CORONAVIRUS ATTACCA ANCHE IL CUORE/ Il cardiologo “a rischio pure senza polmonite”

- int. Felice Achilli

Coronavirus può danneggiare il cuore, anche se non emergono problemi polmonari. Ce ne parla il professor Felice Achilli, responsabile dipartimento cardiologia AO San Gerardo di Monza-Desio

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Lotta al coronavirus in terapia intensiva (LaPresse)

Il coronavirus può attaccare anche il cuore? Sono ormai diversi i casi di pazienti con un elettrocardiogramma anomalo e i sintomi di un infarto, niente che inizialmente faccia pensare al Covid-19, patologia che però poi viene confermata dall’esito del tampone. Uno di questi casi è italiano ed è stato descritto su Jama Cardiology da un team di medici guidati dal professor Marco Metra, cardiologo degli Spedali Civili di Brescia. Una donna di 53 anni, che è sempre stata in buona salute, arriva in ospedale dopo aver accusato un grave affaticamenti nei due giorni precedenti. Ha poca febbre, un po’ di tosse e dolore toracico, ma la saturazione dell’ossigeno è nella norma.

I risultati delle radiografie ai polmoni sono irrilevanti. L’elettrocardiogramma mostra segni di un infarto o comunque di un evento cardiaco. Nessuna polmonite da Covid-19, per intenderci. Nel sangue ci sono però alti livello di troponina, quindi il muscolo cardiaco ha subito un danno. La coronografia esclude l’infarto, la risonanza magnetica diagnostica la miocardite acuta con versamento pericardico. Nel frattempo arriva il tampone a cui era stata sottoposta poco dopo il ricovero: positiva a Sars-CoV-2, il virus responsabile del Covid-19.

Questo non è l’unico caso: in tutto il mondo si susseguono segnalazioni. Della relazione tra il coronavirus e il cuore, dei danni che il Covid-19 può provocare da questo punto di vista, abbiamo parlato col professor Felice Achilli, responsabile del dipartimento di cardiologia dell’AO San Gerardo di Monza-Desio, che già nei giorni scorsi ci ha parlato dell’emergenza coronavirus, spiegandoci come sta vivendo questa situazione inedita.

Ai cardiopatici si consiglia di attuare tutte le misure igieniche e di stile di vita che riducono la probabilità di contrarre il virus. Perché sono più vulnerabili? Lo stesso vale anche per le sindromi influenzali più comuni?

Certamente, i dati di mortalità della pandemia dicono che la maggior parte dei pazienti deceduti avevano diverse comorbidità, cioè patologie associate: tra queste le più frequenti sono l’ipertensione, la cardiopatia ischemica, il diabete, l’insufficienza renale, etc. Quindi questi pazienti sono più a rischio di complicanze quando contraggono il virus, e devono prestare più attenzione. Analogamente avviene durante le epidemie influenzali comuni, per questo si consiglia ai pazienti cardiopatici di vaccinarsi.

Una donna di Brescia positiva al coronavirus, secondo quanto descritto in un recente studio su Jama Cardiology, ha sviluppato inizialmente solo problemi al cuore, pur senza avere patologie pregresse. È semplicemente un caso raro o è possibile sviluppare problemi cardiaci senza infezioni ai polmoni e malattie preesistenti?

È dimostrato ormai che il Covid-19 può determinare patologie cardiache, anche in assenza (o perlomeno in presenza di forme meno gravi) di coinvolgimento polmonare. Per esempio può determinare sindromi coronariche, miocarditi e/o aritmie.

La letteratura medica sui virus respiratori riporta un legame tra infezioni e complicanze al sistema cardiocircolatorio, come aritmie e insufficienza cardiaca. Gli effetti e le complicanze del coronavirus sono secondo lei è un’ulteriore prova?

Come detto l’infezione può determinare danni diretti a livello del sistema cardiovascolare, ma in generale è ormai accertato che il Covid-19 è in grado di aumentare il rischio trombotico, motivo per cui oggi è accettata la necessità di trattare i pazienti con eparina per la profilassi di queste complicanze.

La paziente di Brescia oggetto di studio aveva nel sangue alti livelli di troponina. Questa proteina ha valore diagnostico e, quindi, può essere utile per capire se c’è anche un interessamento cardiaco, non solo polmonare?

Certamente, il dosaggio delle Troponina (enzima che indica specifico danno miocardico) deve far parte della serie di esami necessari per l’inquadramento del paziente, anche se il dato clinico dominante è quello polmonare.

In ospedale potrebbero arrivare pazienti senza i sintomi tipici del coronavirus ma con quelli di un problema al cuore. A livello di sicurezza cambia qualcosa per gli operatori sanitari o in questa fase vengono tutti trattati con le necessarie precauzioni?

Anche in questo momento difficile, i pazienti che hanno polmonite da Covid-19 e contemporaneamente un’emergenza cardiovascolare vengono trattati secondo le indicazioni e gli standard internazionali. Le precauzioni sono relative a garantire percorsi “puliti” ai pazienti non infetti eda riservare spazi definiti per pazienti infetti. Per esempio nel mio ospedale abbiamo due sale di Emodinamica una Covid-19 ed un’altra per trattare i pazienti con infarto.

Infine, una considerazione su un tema molto dibattuto con l’Istituto superiore di sanità. Considerando anche l’aspetto dei possibili effetti del coronavirus sul cuore, secondo lei ha ancora senso fare una distinzione tra pazienti morti con coronavirus o per coronavirus? Che idea si è fatto su questa polemica?

La distinzione mi sembra più filosofica che reale. L’infezione da Covid-19 determina quadri clinici severi, soprattutto a livello polmonare, ma espone il paziente a condizioni – come ipossia severa, shock, eventi tromboembolici etc – che inducono complicanze che abitualmente non vediamo con la stessa frequenza nelle altre infezioni virali. Se avessimo avuto una normale influenza, non avremmo avuto tutti questi decessi.

(Silvana Palazzo)



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