CORONAVIRUS E FINANZA/ Le scelte di Usa e Cina regalano ossigeno all’Italia

- Ugo Bertone

La risposta finanziaria di Cina e Stati Uniti al coronavirus rappresenta una boccata d’ossigeno per l’Italia da non sprecare

I leader cinese e americano
Donald Trump con Xi Jinping (LaPresse)

S&P Global Ratings ha ridotto le sue stime sulla crescita economica in Cina quest’anno al 5% rispetto al 5,7% precedente, citando l’impatto dell’epidemia di coronavirus. Ma l’agenzia di rating ha detto di prevedere una ripresa della crescita nel 2021 al 6,4%.  Reuters scrive che il Pil cinese del primo trimestre potrebbe frenare a +2%, ma se il contagio dovesse fermarsi il rimbalzo che seguirebbe potrebbe portare a una crescita annuale solo marginalmente più bassa di quella stimata fino a qualche mese fa. 

In sintesi, i mercati si attendono una contrazione rapida e robusta cui farà seguito però una reazione altrettanto vigorosa. A meno che, caso per ora improbabile, si manifestino focolai della malattia anche in Occidente. Se, al contrario, l’azione delle autorità sanitarie riuscirà a contenere la marcia del contagio, i motori dell’economia torneranno presto a ruggire a pieno regime. Nel frattempo, possiamo prender atto di alcune realtà emerse in queste settimane di crisi.

Innanzitutto impressiona la rapidità della risposta finanziaria alla crisi. Non è ancora pronto un bilancio dei danni inferti dal coronavirus al ciclo di produzione del valore dell’economia, ma già è scattata la reazione del mercato. Non sappiano, in altri termini, quale sia stato e sarà il futuro il costo imposto dalla caduta delle forniture per l’auto o per l’elettrica, ma la risposta della finanza è già partita. Anzi, in soli 13 giorni sono stati annullati gli effetti della crisi sui listini nonostante i danni all’economia reale, dal petrolio alle forniture di materiali preziosi e rari. Certo, lo shock sui servizi (il turismo, ad esempio) minaccia di essere più violento. La finanza però si è rivelata quasi impermeabile: dal ribasso del 15% ai tempi della Sars si è passati al 3% di oggi e dai quattro mesi di discesa di allora a meno di tre settimane.

Tra le spiegazioni del fenomeno spicca la volontà dei governi e delle autorità monetarie ben decisi, in Usa come in Cina, a non permettere che la recessione rubi spazio al consenso dei leader: Trump, uscito vincitore dall’impeachment ma anche sul fronte dei dazi, ha tutto l’interesse a capitalizzare i vantaggi di una stagione quasi irripetibile. E al proposito prepara il colpo da knock out: una riforma fiscale destinata ai ceti medi con nuovi tagli allo stato sociale. Anche il nemico Xi, in evidente difficoltà per i ritardi e le censure di fronte all’epidemia, mira al riscatto con un forte impiego di stimoli monetari e sgravi fiscali che, una volta passata la fase più acuta, potrebbero addolcire la pillola dopo la quarantena.

Si può ragionevolmente pensare che la risposta monetaria (e, nel caso, fiscale) all’epidemia sarà per il mercato azionario più importante del danno che gli potrà derivare da una contrazione di vendite e margini. E il resto nel mondo non potrà far altro che adeguarsi alle scelte dei due Grandi. Si allarga così una finestra espansiva che potrebbe fornire prezioso ossigeno alla crescita. Purché, una volta tanto, la congiuntura favorevole non spinga gli italiani a fare più debiti, come puntualmente avviene quando non morde l’emergenza.

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