“Coronavirus creato in laboratorio, ecco le prove”/ Sul WSJ: “C’è impronta genetica”

- Silvana Palazzo

Origine Covid, due scienziati affermano di avere le prove sull’origine non naturale: “Coronavirus creato in laboratorio, c’è una impronta genetica”, scrivono sul Wall Street Journal

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Coronavirus (Foto: Pixabay)

L’ipotesi che la pandemia Covid sia stata scatenata dalla “fuga” del coronavirus dall’Istituto di virologia di Wuhan finora si è basata su prove circostanziali, anche perché la Cina è riluttante a rilasciare informazioni significative e quindi non è possibile condurre un’indagine trasparente sull’origine Covid. Ma l’indizio più convincente arriva dalla scienza, cioè dalla impronta genetica di Sars-CoV-2. Lo spiegano gli scienziati Steven Quay, fondatore della Atossa Therapeutics, e Richard Muller, professore emerito di fisica a Berkley ed ex scienziato senior alla Lawrence Berkeley National Laboratory sulle colonne del Wall Street Journal, partendo da una premessa. Negli esperimenti di gain-of-function un microbiologo può aumentare enormemente la letalità di un coronavirus impiantando una sequenza speciale nel suo genoma, in una posizione privilegiata e senza lasciare traccia della manipolazione. Ma così altera la proteina spike del virus, per il quale diventa più facile iniettare materiale genetico nelle cellule umane.

I due scienziati spiegano poi che dal 1992 sono stati condotti almeno 11 esperimenti separati che hanno aggiunto una sequenza speciale nella stessa posizione. “Il risultato finale è sempre stato un virus sovralimentato”, scrivono. Visto che il genoma è un codice composto da “parole” di tre lettere, 64 in totale, che rappresentano 20 diversi amminoacidi, con gli esperimenti di gain-of-function possono essere inserite altre sequenze. Dunque, secondo i due scienziati non c’è stata ricombinazione in Sars-CoV-2.

“CORONAVIRUS CREATO IN LABORATORIO”

Hanno notato, infatti, che nella sequenza c’è CGG-CGG (nota come doppio CGG), che ha il compito di “dire” alla fabbrica di proteine di produrre due amminoacidi arginino in fila. Ma raramente appare nella classe dei coronavirus che possono ricombinarsi con Sars-CoV-2. Sarebbe questa “l’impronta umana”, la prova della manipolazione, secondo Steven Quay e Richard Muller. “La sequenza di inserimento scelta è il doppio CGG, perché è facilmente disponibile e conveniente, e gli scienziati hanno una grande esperienza nell’inserirla”. Un altro vantaggio rispetto alle altre 35 scelte possibili è che permette agli scienziati di seguire l’inserimento in laboratorio. “È questa esatta sequenza che appare nel CoV-2”. Per i due scienziati, dunque, coloro che sostengono l’origine zoonotica (naturale, ndr) del coronavirus devono allora spiegare il motivo per il quale Sars-CoV-2, quando è mutato o ricombinato, ha scelto proprio la combinazione meno preferita, il doppio CGG. “Perché ha replicato la scelta che i ricercatori del laboratorio di gain-of-function avrebbero fatto?”.

“COMBINAZIONE RARA E INNATURALE”

Per Steven Quay e Richard Muller potrebbe essere accaduto casualmente, con le mutazioni. Ma ritengono che sia strano il fatto che il coronavirus, con tutte le possibilità casuali, ha optato proprio per la combinazione rara e innaturale usata dagli scienziati. Ciò “implica che la teoria principale per l’origine del coronavirus deve essere la fuga dal laboratorio”, scrivono sul Wall Street Journal. Inoltre, fanno notare che Shi Zhengli e i colleghi dell’Istituto di virologia di Wuhan, quando hanno pubblicato nel 2020 il genoma parziale di Sars-CoV-2, hanno omesso ogni menzione su questa sequenza speciale che sovralimenta il coronavirus o la presenza del doppio CGG. “Eppure l’impronta digitale è facilmente identificabile nei dati che accompagnavano il documento. È stato omesso nella speranza che nessuno notasse questa prova dell’origine gain-of-function?”, si chiedono ora i due scienziati. Ma questa non è neppure l’unica prova. I due scienziati fanno riferimento alla differenza genetica tra Sars-CoV-2 rispetto a Sars e Mers.

“EVOLUZIONE NATURALE SIMULATA”

Ad esempio, questi ultimi due virus si sono evoluti rapidamente durante la loro diffusione tra la popolazione umana fino ad arrivare alla forma più contagiosa, invece il Covid è apparso già in una versione estremamente contagiosa. Non c’è stato nessun “miglioramento” virale fino a quando non abbiamo conosciuto la variante inglese. Non ci sono precedenti, spiegano Steven Quay e Richard Muller sul WSJ, riguardo una ottimizzazione così precoce, anzi potrebbe esserci stato un lungo periodo di adattamento che ha preceduto la diffusione pubblica. “La scienza conosce solo un modo in cui ciò potrebbe essere ottenuto: un’evoluzione naturale simulata, facendo crescere il virus su cellule umane fino a raggiungere l’optimum”. E questo è ciò che viene fatto negli esperimenti di gain-of-function.

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