CORONAVIRUS E DECRETI/ Il vero errore nascosto negli ultimi provvedimenti del governo

- Giulio M. Salerno

I Dpcm adottati nell’emergenza coronavirus non rispettano i principi costituzionali per i provvedimenti d’urgenza. Non si tratta di regole meramente formali

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Il premier Giuseppe Conte a Palazzo Chigi (LaPresse)

Si può governare l’emergenza in solitudine? L’esperienza dimostra che nelle situazioni di crisi il potere si concentra inevitabilmente nelle mani di pochi. Perché così le decisioni si adottano più velocemente. Perché la catena di comando è più diretta. Perché minore è il grado di resistenza del sistema. E così sta avvenendo anche in Italia, dove il Presidente del Consiglio ha assunto il compito di dettare le disposizioni emergenziali anti-coronavirus.

A dispetto della Costituzione, aggiungiamo, perché la Costituzione è assai chiara sul punto, come peraltro in questi giorni qualcuno si affanna a ripetere. La Costituzione prescrive che “nei casi straordinari di necessità ed urgenza” spetta al Governo tutto assumersi la responsabilità di adottare un particolare provvedimento, il decreto-legge, dotato di un’efficacia temporanea e provvisoria di soli sessanta giorni. Tale atto va preventivamente sottoposto all’emanazione del Capo dello Stato. Deve essere immediatamente pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, ed altrettanto repentinamente presentato in Parlamento. Le Camere devono essere rapidamente ed appositamente convocate, potendo approvare il provvedimento governativo, convertendolo così in legge, oppure, in caso di mancata approvazione, determinandone la perdita totale e retroattiva di efficacia, facendone cioè venire meno anche gli effetti già prodotti.

Invece si è scelta una strada del tutto diversa, quella dei Dpcm, che in nulla rispettano i principi posti dalla Costituzione per i provvedimenti d’urgenza. Per di più, la strategia comunicativa ripetutamente adottata ne ha aggravato la dimensione autocratica, per non parlare dei tanti dubbi e problemi applicativi. Questi atti hanno sinora goduto di diffusa effettività, cioè, pur trattandosi di atti palesemente illegittimi, sono stati osservati dalla maggior parte della collettività come se fossero validamente adottati.

Sinora le critiche a questo meccanismo extra ordinem sono state considerate con qualche fastidio anche da una parte degli stessi esperti: innanzi al dramma delle decine di migliaia di persone vittime del contagio, davanti alla morte che funesta città e paesi, cosa mai può interessarci della “forma” in cui è esercitato il potere di emergenza?

Tuttavia i giuristi conoscono bene il funzionamento del principio di effettività: esso consente di sanare in via di fatto i vizi degli atti pubblici, anche i più gravi difetti. Ma quando, per qualunque motivo, l’effettività viene meno, il castello crolla, e il disordine sociale si riappropria rapidamente di ogni spazio, impedendo anche agli stessi poteri legittimi lo svolgimento della loro funzione essenziale: regolare il pacifico e ordinato svolgimento della vita associata.

Ed allora è interesse comune assicurarsi che anche nelle condizioni di crisi, soprattutto in una situazione così dirompente come l’attuale, il potere sia esercitato nel rispetto dei limiti previsti dalla Costituzione, e ciò proprio a garanzia della pacifica e ordinata convivenza.

Sino a quando alla solitudine del potere di emergenza, comunque esso sia stato acquisito, si accompagnerà la fiducia collettiva nel leader del momento, nulla quaestio. Ma quando alla solitudine si accompagnerà la diffusa delegittimazione del governante, il pericolo del caos sarà dietro l’angolo. In democrazia, soprattutto, la legittimazione del potere si mantiene a condizione che si rispetti l’equilibrata ripartizione dei compiti e delle responsabilità non solo tra le istituzioni, ma anche tra queste e le forze politiche, economiche e sociali.

In queste ultime ore la delegittimazione appare montante: le singole Regioni si organizzano in autonomia e decidono regole differenziate da quelle nazionali; le forze sindacali protestano vivacemente, attuano scioperi locali e minacciano l’arma più grave, lo sciopero nazionale; le forze datoriali e delle professioni manifestano con veemenza le loro critiche; il mondo dell’informazione appare palesemente scontento delle distorsioni presenti nelle prassi comunicative; i cittadini sono sempre più spaesati innanzi al moltiplicarsi di annunci, di regole differenziate e di provvedimenti restrittivi di cui non si comprende davvero l’effettiva giustificazione; i costituzionalisti lanciano vibrati appelli al Capo dello Stato affinché sia ripristinata la legalità costituzionale.

Per riacquistare legittimazione, c’è una sola via: tornare sulla retta via della Costituzione e rinunciare al potere solitario. Non basta, come risulta dall’ultimo Dpcm, decentrare alcune delicate competenze al ministero dello Sviluppo economico o ai singoli prefetti. Il primo potrà modificare, a sua discrezione, la tabella che stabilisce le attività economiche esentate dalla chiusura; i secondi potranno autorizzare localmente la deroga rispetto ai divieti nazionali, là dove ritengano, in piena autonomia, che specifiche attività economiche siano “di rilevanza strategica per l’economia nazionale”. Anzi, si tratta di attribuzioni di poteri che, mancando ogni limite e qualunque condizione, stridono ancor di più con la vigente Costituzione.

Gli appelli alla scienza e alla coscienza non bastano. Senza realizzare una vera condivisione istituzionale, sociale ed economica, la crisi sanitaria travolgerà tutti, a partire da coloro che hanno preteso di affrontarla da soli.

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