CORONAVIRUS E PIL/ Piga: portiamo il deficit al 3% o l’Italia rischia un altro 2011

- int. Gustavo Piga

Di fronte a un shock che colpisce tutto il sistema economico, e non solo il nord Italia, occorre intervenire rapidamente per evitare il peggio

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Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia (LaPresse)

La Commissione europea ha presentato ieri il Country Report relativo all’Italia, che non tiene però conto di quanto sta accadendo nel nostro Paese in questi giorni con la crisi causata dal coronavirus. Un documento che, quindi, come ci conferma Gustavo Piga, di fatto non ha molto valore. È con Bruxelles che comunque, secondo il professore di Economia politica all’Università Tor Vergata di Roma, il Governo italiano deve immediatamente interloquire per poter mettere in campo gli strumenti utili a contrastare efficacemente le conseguenze negative del coronavirus sull’economia.

Professore, quali provvedimenti andrebbero presi per sostenere i cittadini e le imprese delle zone più colpite da questa emergenza?

Finora c’è stato un decreto limitato a 11 comuni del nord e si parla di un altro provvedimento mirato sempre alle zone più colpite da questa emergenza. Certamente un supporto diretto alle aziende e cittadini di queste aree, tramite riduzione e sospensione di spese che in contesti eccezionali come questo possono trasformarsi in una mannaia che li metterebbe definitivamente in ginocchio, è giustissimo. Si tratta di misure che sono state usate anche in caso di terremoti, sono corrette, adeguate e solidali. C’è però un’enorme differenza tra la situazione attuale e quella di un sisma.

A che cosa si riferisce?

Un terremoto è localizzato in una particolare area e il resto del Paese si può permettere di essere solidale, sapendo che un giorno potrà essergli restituita tale solidarietà in base al contratto sociale che unisce le persone che vivono nella stessa comunità. Ora però siamo di fronte a uno shock macroeconomico che sta sì colpendo di più alcune località, ma che per quanto riguarda il concetto di attività economica sta paralizzando tutto il Paese. Basta pensare al settore del turismo, alla logistica, alla reputazione di tutto quello che è il brand Italia. Io stesso come professore universitario, a Roma e non al nord, vedo già bravi studenti stranieri venuti a formarsi nei nostri atenei che in alcuni casi vengono chiamati dalle famiglie per essere convinti a tornare in patria. C’è un problema di pessimismo e di reputazione complessivo, che sta generando un’immensa paura che quindi deprime anche la volontà di investire. Non dobbiamo dimenticare oltretutto il contesto di qualche settimana fa.

Quando già le stime sull’economia italiana venivano viste al ribasso…

Esatto. Eravamo un Paese in recessione da domanda senza coronavirus, all’ultimo posto come tasso di crescita in Europa, ed è arrivata la botta di pessimismo sull’export con uno dei partner più importanti come la Cina. Su questa prospettiva negativa si è ora innestato il problema del coronavirus in Italia. La situazione, se non ben gestita, potrebbe sicuramente portarci a una decrescita superiore al punto percentuale. L’Italia e l’Europa non si possono permettere questo, non solo dal punto di vista economico, ma anche politico, perché non gestire una crisi di questa dimensione, che non dipende dalle mancate riforme del Paese, ma da un fattore assolutamente esogeno, da una circostanza eccezionale per cui è prevista dai Trattati l’immediata possibilità di usare politiche fiscali espansive, vuol dire consegnare l’Italia ai sovranisti. Dunque, oltre a misure specifiche per le aree più colpite, serve un intervento per tutto il Paese, che restituisca l’ottimismo.

Come si può restituire l’ottimismo a tutto il Paese con un intervento dal centro?

Di fronte a una paura tangibile come quella del coronavirus, bisogna mettere in campo anche gli strumenti dell’economia che debellano la paura, gli investimenti pubblici, che non devono necessariamente essere diretti ai territori colpiti dalla crisi, ma devono rigenerare voglia di investire in tutte le imprese ormai colpite da questo pessimismo imperante, devono essere un supporto a tutta l’economia. Ovviamente le pmi sono quelle che soffrono di più e dovremmo quindi, come avviene negli Usa, riservare quote di appalti a loro. Purtroppo non vedo nulla di simile nel dibattito pubblico, si parla solo di supporto alla popolazione e alle imprese locali. Questo certamente non tirerà su l’economia da quel -1% cui andiamo incontro. C’è bisogno di investimenti pubblici, che stimolano occupazione, domanda e investimenti privati.

Per questi interventi servono però risorse importanti.

Occorre andare immediatamente a Bruxelles e credo che non ci saranno problemi a riconoscere in breve tempo le circostanze eccezionali, così da poter portare il deficit al 3% del Pil. Ricordiamoci che siamo di fronte a una situazione in cui il fattore tempo è cruciale. Nell’inazione spariscono non solo le imprese, ma anche quei rapporti di fornitura di aziende e consumatori stranieri che, se decideranno di rivolgersi altrove, difficilmente sarà possibile recuperare. Rischiamo uno shock transitorio con effetti permanenti, come nel 2011. Bisogna muoversi subito e minimizzare il rischio, non sperare che le cose vadano bene tra qualche mese. Lo Stato deve assicurare tutti che le conseguenze negative per l’economia abbiano probabilità zero. L’unico strumento che ha per farlo è l’uso degli investimenti pubblici.

Come ha però ricordato prima, già le stime sulla nostra crescita erano state riviste al ribasso, quindi il rapporto deficit/Pil salirà da solo verso il 3%. Basta quindi arrivare a quella soglia per avere le risorse necessarie?

Siamo di fronte a una situazione straordinaria che se si protrarrà nel tempo dovrebbe consentirci di arrivare a un livello di deficit/Pil più alto. Intanto sarebbe importante il riconoscimento formale delle circostanze eccezionali previste persino dalle stupide regole europee e la possibilità di arrivare al 3%. Una volta fatto questo, se la crisi si acuirà il Governo potrà sentirsi libero di superare quella soglia senza ricevere reprimende dall’Europa, ne sono certo. Mi preoccupa molto non sapere dove sia in questo momento il ministro dell’Economia Gualtieri. So che è candidato alle suppletive di Roma che si terranno domenica, ma credo che otterrebbe più voti se si sapesse che adesso si trova a Bruxelles a negoziare sulle circostanze eccezionali e ottenesse un risultato immediato.

Non pensa che, a parte le mosse di Gualtieri, dovrebbe essere l’Europa a fare un passo avanti nei confronti dell’Italia?

No, io mi aspetto che il passo in avanti lo faccia l’Italia. Il Governo deve muoversi per rappresentare i nostri interessi con forza, urlarli nelle orecchie dell’Europa e, anche se mezza sorda, Bruxelles ascolterà. Non possiamo pensare che in una crisi di questo tipo si debba aspettare che l’Europa eserciti una solidarietà che non è nelle sue corde, perché ancora non siamo quel continente unito. Certamente Bruxelles ha però la capacità di capire a livello politico che mettere nelle mani dei sovranisti per mancanza di aiuto in un momento critico un Paese così importante come l’Italia è pura follia.

(Lorenzo Torrisi)

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