CORONAVIRUS/ Le (buone) ragioni per evitare la serrata dell’industria

- Alfonso Ruffo

Si discute se chiudere o meno anche le fabbriche in questo momento di emergenza. La serrata rischia di avere danni irreparabili

operaio_cuffie_lapresse
Lapresse

Tra i tanti aspetti delicati che il contagio da coronavirus ci impone di considerare ce n’è uno di davvero difficile composizione: l’opportunità di tenere o meno aperte le fabbriche su tutto il territorio nazionale in ossequio al principio che occorre a tutti i costi eliminare ogni possibilità di contagio da coronavirus.

A prima vista potrebbe sembrare che bloccare la produzione di beni da Nord a Sud e mandare a casa tutti i lavoratori d’Italia – tranne quelli legati a servizi ritenuti essenziali e di pubblica utilità – sia una soluzione prudente e tutto sommato praticabile soprattutto se riferita a un sacrificio di poche settimane.

Se si fermano tutti, ragiona qualcuno, è come se non si fermasse nessuno. E, cosa assai più importante, non si mettono a rischio le maestranze che a fine turno fanno ritorno a casa dove avranno inevitabili contatti con i familiari. Insomma, se si deve chiudere è bene che si chiuda tutto senza eccezioni.

Eppure, a una lettura più approfondita, questa interpretazione appare semplicistica e addirittura più pericolosa del fenomeno che si vuole evitare. Per almeno due fondamentali ragioni: non tutte le imprese sono uguali, non tutte le imprese possono uscire del mercato e rientrarci a proprio piacimento.

Per esempio: molte aziende realizzano beni indispensabili alla catena alimentare e sanitaria e se vengono a mancare diventa impossibile rifornire i supermercati, negozi essenziali e farmacie mentre altre sono inserite in filiere internazionali che in assenza di fornitura si vedono costrette a rivolgersi altrove.

In questi casi non vale il principio della sospensione tutto sommato sopportabile perché poi ci rifaremo. In questi casi non è pensabile interrompere il ciclo e riprenderlo senza causare danni altissimi sia al bisogno dei cittadini di approvvigionarsi che alla stessa tenuta in vita dell’impresa.

E allora, pensandoci bene, in presenza dei requisiti richiesti dalle organizzazioni della sanità e recepiti dal Governo nelle sue prescrizioni – garantendo cioè ai lavoratori il massimo della sicurezza possibile – piuttosto che sommare problemi a problemi appare più saggio decidere a seconda delle circostanze.

Anche perché una cosa è far fronte a un mese o due di stipendio per chi riprenderà poi, auspicabilmente, la sua attività e un’altra è per il Governo assicurare la permanenza di un posto di lavoro che scompare. Chi promette questo – com’è avvenuto – ha creato aspettative che non possono essere soddisfatte.

Il motore dell’economia non va assolutamente spento. E non è una questione di egoismo, insensibilità, attaccamento al denaro come in molti si sono affrettati a dire mettendo a fuoco la piazza dei social. È un problema di responsabilità perché l’emergenza sanitaria non ne generi un’altra altrettanto temibile.

Non ci sono e non ci saranno risorse per risarcire tutto e tutti. E non dobbiamo cadere nella trappola dell’emotività che non è mai stata una buona consigliera. È tanto grave la situazione che stiamo vivendo da non poterci permettere di reagire in modo da creare le condizioni di un pronto pentimento.

© RIPRODUZIONE RISERVATA