CORONAVIRUS SPAGNA/ “Siamo fragili, ma adesso nessuno è più estraneo all’altro”

- Juan Carlos Hernandez

La Spagna affronta la sfida del coronavirus con grande paura. E dai balconi si canta “Resistiré”: diventerò di ferro.  Ma solo la carezza del Nazareno dà senso al vivere

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Un'ambulanza a Madrid (LaPresse)
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MADRID – In Spagna stiamo vivendo una grande sfida di fronte agli indici elevati di diffusione del coronavirus, una sfida resa più grave dalla saturazione del sistema sanitario. Mancano respiratori e materiale di protezione, ma al di là di questo: come affrontare il dramma di una simile circostanza?

Il danno non viene solo da questo virus Rna, ma anche dall’eccesso di informazione e, ugualmente, di disinformazione che produce una grande angoscia. In questi giorni le prime pagine dei quotidiani sono piene di notizie sul coronavirus, sul cellulare ci arriva l’ennesima barzelletta sull’argomento e l’ennesima discussione sull’inerzia del governo, sul pasticcio delle richieste di test rapidi che risultano inutili, se era opportuno mantenere la manifestazione femminista dello scorso 8 marzo… Tuttavia, tutte queste discussioni passano in secondo piano quando emerge la domanda sulla vita, quando vediamo la morte vicina a quanto consideriamo importante per la nostra vita quotidiana.

In mezzo a tanto “chiasso”, un fiore è spuntato nel mio giardino. Un editorialista del quotidiano El Mundo, Vicente Lozano, affermava in un interessante articolo: “Questa società tecnologica, quella degli iPhone, dell’auto a guida automatica, del 5G, degli algoritmi, dei viaggi su Marte, può ritrovarsi paralizzata. Non tutto è alla portata dell’uomo. […] Non siamo autosufficienti. Ciò che ci sta capitando è una lezione di umiltà che pone in evidenza la fragilità della condizione umana”.

In questi momenti si fa palpabile ciò che il grande Leopardi scriveva in uno dei suoi poemi:

Natura umana, or come,
se frale in tutto e vile,
se polve ed ombra sei, tant’alto senti?

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Una delle lezioni di questa sfida è vedere, ancora una volta, come la società civile che si muove costruisce partendo dalla gratuità. E la gratuità non è un’espressione bella ma vuota, bensì è quanto permette realmente di fare cose che sarebbero impossibili partendo dall’individualismo. Quante imprese grandi e piccole fanno donazioni, quanti vicini si prestano ad aiutarsi reciprocamente… E allo stesso tempo, ci troviamo di fronte alla contraddizione che per aiutare l’altro, il vicino anziano che vive solo o la vicina che sta per partorire e il cui marito non può rientrare in Spagna perché le frontiere sono chiuse, devo allontanarmi da loro. Devo ammettere che questa contraddizione mi crea una grande inquietudine.

Nello stesso tempo, la saturazione del sistema sanitario ha effetti collaterali come il non riuscire a occuparsi in modo adeguato di altre patologie, altrettanto gravi, o l’impossibilità per i familiari di visitare i pazienti negli ospedali.

Il gesto spontaneo, alle ore 20, degli applausi per ringraziare tutti coloro che si prendono cura degli infermi ha provocato uno sguardo amico al vicino che si sporge dalla finestra o dal balcone e che prima consideravamo un estraneo. E la società, alla stessa ora, si riunisce al suono di “Resistiré”, una canzone del Duo Dinamico diventata la colonna sonora della nostra lotta contro il virus. Un frammento della canzone dice:

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Quando ho paura del silenzio
quando mi pesa restare in piedi
quando i ricordi si ribellano
e mi mettono contro il muro

 Resisterò, ritto di fronte a tutto
diventerò di ferro per indurire la pelle
e anche se i venti della vita soffiano forte
io sono come il giunco che si piega
però resto sempre in piedi

Tuttavia, se siamo leali con la nostra esperienza, ci rendiamo conto che non siamo di ferro e non ci teniamo in piedi. Piuttosto, sicuramente in questi giorni quando la nostra umanità è a fior di pelle, abbiamo bisogno della carezza del Nazareno che dà senso al vivere.

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