PANDEMIA E ISOLAMENTO/ Che ce ne facciamo della povertà?

- Gianfranco Lauretano

In questo periodo di isolamento viviamo anche nostro malgrado l’esperienza della povertà: che significato ha?

Coronavirus cartello
Emergenza coronavirus in Italia (LaPresse, 2020)
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L’imperversare del virus e le ordinanze restrittive del governo, che ci recludono in casa, hanno portato alla ribalta una parola che stranamente non si sente pronunciare in questi giorni: povertà. È strano perché di solito siamo degli elogiatori della povertà, soprattutto di quella degli altri: la chiediamo ai politici, ai calciatori, alla Chiesa, difficile però che la consideriamo una virtù per noi stessi. Ma la pandemia ci costringe alla povertà e non solo a quella economica, anche se occorrerà pure considerare che alla fine di questa storia ci ritroveremo un disastro economico, una vera e propria recessione: la politica e il mercato mostrano una sostanziale incapacità a porvi rimedio, a cominciare dagli organismi esecutivi e finanziari europei, che di solito riteniamo onnipotenti, in realtà quasi imbelli, se non –speriamo di no – criminali: ricordiamoci sempre che c’è chi ci guadagna dalle guerre e dallo sbranare i moribondi (Grecia docet).

La costrizione alla povertà ce ne sta facendo riscoprire la virtù che tanto decantiamo? Abbiamo poche relazioni, pochi passatempi, pochi aperitivi, disponiamo di poche merci e dobbiamo decidere quali sono essenziali, mancano medicine e mascherine, pochissimi permessi per uscire di casa; abbiamo anche poche parole e racconti perché, confessiamolo, di cosa si può parlare tutto il santo giorno con le due tre, e a volte una o nessuna persona con cui abitiamo? Dopo un po’…

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Volenti ma, direi, soprattutto nolenti, facciamo sulla nostra pelle un’esperienza di mancanza, di carenza, di stenti; una povertà che giunge persino ad essere di affetto fisico: niente carezze, niente baci, niente abbracci, niente tocchi, fino allo strazio indescrivibile di dover lasciare i familiari deceduti senza poterli accompagnare.

Sarà ancora una virtù questa povertà? Consideriamo tutto ciò una lezione o solo un male insensato, una sciagura e basta? San Francesco la chiamava “Madonna Povertà” e diceva di averla scelta come la sposa più bella; il pontefice attuale ha scelto il suo nome perché quello alla povertà è il richiamo più assiduo che intende inviarci. Ma adesso che l’abbiamo sposata anche noi, in un matrimonio che magari è solo combinato e non certo d’amore, la consideriamo ancora una virtù? La sceglieremmo ancora per noi e per gli altri?

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(Avendo in questo periodo molto tempo in casa, ho tradotto una bella poesia di un’autrice russa contemporanea, Tatjana Grauz, da cui sono scaturite queste riflessioni):

ELEGIA DI FEBBRAIO

“povera, – mi hanno detto, –
passerai la tua vita in povertà
e non salverai il bene,
e non troverai parole per raccontare l’amore,

e camminerai, soffrirai
che il pane sia solo pane, e che chiedano solo pane”.

ma la neve scende ancora

e il cuore pulsa nel buio

chiedendo una grazia

ed eccola la grazia pregiata

un melo dentro il cielo d’inverno

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