CORONAVIRUS, CASO LOMBARDIA/ “Così il Veneto ha fermato contagi e morti”

- int. Rosario Rizzuto

In Veneto la sorveglianza attiva con i tamponi ha aiutato a scovare gli asintomatici e i probabili diffusori del coronavirus. Il prossimo fronte? Le case di riposo

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Reparto di terapia intensiva (LaPresse)
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“Vi prego di cuore. I risultati si vedono. Il contagio infatti accelera meno ma comunque c’è. Questo fenomeno resta una tragedia”. I contagiati salgono a quota 7.497 (+295 rispetto alla rilevazione di ieri sera), ma ci sono soltanto 5 vittime (contro le 21 delle stesse ore di giovedì). I decessi complessivi salgono purtroppo a 313. In terapia intensiva si trovano 338 pazienti (+2 su ieri)​ e 18.895 in isolamento (17.159 ieri). A livello territoriale l’incremento maggiore e più preoccupante riguarda il cluster di Verona: +111 casi per un totale di 1.645 positivi al virus. Lo ha annunciato il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, nel consueto punto stampa sull’emergenza coronavirus, aggiungendo: “La prossima settimana sarà impegnativa. Le scuole probabilmente non apriranno più per quest’anno scolastico”. Intanto la curva dei contagi rallenta e i numeri sui pazienti in isolamento “dà la misura del grande lavoro che stiamo facendo, l’effetto-tamponi”. Come va interpretata questa dinamica? Lo abbiamo chiesto al professor Rosario Rizzuto, medico e rettore dell’Università di Padova.

Il Veneto, pur avendo ospitato uno dei primissimi focolai, quello di Vo’ Euganeo, oggi presenta un tasso di letalità molto inferiore rispetto alla Lombardia. Perché?

Vari fattori hanno reso l’impatto, pur drammatico, meno drammatico. Sin dall’inizio dell’emergenza sono stati perseguiti due obiettivi. Innanzitutto, avere organizzato gli ospedali, soprattutto quello di Padova che ha ricevuto i casi più numerosi, con una separazione netta degli accessi per far sì che i pazienti potenzialmente Covid-19 non entrassero nel percorso abituale dell’ospedale. Una cautela che ha dato i suoi risultati.

E la seconda accortezza?

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La sorveglianza attiva. Siamo andati a cercare quanti più positivi possibili fra i contatti, le persone che vivono in famiglia e non solo, asciugando quella base di trasmettitori inconsapevoli che credo siano un fattore moltiplicativo enorme. A Vo’, all’inizio, quando è stata testata la popolazione, i positivi erano il 3%, ma c’era un bacino di trasmettitori potenziali che sono stati fermati. Tanto che, 15 giorni dopo, quando è stato effettuato un nuovo test sulla popolazione i positivi erano crollati allo 0,3%. La sorveglianza attiva “aggressiva” credo sia stata decisiva. Così, quando sono arrivate per tutti le misure sul distanziamento sociale, l’espansione dell’infezione era già meno grave.

Il Veneto ha puntato con decisione sull’utilizzo dei tamponi per cercare di scovare i pazienti asintomatici. Il problema degli asintomatici o dei positivi ignoti è stato troppo sottovalutato? E lo è ancora oggi?

Stiamo tutti imparando a contrastare il coronavirus. Criticare chi ha agito diversamente in questo momento è ingeneroso, perché abbiamo imparato strada facendo la contagiosità così violenta da parte di una popolazione così vasta di paucisintomatici. A posteriori si può dire che quanto più si è aggressivi sull’identificazione di trasmettitori paucisintomatici tanto più si hanno possibilità di successo.

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La strategia adottata in Veneto può essere presa a modello per mettere in sicurezza altre Regioni che sono ancora “sane” o con popolazioni infette molto basse?

Credo proprio di sì. Occorre da subito esplorare i dintorni dei sintomatici diagnosticati per trovare chi vicino ad essi può essere un trasmettitore inconsapevole. E poi bisogna stare a casa: nulla può sostituire questo comportamento straordinario, che il nostro paese sta vivendo con grande senso di responsabilità. Ma ci sono persone che non possono non circolare, perché di loro abbiamo bisogno: medici, personale sanitario, forze dell’ordine, cassiere dei supermercati, lavoratori dei servizi e dei settori essenziali. Andare a verificare e isolare i potenziali affetti o contagiati mette in sicurezza loro e tutti gli altri. Quindi, sorveglianza attiva e campionamento più ampio rispetto a quello dedicato solo a chi entra in ospedale è una strategia in questo momento assolutamente importante.

Mercoledì però in Veneto è stata la giornata più nera dall’inizio dell’emergenza. Come si spiega questa evoluzione non lineare? Perché il virus può rialzare all’improvviso la testa?

Mi soffermo su tre numeri: i contagiati aumentano e questo non è un male, anzi vuol dire che stiamo andando a scovare sempre più persone che potrebbero trasmettere la malattia. Il secondo numero sono i decessi: credo che stiamo fotografando la situazione di due settimane fa, in piena fase di ascesa dell’epidemia. Il percorso clinico di questa malattia in alcuni soggetti fragili ha un decorso molto rapido, in altri soggetti costringe a un lungo ricovero in terapia intensiva, da dove fortunatamente un numero crescente ne esce, ma c’è chi non ce la fa e muore dopo diversi giorni.

Perché succede questo?

Il virus è aggressivo, non lo si elimina rapidamente e davanti all’infiammazione i nostri sistemi di difesa, che sono potenti ma se esagerano diventano potenzialmente dannosi, rispondono con sempre maggiore forza, s’innesca un circolo vizioso contro il quale il paziente, non riuscendo a eliminare l’infezione, soccombe. E succede dopo diversi giorni di ospedalizzazione.

Prima accennava a tre numeri. Qual è il terzo numero a cui guarda?

Dobbiamo aumentare la sorveglianza attiva nelle case di riposo. Perché molti casi riguardano proprio queste strutture dove si trovano a vivere assieme tanti soggetti più esposti e vulnerabili alla malattia. Bisogna far sì che non siano esposti al contagio, altrimenti rischia proprio lì di esplodere.

Secondo l’Oms dovremmo avere il picco questa settimana. Secondo lei?

Tutti disegnano la propria curva, ma se andiamo a ritroso fino a quando sono iniziate le misure forti di contenimento, dovremmo arrivare questo fine settimana-inizio della prossima a vedere un rallentamento e poi una discesa. Ma ci sono ancora tanti fattori di incertezza. La mia aspettativa, guardando gli ingressi in terapia intensiva e le ospedalizzazioni, è che l’infezione non sia più su una curva di crescita esponenziale.

Come si spiega la virulenza del focolaio nelle province di Bergamo e Brescia?

Hanno influito le dimensioni maggiori, la densità di popolazione e il fatto che sono aree che hanno una molto fitta attività imprenditoriale con scambi continui. Dalla nostra esperienza abbiamo imparato che questo Covid-19 è una malattia molto difficile da affrontare, perché a trasmetterla sono soprattutto gli asintomatici o i paucisintomatici. È come una piramide.

Che intende dire?

Noi vediamo e soffriamo per la punta, i pazienti in terapia intensiva e i deceduti. Ma sotto ci sono quelli che presentano i sintomi e vengono ospedalizzati; ancora più sotto quelli che hanno sintomi così modesti che si curano in casa come fosse una banale influenza; infine, c’è la base, formata da quelli che non presentano sintomi. Man mano che si scende verso il basso i numeri diventano via via sempre più grandi. O noi riusciamo a identificarli e bloccarli, perché le due azioni devono avvenire simultaneamente, oppure inevitabilmente questa piramide si allarga e sale.

A livello nazionale sono state adottate misure anti-contagio efficaci?

I numeri già ci dicono che le misure funzionano. Anzi, sono convinto che l’Italia ha saputo reagire molto più rapidamente delle altre nazioni e spero che questo ci aiuti a uscire prima dal tunnel. Anche perché è impossibile, in queste condizioni, replicare su tutto il territorio nazionale il modello di Vo’ Euganeo, che è stato molto drastico.

Il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, ha detto che in Italia molto probabilmente circolano persone infette pari almeno a 10 volte quelle ogni giorno censite. Secondo lei, quale potrebbe essere la dimensione reale dei contagiati?

La penso così da tempo. Se si riserva il tampone solo a coloro che arrivano in ospedale con sintomi significativi, è chiaro che si prende solo una piccola frazione dei contagiati.

Contro il Covid-19 non c’è ancora un farmaco anti-virale, ma il Veneto ha chiesto di poter sperimentare l’Avigan, un anti-influenzale giapponese. Perché?

Nei nostri ospedali si sta investendo su farmaci che offrono già delle evidenze, se ne stanno sperimentando sei, dal Tocilizumab al Remdesivir, e non mi concentrerei troppo sull’Avigan. Comunque, di fronte a un’emergenza sanitaria di queste proporzioni, non è sbagliato verificare i farmaci per i quali forse vi è qualche indicazione di efficacia.

Dopo le immagini circolate in Rete del Tgr Leonardo sul supervirus creato dai cinesi in laboratorio nel 2015, gli scienziati si sono giustamente affrettati a dire che non c’entrano nulla con il Covid-19. Ma la domanda resta: è una pratica che in Cina continua ancora oggi? E non è troppo pericoloso “giocare” con i virus?

Premesso che bisognerebbe disporre di maggiori elementi, la sperimentazione aiuta a comprendere quanto un virus sia pericoloso allo scopo di poterlo poi annientare. Altrimenti da noi nessun comitato etico mai approverebbe una ricerca che non fosse finalizzata alla comprensione dei meccanismi di infettività o di dannosità per poter approdare a una cura. A tal fine bisogna utilizzare, far crescere e studiare in laboratorio microrganismi pericolosi, ma tutto va fatto in condizioni di massima sicurezza e massimo contenimento. Anche il coronavirus va maneggiato e compreso nei dettagli, perché se non capiamo, non possiamo combatterlo.

(Marco Biscella)

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