CORONAVIRUS E DECRETI/ Quella democrazia “sospesa” che non piace alla Costituzione

- Giulio M. Salerno

La sfida al coronavirus non può comportare il sacrificio della democrazia ed è sbagliato dire che è come essere in guerra. Una logica da respingere

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L'aula del Senato (LaPresse)
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Una convinzione sbagliata si sta insinuando nelle nostre menti: la sfida epocale del coronavirus comporta il sacrificio, più o meno temporaneo o provvisorio, della democrazia. Ovviamente, parliamo della democrazia vera, quella fondata sulla libertà, sull’eguaglianza e sulla solidarietà. Insomma, i principi democratici si ritengono superabili, o quanto meno derogabili, in nome della salvezza delle nostre vite. Si parla di “salus rei publicae”, di un bene comune che andrebbe protetto ad ogni costo. Privarci oggi di una parte della nostra democrazia, si dice, sarebbe inevitabile, proprio per poterla pienamente riacquistare quando questa straordinaria emergenza sarà passata. Ma tutto dimostra che così non è, e che quest’idea è estremamente pericolosa.

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Innanzitutto, la nostra democrazia ha gli strumenti per affrontare le emergenze, senza dover ricorrere ad alcun regime di eccezione. E difatti, dopo l’iniziale sbandata del primo decreto-legge, con l’ultimo decreto-legge si è corretto il tiro, seppure ancora parzialmente. Insomma, assegnare poteri assoluti ad un uomo solo al comando non è inevitabile. Anzi, nei fatti è controproducente. La crisi sanitaria ci ha colto impreparati ed era – e continua ad essere – probabile commettere errori. Come noto, sono stati commessi alcuni sbagli, con conseguenze talora gravissime. Ma, se ammettere i propri errori e tornare sui propri passi è difficile per chiunque, è ancor più difficile per chi pretenda di assumere ed esercitare pieni poteri.

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L’autocrazia del potere conduce all’irrigidimento e all’isolamento, e dunque a proseguire negli sbagli con esiti ancor più pericolosi per la collettività. Soltanto il rispetto della ripartizione dei compiti tra gli organi costituzionali e tra i livelli di governo, con la rispettiva assunzione di responsabilità secondo le regole democratiche, può assicurare risposte complessivamente efficaci. Soltanto l’osservanza delle fondamentalissime garanzie stabilite dalla Costituzione a tutela dei nostri diritti di libertà, può evitare che decisioni motivate da pur evidentissime ragioni di emergenza si trasformino in soprusi che renderebbero inaccettabili i sacrifici imposti e indurrebbero alla violazione delle misure imposte.

Anche la brevissima esperienza di questi giorni ci dice che nessun potere può raggiungere i suoi obiettivi – neppure quelli davvero benefici per la collettività – senza sollecitare il concorso fattivo, ideale e materiale, delle forze responsabili che sono presenti nelle istituzioni e della società.

Comunque la si pensi sulle strategie adottate e da adottare, qualunque decisione può essere portata ad effetto solo se trova sufficiente e diffuso consenso. Tanto più nelle presenti condizioni operative, informative e tecnologiche, anche nelle situazioni di emergenza è del tutto vano pretendere di rinchiudere i processi decisionali nei ristretti recinti del governo e di alcune strutture tecnico-scientifiche. Senza condivisione pubblica, istituzionale, trasparente e pienamente “democratica” delle scelte adottate, nessun appello al senso di responsabilità potrà mai bastare. Neppure lo stesso richiamo al terribile numero delle vittime può far presa sulla coscienza individuale, senza la sufficiente convinzione del beneficio pubblico che consegue al sacrificio imposto.

Dunque, è assolutamente improprio parlare di democrazia sospesa e di “guerra”. Anche perché, solo evocando queste formule, è facile scivolare nell’inaccettabile conseguenza di considerare “nemico” chiunque intenda legittimamente svolgere quelle essenziali funzioni di critica e di proposta, che, come si è già detto, sono indispensabili proprio per promuovere l’adozione di diverse, migliori o più efficaci politiche di contrasto al contagio. Ad esempio, se si fosse rimasti fermi all’iniziale proposta governativa sullo scostamento di bilancio, sarebbe stato possibile fare ben poco sul versante dell’economia e della produzione.

Occorrerà, poi, mantenere alta la guardia anche quando, una volta terminata la fase più acuta dell’emergenza, si intenderanno stabilire misure derogatorie e restrittive per così dire “a regime”. Quasi che la permanente latenza di un’emergenza in potenza fosse capace di costringere per sempre principi, regole e garanzie costituzionali. La costituzione materiale dell’emergenza diverrebbe la “vera” costituzione. Il potere dell’emergenza si trasformerebbe in potere costituente autolegittimatosi, bonne à tout faire.

La logica della “guerra” ingabbia lo sguardo dei decisori pubblici, consente arbitrii e prevaricazioni, rinfocola rancori e odi, e può sovvertire le stesse fondamenta della Repubblica. Anche in questa situazione così straordinaria, quindi, è nostro comune interesse operare con gli strumenti della democrazia e nel rispetto delle garanzie offerte della democrazia. Proprio per proteggere efficacemente le nostre vite. Respingere la logica della guerra è un dovere repubblicano.

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