CORONAVIRUS/ “Subito 5 mosse e una cura Bce per le imprese o l’Italia non ce la fa”

- int. Giuseppe Di Gaspare

Niente tasse, salvaguardia dell’occupazione, mobilitazione del risparmio nazionale, un nuovo Whatever it takes: ecco come salvare il paese dal coronavirus e dal decreto “cura Italia”

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Christine Lagarde, presidente della Bce (LaPresse)

Cifre del tutto inadeguate. Ma, cosa ancor più grave, anche il metodo è sbagliato, soprattutto in materia fiscale: nel decreto cura Italia varato dal governo Conte per fronteggiare l’emergenza economica imposta dal coronavirus “manca del tutto la consapevolezza che il gettito non si può sospendere sperando di rinviarne l’introito. In questa crisi il gettito è perso”, dice al Sussidiario Giuseppe di Gaspare, ordinario di diritto dell’economia nell’Università Luiss di Roma.

Serve l’esonero dall’imposizione fiscale per un determinato periodo di tempo, condizionato alla salvaguardia dei posti di lavoro privato dipendente” dice Di Gaspare. Non è l’unica misura necessaria. Le altre? Salvaguardia dell’occupazione, decurtazioni retributive nel pubblico, una mobilitazione del risparmio nazionale, un “Whatever it takes” per l’economia reale. Un tema, quest’ultimo, che tocca inevitabilmente il ruolo della Bce. “Serve un keynesianesimo finanziario – spiega il giurista, entrando in dettaglio – in cui la Bce utilizza il canale interbancario ma in modo vincolato alla destinazione finale, cioè l’economia reale, e dove le banche nazionali potrebbero agire da sostituto di imposta delle imprese”.

Ieri notte, al termine di un consiglio direttivo straordinario, l’Eurotower di Francoforte ha lanciato un nuovo maxi programma di acquisti, in perfetto stile Qe, per 750 miliardi di euro. Ma c’è da dubitare che siano sufficienti, proprio alla luce di quello che ci ha detto Di Gaspare, e soprattutto, che il metodo sia corretto.

Non eravamo già sulla soglia della recessione? Adesso a che cosa siamo di fronte?

Pensiamo solo a un dato: il turismo vale il 17% del Pil italiano. Per l’effetto coronavirus e la percezione risultante a livello di opinione pubblica mondiale, il settore potrebbe perdere il 10%. Non è più possibile gingillarsi sugli zero virgola. Siamo di fronte ad una caduta verticale dell’economia del paese.

Il decreto “cura Italia” ha stanziato 25 mld. Dovrebbe riuscire a “mobilitarne” altri 350.

Sono cifre del tutto inadeguate ed è tutto da verificare l’eventuale effetto moltiplicatore che a leggere il decreto sembra a prima vista attivarsi soprattutto grazie ad altra spesa pubblica.

Lamenta una mancanza di comprensione della realtà? Oppure una sottomissione ragionieristica ai parametri europei?

I due fenomeni purtroppo si possono cumulare.

La parola chiave in materia fiscale è “sospensione”: scatta, solo per alcuni, la sospensione fino al 31 maggio dei pagamenti di ritenute, contributi previdenziali e assistenziali e dell’Iva di marzo. 

È una soluzione del tutto inadeguata. Serve l’esonero dall’imposizione fiscale per un determinato periodo di tempo, condizionato alla salvaguardia dei posti di lavoro privato dipendente ed altre forme di scarico fiscale come i crediti d’imposta per crediti documentati inesigibili. Titoli cartolarizzati sul tipo dei “commercial paper” statunitensi che potrebbero essere scontati dalla banche con adeguata provvista di provenienza Bce. Un discorso da approfondire in sede tecnica.

E per i lavoratori a partita Iva?

Ci vuole l’esonero dell’imposta fino a un certo importo per tutti i lavoratori autonomi. Le imprese che si valgono di co.co.co. devono essere indotte con esenzioni fiscali anche sui redditi a mantenere i contratti in essere. 

Allora altro che l’indennità di 600 euro a marzo. E le indennità di sede, il credito di imposta del 60% sul canone di affitto di marzo, le indennità per i professionisti con Cassa?

Sono misure tampone che rischiano di ripetersi senza essere mai risolutive. L’esonero fiscale va applicato su vasta scala. Ha un effetto salutare immediato, mentre i sussidi erogati in varie forme corrono il rischio nella gestione di trasformarsi in erogazioni di risorse pubbliche tramite metodologie di carattere discrezionale a questo o quel gruppo di pressione.

Perché si sceglie questa strada?

È una soluzione favorita dai politici, che preferiscono gestire risorse dirette a specifici beneficiari invece di assumere provvedimenti generali che si rivolgono a tutti e in tal modo non creano clientele.

La sospensione si limita a dilazionare nel tempo i pagamenti. E se nel frattempo le imprese chiudono?

È questo il punto. Qui ci si sta cullando nell’illusione che il gettito fiscale sia solo rinviato all’incasso. Se il Pil crolla del 10%, molte attività piccole e medie, che sono poco capitalizzate e quindi molto esposte sul mercato del debito privato, sono destinate a chiudere in breve tempo. A quel punto le imposte non sono più recuperabili. 

Cosa manca nei provvedimenti del governo?

Manca del tutto la consapevolezza che il gettito non si può sospendere sperando di rinviarne l’introito. In questa crisi il gettito è perso! Se interveniamo invece subito azzerando l’imposizione fiscale, diamo una mano essenziale alle imprese a rimanere in piedi. 

E invece?

Se invece si pensa di intervenire con palliativi di carattere puntuale a effetto ritardato o diluito e che riguardano tutto sommato pochi finanziamenti, tra vincoli di bilancio che ci siamo imposti, Patto di stabilità, flessibilità riconosciuta per politiche emergenziali, gli spazi di manovra sono limitatissimi. 

Dunque la filosofia sbagliata che dà l’impronta al provvedimento è: dilaziono perché non posso rinunciare a quelle entrate.

Sì. Una concezione assolutamente miope, perché non tiene conto della gravità della situazione. Soprattutto, non comprende che una riduzione delle entrate ci sarà comunque anche come effetto dell’inerzia.

I 25 mld stanziati?

Senza un cambiamento di rotta, li dovremo ripetere a breve con provvedimenti di carattere meramente assistenziale di sussidio. Si può tenere un paese fermo ad aspettare i soldi dall’alto? Va evitato nel modo più assoluto.

Come si salva l’occupazione?

Eliminando gli oneri fiscali e contributivi su imprese, lavoratori autonomi e collaborazioni, si mettono costoro in condizioni di dare lavoro e di percepire uno stipendio. Non solo per tutto il periodo dell’emergenza, ma anche dopo, per sostenere la ripartenza.

Il debito pubblico salirà.

Certo. Le spese per far fronte all’emergenza sanitaria e il riconoscimento degli sgravi fiscali porteranno a un forte aggravio di bilancio. Occorrerà a questo punto una riduzione significativa della spesa pubblica.

Come fare?

C’è una gran parte del paese che vive in un regime di relativa certezza del lavoro. Il pubblico impiego dovrà dare il suo contributo. Serve una riduzione degli stipendi, spalmata su una platea ampia di soggetti, dalle amministrazioni statali e regionali ai comuni, fino alle università, gli enti pubblici economici, autorità come Antitrust e Bankitalia, per intenderci. Bisognerà modulare l’intervento, secondo il principio costituzionale della solidarietà economica e sociale. Vuol dire che la contribuzione si eleva man mano che si eleva il reddito. 

Ci dovrebbe essere una soglia minima?

Naturalmente sì. Dovrebbe essere compatibile con il mantenimento di una soglia adeguata e proporzionata di consumi. Potrebbe aggirarsi sui 2mila, 2.500 euro. Dovrebbe essere l’Istat a stabilirla. Se abbiamo una caduta del gettito, non possiamo permetterci di mantenere una classe sociale a reddito fisso che non subisce perdita di potere d’acquisto. Daremmo un segnale forte ai mercati perché staremmo intervenendo in modo serio sulla spesa pubblica storica.

Salvaguardia dell’occupazione, esonero dell’imposizione fiscale, decurtazioni retributive nel pubblico. Cosa ci manca?

Una mobilitazione del risparmio nazionale. Il risparmio degli italiani in giacenza sui conti correnti ammonta a circa tre quarti del nostro debito pubblico. I detentori di questi depositi, che perdono in termini di tasso di interesse negativo praticato dalle banche, dovrebbero essere invitati ad aderire a titoli di stato collocati al retail. Riusciremmo ad abbattere gli oneri del nostro debito pubblico.

Come invitare gli italiani a comprare questi titoli? Quali tassi di rendimento andrebbero praticati?

Più emissioni di serie di titoli del debito pubblico di durata variabile, almeno triennale, da collocare al dettaglio direttamente ai risparmiatori riducendo o azzerando i costi di intermediazione. Emissioni “Italia” dunque, ma remunerate con un tasso di interesse calmierato rispetto allo spread. L’investimento sarebbe comunque appetibile per i piccoli e medi risparmiatori rispetto al tasso zero, se non negativo, corrisposto dalle banche sui depositi.

Perché gli italiani non sono più detentori del nostro debito come negli anni 70 e 80?

Giusta domanda che dovremmo farci tutti. Bisognerebbe indagare il ruolo che hanno assunto gli intermediari finanziari e le banche negli anni rampanti della globalizzazione finanziaria. Non possiamo però farlo in questa sede.

Un suo recente articolo scientifico ha messo in circolazione l’espressione “Whatever it takes per l’economia reale”. Può spiegarcelo?

Non possiamo pensare, come scrive Monti, che gli strumenti messi in campo per disinnescare la crisi finanziaria del 2009 siano già belli e pronti e adeguati alla bisogna. Non si tratta più di fornire liquidità al mercato interbancario per scongiurare la crisi finanziaria e le sue ricadute sull’economia reale. La situazione si è capovolta e anche l’approccio deve esserlo. La crisi si è generata nell’economia reale e bisogna intervenire lì subito, per evitare una spirale recessiva delle attività economiche, dei redditi da lavoro, dell’occupazione e del Pil con tutto quello che questa caduta comporterebbe anche sulla finanza pubblica e privata.

Dunque la crisi investe l’economia reale, occorre far arrivare lì le risorse. Che cosa bisogna fare e come?

Gli strumenti monetari vanno indirizzati non a sostegno del mercato finanziario ma direttamente a sostegno dell’economia reale. Se l’economia reale riparte, si riprende anche il mercato azionario e finanziario. Ieri, incitata da Trump, la Fed sembra abbia bruciato 500 mld di dollari per sostenere le quotazioni di Wall Street. Il discorso sul come fare, è un po’ più tecnico. Rinvio al mio articolo su lacostituzione.info.

Chi deve intervenire?

Solo la Banca centrale europea ha la capacità di fuoco necessaria per generare liquidità all’altezza della situazione. È impensabile che 25 mld di variazione di bilancio Ue possano bastare, visto che poi vanno ripartiti tra tutti gli Stati membri. L’emissione dei titoli di stato italiano avrebbe un ruolo auspicabilmente secondario, se interviene la Bce.

Cosa può fare la Banca centrale?

Non avendo la strumentazione della Fed, deve agire utilizzando il canale interbancario ma in modo vincolato alla destinazione finale. Si tratta di strumenti improntati a ciò che io chiamo “keynesianesimo finanziario”, per distinguerlo dal keynesianesimo classico definito dal deficit spending che passa per i canali della spesa pubblica e genera dunque debito.

E in questo modo la Bce potrebbe finanziare la ripresa?

Sì. I finanziamenti arriverebbero all’economia reale tramite il sistema delle banche nazionali. Sono le banche centrali in Usa, Regno Unito, Cina che si fanno carico di  mitigare la crisi e sostenere la ripresa dell’economia, non il Tesoro.   

Ci spieghi come.

O accettando in garanzia titoli di cartolarizzazione delle sofferenze bancarie per crediti all’economia reale (Npl) come avvenuto per i derivati in possesso delle banche tedesche, francesi e olandesi. Oppure, trasferendo flussi finanziari dalla Bce alle banche nazionali pro quota del Pil. Le banche nazionali, a loro volta, potrebbero agire da sostituto di imposta delle imprese, scontando le contribuzioni fiscali azzerate e crediti di imposta, a fronte di crediti commerciali incagliati che cartolarizzati potrebbero essere scontati o presi in garanzia dalle banche come negli Usa con i commercial paper. In questo modo si manterrebbe in essere il gettito fiscale che continuerebbe – il che non è secondario – a finanziare il bilancio dello Stato, fornire risorse per la spesa pubblica, Cig o altro. In questo modo però le imprese sarebbero mantenute in vita. 

Ma quanti capitali potrebbe mobilitare la Bce?

Parliamo di flussi nell’ordine dei 2mila miliardi di euro. Tenga presente che la Bce, per ritirare titoli d’agenzia deteriorati e titoli di Stato dal 2012 in poi, ha impiegato circa 10mila mld di euro.

Nel clima convulso di questi giorni, segnato dai bollettini dei contagi e dei decessi, il governo intende portarci verso la ratifica della riforma del Mes. Qual è la sua opinione in merito?

Il Mes è inadeguato come risorse e asimmetrico negli impegni. Chi sottoscrive il capitale, se non effettua i versamenti richiesti perde solo in diritto di voto. Chi riceve i finanziamenti invece è soggetto a varie condizionalità. Mes e bail in sono stati in realtà espressione di una strategia miope volta a contenere la crisi della finanza, pubblica o privata, all’interno dei singoli Stati ove si genera e trasformarla in implosione senza farla deflagrare all’esterno. Un’illusione. L’attuale recessione dell’economia reale nell’eurozona è contagiosa come la pandemia che l’ha causata. Nessuno può pensare di tirarsene fuori indenne da solo.

Il suo scenario, professore?

La strategia dell’implosione non potrà funzionare né verrà più invocata. A parte la Finlandia. Siamo davanti ad un avvitamento generale di tutta l’economia europea. La Germania è intenzionata a mettere a disposizione 550 mld di euro a sostegno dell’economia tedesca. Ha le risorse per farlo e lo spread a suo favore. Ma un intervento isolato così massiccio a favore della propria economia sarebbe in contrasto con la regola fondamentale del divieto di aiuti di Stato all’economia nazionale. Alla recessione si accompagnerebbe la regressione della costruzione comunitaria anche politica. La Germania non può illudersi di salvarsi da sola, con l’Olanda e forse una Francia comunque mal concia. Personalmente, credo che stiano facendosene un po’ tutti una ragione.

Il punto è che cosa si deciderà di fare.

La recessione incombente non è solo affare nostro. Si potrebbe creare un fronte comune maggioritario, ora che il Regno Unito è fuori, a salvaguardia dell’economia reale dell’eurozona. Non credo che a questo punto rimarremmo isolati.

(Federico Ferraù) 

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