CORONAVIRUS SPAGNA/ Da Madrid: “Anche se chiusi in casa, la vita non è in quarantena”

- Fernando De Haro

Madrid è l’epicentro del coronavirus in Spagna, che ha colpito quasi 20.000 persone. La politica e i cittadini riscoprono qualcosa di importante

Madrid Coronavirus Lapresse1280
Lapresse

Madrid è l’epicentro del coronavirus in Spagna. Giovedì ci sono stati 500 morti, ad oggi siamo a 1043 persone decedute. Il computo totale ufficiale dei contagiati in Spagna è a quota 20.410. Ma tutti sanno che sono molti di più. La quarantena dura da una settimana ed è efficace. Non si è arrivati ad applicare il modello sudcoreano perché non si è puntato su test massicci, ma forse ora ci si proverà. Il modello di lotta al virus vuole essere quello applicato a Wuhan. Il timore è che, entro una settimana, quando si arriverà al picco, non ci siano abbastanza posti in terapia intensiva per prendersi cura delle persone più colpite: mancano respiratori e maschere.

Il Governo Sánchez ha approvato un piano da 200 miliardi per evitare che manchi liquidità alle imprese. In un Paese fortemente polarizzato appaiono segnali di una minima unità politica. Alle otto di sera la maggior parte degli spagnoli si affaccia alla finestra per dedicare un applauso ai dottori. Questo semplice gesto è un’indicazione, un metodo per affrontare la lotta contro la malattia. Nell’applaudire, mentre si riconoscono nei loro vicini, gli spagnoli affermano anche che il fattore determinante di fronte alla disgrazia e al dolore non è la rabbia, né il lamento o la critica, ma il ringraziamento a coloro che stanno dando il meglio di loro stessi. Battendo le mani e guardando in faccia quelli che sono i propri vicini nasce uno sguardo nuovo. Improvvisamente gli spagnoli scoprono di desiderare che tutto vada bene per coloro che soffrono, per coloro che combattono la malattia. Questo sguardo da finestra a finestra è la forza di un popolo, l’invito all’unità dei politici dalla base e l’invito a dare il meglio di sé.

L’altro giorno, prima dell'”applauso delle 20″, un adolescente ha aperto la finestra e ha gridato per sfogarsi: “Mi annoio!”. La prova che la vita non è in quarantena è che gli adolescenti urlano la loro noia dai balconi e il tedio di quel ragazzo di sedici o diciassette anni è la prova più evidente che la vita non si ferma. La vita non deve arrivare, la vita è ora tra queste quattro mura. E poiché la vita non è in quarantena, ora possiamo piangere i nostri morti, che sono tanti: siamo nati in un mondo in cui praticamente nessuno moriva o se qualcuno moriva avveniva quasi in segreto. E la vita non è in quarantena perché ci siamo rapidamente resi conto che la morte con la sua grande sfida è sempre vicina! E la vita non è in quarantena perché all’improvviso ci siamo svegliati alle due, alle tre, alle quattro del mattino pensando all’ospedale vicino a casa e alla solitudine di coloro che non possono essere abbracciati.

All’improvviso ci facciamo carico del dolore del mondo, quel dolore che ci era estraneo. E ci chiediamo che senso abbia. La vita non è in quarantena e c’è bisogno di una scintilla che dia l’energia per affrontare circostanze senza precedenti. Ci sono migliaia di volontari che si offrono di consegnare cibo, ci sono i calzolai di Alicante che si stanno organizzando per produrre maschere, ci sono gli albergatori di Madrid che, prima ancora di una richiesta, hanno offerto le loro strutture. La vita non è in quarantena e ne è prova il fatto che abbiamo visto di colpo i politici mostrarsi in qualche modo uniti.

Il mio vicino adolescente ed io, tra le nostre quattro mura, desideriamo più che mai che il nostro tempo sia utile, vogliamo amare ed essere amati, vogliamo solo resistere e non arrenderci, per questo gridiamo al destino, continuiamo a lavorare, continuiamo a vivere.

© RIPRODUZIONE RISERVATA