CORONAVIRUS, RIVOLTA CARCERI/ Criminali e persone, serve giustizia (e indulto)

- Renato Farina

Le rivolte nelle carceri sono esplosioni di violenza criminale. Ma il sovraffollamento genera la paura dell’epidemia. Serve un gesto di clemenza

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Rivolta dei detenuti nel carcere di San Vittore a Milano (LaPresse)

Le rivolte degli istituti di pena sono esplosioni di violenza criminale. C’è forse una regia delle organizzazioni malavitose: contano di stabilire gerarchie interne agli istituti di pena. Pertanto guai a considerarle con benevolenza. La cosa più infame di tutte però sarebbe chiuderla lì, con la repressione. Morti, feriti, pene esemplari e basta così.

Personalmente sono favorevole a indulto e amnistia, sin da quando Giovanni Paolo II chiese in Parlamento un “gesto di clemenza” (14 novembre 2002). Non sarebbe la panacea, ma oggi sarebbe l’equivalente di un provvedimento sanitario valido per chi è in cella e per chi è fuori. Se scoppiasse un’epidemia lì dentro che si fa? I carcerati sono 61.230. Se tocca uno – salvo quelli al 41 bis – il Covid-19 afferra tutti. E che fai? Ai galeotti niente respiratori? Ecco, darei l’indulto a tutti meno a chi ha guidato e sorretto la rivolta.

Per capire bisogna immedesimarsi. Immaginiamoci carcerati o agenti di polizia penitenziaria. Anzi, se non siete stati in certi raggi di San Vittore o in qualche padiglione a Poggioreale è impossibile. Da deputato sono stato lì, e in altre trenta prigioni. In condizioni “normali” si vive in promiscuità, soffocamento, sovraffollamento. L’unico sollievo è la visita dei parenti, una carezza, quando questi esistono, e si ricordano che tu sei incatenato lì: perché molti sono totalmente dimenticati. Un’altra consolazione sono i volontari, gli operatori, che talvolta sono fratelli e sorelle.

Adesso sono state bloccate le visite, si può solo telefonare. Operatori e volontari stanno fuori. I detenuti sanno tutto. C’è chi si ammala. A loro non è stato fatto alcun tampone. Possibile che siano zone immuni? La paura dilaga e le sbarre la moltiplicano. Questa condizione di frustrazione, la certezza per chi è dentro di essere considerato come carne marcia sacrificabile, gonfia, in questi momenti di emergenza generale, diventa volontà di ribellione per far sapere che non si è cani morti ma persone!

Anche gli agenti vivono il medesimo clima. Sanno anch’essi che a molti medici e agli psichiatri sono stati sospesi i contratti, e si trovano esposti senza armi (solo nei film americani le guardie delle carceri hanno i fucili) alle rivolte.

Una vecchia storia, che ritorna. Un indulto sarebbe un rimedio certo non risolutivo. Toglierebbe però un po’ di pressione a un pezzo d’Italia che altrimenti esploderebbe travolgendoci tutti.

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