Coronavirus, figlia Adriano Trevisan/ “Primo morto? Non è un numero. E sul vecchio..”

- Silvana Palazzo

Adriano Trevisan, primo morto da Coronavirus. La figlia Vanessa sbotta: “Non è un numero, un nome e cognome. E sul vecchio… L’età non attenua il dolore”

adriano trevisan vanessa fb
Vanessa Trevisan col padre Adriano (Foto: Facebook)

Per la figlia di Adriano Trevisan, morto venerdì scorso per il Coronavirus, è sempre un dolore quando si parla del padre come prima vittima. «Non è un numero, un nome e un cognome sul giornale. È mio papà, papà di Vladimiro e Angelo, marito di mia madre Linda, nonno di Nicole e Leonardo». Vanessa Trevisan lo ha detto a Repubblica, mentre la procura di Padova indaga sulla morte del padre. È stata aperta infatti un’inchiesta e sono state acquisite le cartelle cliniche dell’ospedale per capire se ci siano stati ritardi nella diagnosi. Anche la donna è risultata positiva al Coronavirus: ora è in quarantena, chiusa in casa a Vò, città di cui è stata sindaco fino all’anno scorso. E con lei c’è pure sua madre, perché anche il suo tampone era positivo. Parlando del padre, Vanessa Trevisan lo ricorda attivo e in salute. «Un leone allegro, a 78 anni era autosufficiente, guidava la macchina e usciva da solo». È ancora da chiarire come abbia fatto suo padre ad essere contagiato.

CORONAVIRUS, PARLA LA FIGLIA DI ADRIANO TREVISAN

Ma Vanessa Trevisan, oltre al dolore per la perdita del padre, ha raccontato a Repubblica il fastidio di esserselo trovato sui giornali come un numero del Coronavirus. «Hanno detto “però era vecchio”, come se la sua età dovesse attenuare il dolore che provo, come se la sua scomparsa fosse meno importante». La figlia di Adriano Trevisan ha spiegato che combatteva con qualche patologia: era cardiopatico e debilitato. Ma il suo rammarico è un altro: «È che il nostro medico di base, quando ha cominciato a sentirsi male, non sia voluto salire a Vò per visitarlo. Sosteneva fosse una banale influenza». Nessuno inizialmente aveva pensato al Coronavirus, poi è stato ricoverato a Schiavonia. «La dottoressa che seguiva il caso ci diceva di non poter fare il test per il virus perché il protocollo non lo prevedeva per pazienti che non erano tornati dalla Cina, o non avevano avuto contatti con soggetti a rischio». Sull’inchiesta: «Ben venga l’indagine, ma lui non me lo riporta più indietro nessuno».

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