CORONAVIRUS E FINANZA/ L’Italia e il dopo: c’è una banca centrale pronta ad aiutarla

- Marco Pugliese

Per affrontare il dopo-coronavirus l’Italia dovrebbe chiedere di sospendere il Patto di stabilità. E finanziare i suoi progetti con la Banca centrale dei Brics. Washington permettendo

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Palazzo Chigi (LaPresse)
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“Andrebbe sospeso il Patto di stabilità e crescita. Con l’emergenza che sta attraversando, non puoi dire all’Italia: ‘No, non puoi costruire gli ospedali perché sfori sul bilancio’. Questa è una questione di vita o di morte per molti italiani. Non puoi mettere a rischio gli italiani solo per difendere delle regole che, tra l’altro, non hanno mai avuto giustificazioni economiche. Sono arbitrarie. Che qualcuno debba addirittura morire per rispettare questi numeri mi sembra davvero eccessivo”.

Non lo afferma uno qualunque. Joseph Stiglitz pensa che il Covid-19 ci consegnerà una crisi economica anche peggiore di quella del 2008 e suggerisce “libertà di bilancio”. Keynes in campo e paradigma: deficit + avanzo primario. Rischio default? In realtà l’esatto contrario, dato che l’investimento shock porta a rilancio economico. I 25 miliardi messi in campo dal governo dovrebbero essere la prima di una serie di rate (almeno tre). Serve però che la Ue ci svincoli dai parametri, serve che noi evitiamo il Mes (una trappola mortale: si accede al fondo ma gli interessi sono altissimi e la liquidità per un paese come il nostro insufficiente) o inutili misure.

Per ora si potrebbe impegnare la Cassa depositi e prestiti al pari della Germania come “banca di sviluppo”, quindi come “ente d’investimento”. Con questo sistema ogni Regione italiana (comprese le Province autonome) potrebbe uscire dal Patto di stabilità e immettere liquidità per evitare fallimenti, contrazione e collasso degli acquisti soprattutto nel dopo-crisi (in Cina, oltre a Bank of China che immette denaro per aziende di Stato e non, la liquidità arriva direttamente sul conto corrente).

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I Brics nacquero nel 2002 in Asia. All’inizio India, Cina e Russia promossero una cooperazione economica alternativa, alla quale s’aggregarono in seguito il Sudafrica e il Brasile. L’apparato così strutturato venne creato in contrapposizione all’egemonia occidentale politica e sui mercati, cioè di Usa e Ue.

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Tra il 2002 e il 2013 l’Occidente ha rafforzato la propria presenza militare in quasi tutti i teatri mondiali, e oggi, oltre al Pacifico a trazione Usa, vi sono truppe occidentali in Afghanistan, Iraq, Libano, Africa occidentale. I Brics fino a tutto il 2013 non hanno assunto altra forma che quella economica sul modello della vecchia Cee, ma dal 2014 vi è stata un’inversione di tendenza, cioè il proposito di creare in parallelo una forza militare in grado di bilanciare il blocco occidentale. Nel settore militare e strategico, i russi in pratica si comportano come gli Usa in Europa, con il vantaggio però d’avere una rappresentanza nell’organizzazione più globale. La strategia Brics infatti è “a cascata”, ovvero la Cina si occupa, ad esempio, d’investimenti infrastrutturali in Sudafrica e Brasile, la Russia opera per una copertura militare, già molto più della Ue in soli 18 anni.

Il progetto è ambizioso e l’attuale conflitto siriano è diventato un test molto importante: Mosca andava con la Grecia ormai a fondo, Putin tentò nel 2015 un colpo di mano economico, proponendo ad Atene l’entrata nei Brics, ma i greci preferirono non rompere con Bruxelles.

E l’Italia? Non è un mistero che Putin vorrebbe per l’Italia un ruolo di baricentro e di congiunzione nel Mediterraneo, un progetto a lungo termine che valorizzerebbe ulteriormente, nella sua ottica, Eni e Leonardo (Finmeccanica), come pure il mercato agroalimentare e il settore del turismo.

Siamo forse alla fantapolitica, perché l’Italia dovrebbe sganciarsi da Bruxelles sul modello inglese, agganciarsi alla Banca Centrale Brics, con sede in Cina dal 2016. Tale banca, attualmente “Banca di sviluppo”, ha un capitale iniziale di 50 miliardi di dollari e potrà contare su un fondo strategico di capitali di riserva per far fronte a eventuali crisi valutarie e alle pressioni a breve termine sulla liquidità, il Contingent Reserve Arrangement (Cra, Accordo sui Fondi di Riserva), con un potenziale di 100 miliardi di dollari, si badi, praticamente a fondo perduto e totalmente a disposizione per investimenti congiunti, soprattutto nel settore navale.

L’Italia potrebbe entrare su circa 18-19 miliardi di dollari (il costo di una fornitura d’aerei, più o meno) e operare da zero, ovvero creandosi un proprio mercato d’area.

Roma potrebbe svincolarsi dalla Bce (che non ha funzioni di sviluppo keynesiano), tornando ad avere una sovranità monetaria non individuale ma agganciata al circuito economico Brics, quindi coperta. Ma tutto questo andrebbe concordato con gli Usa.

(2 – fine)

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