni” è in atto. Un dato fondamentale che permette di mettere in sicurezza più vite.

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