CORONAVIRUS/ Usa, Cina, Europa: chi vince (e chi perde) nel dopo-pandemia

- Paolo Quercia

Dopo l’emergenza coronavirus l’assetto geopolitico del mondo è destinato a cambiare. Ciò avverrà in due fasi, segnate dalla strategia della ricostruzione e degli aiuti condizionati

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Donald Trump e il segretario di Stato Mike Pompeo (LaPresse)
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Il baricentro della pandemia di coronavirus si è già spostato due volte. Dalla Cina all’Europa e dall’Europa agli Usa. Dopo tre mesi dallo scoppio della pandemia siamo entrati in una nuova fase, quella che vede l’epidemia investire massicciamente gli Stati Uniti, il Paese più importante del sistema internazionale. Mentre il mondo si avvia al giro di boa del milione di casi di persone contagiate, gli Usa ospitano già circa il 20% dei malati mondiali e sono ancora all’inizio della curva della crescita, mentre le stime delle autorità americane parlano di una forbice di morti tra le 100mila e le 200mila persone; l’aumento della disoccupazione ed il crollo del Pil stimati per il 2020 saranno di gran lunga peggiori della crisi del 2008.

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Il Congresso ha approvato un enorme pacchetto di stimoli del valore di 2,2 trilioni di dollari, il più grande mai messo in campo negli Usa. Sono pari al 10% del Pil e valgono più della metà delle entrate fiscali federali annue. Inevitabilmente, il costo diretto della pandemia e la risposta economica del governo spingeranno il rapporto debito/Pil americano verso livelli mai visti e comporteranno una profonda revisione del budget del governo federale. Ciò potrebbe aumentare l’attuale chiusura strategica e postura difensiva degli Usa, accentuando ulteriormente l’isolamento da diverse aree del mondo e da numerose questioni regionali; oppure, come reazione, potrebbe rilanciare il ruolo americano nel mondo. Il come gli Usa affronteranno questo passaggio segnerà il futuro dell’egemonia americana e determinerà le possibilità di successo delle potenze revisioniste.

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Pur considerando il worst case scenario degli effetti del Covid-19 sugli Usa, mancano tuttavia troppi elementi per poter prevedere quale tra questi sviluppi si potranno verificare; in molte analisi viene sottovalutata l’eccezionalità della potenza americana che, quand’anche non più in grado di dare un ordine unipolare al mondo, non può essere eguagliata da altri Stati né sfidata. Bisogna qui tenere in dovuto conto il paradosso del potere americano, che è sostanzialmente un potere irraggiungibile perché costruito in un secolo irripetibile come è stato il novecento, in condizioni uniche che hanno visto due guerre mondiali nella prima metà del secolo e la lunga guerra fredda nella seconda metà. Venendo meno quelle condizioni, quel potere è certamente destinato ad essere eroso, senza poter tuttavia essere sostituito.

La crisi pandemica che stiamo attraversando, quand’anche colpisca in maniera maggiore gli interessi americani rispetto a quelli di altri Stati competitor, difficilmente sarà in grado di stravolgere gli effetti dei rapporti di forza internazionali nel medio-lungo termine. Questo perché la competizione tra grandi potenze è una competizione di lungo periodo e la pandemia si inserisce in quella che già era una lunga disfida strategica.

Gli effetti sugli Usa della pandemia consentiranno forse a Pechino di ribaltare il risultato della guerra commerciale del 2018-2019 che ha visto la Cina dover cedere alle richieste Usa, ma difficilmente rappresenterà l’inizio di un nuovo ordine internazionale. Pechino ora possiede diversi mesi di vantaggio rispetto all’America e può utilizzare la sua capacità di risposta ed il suo arsenale di aiuti medico-umanitari per tentare di rafforzare il proprio soft power, magari proprio nei Paesi che si trovano lungo il tracciato della Via della Seta. La partita dell’assistenza agli Stati colpiti dal Covid però non sarà una partita breve, né si potrà esaurire solamente con la diplomazia delle mascherine e dell’invio dei prodotti medicali.

Qui dobbiamo prevedere che oltre alla fase dell’emergenza e degli aiuti umanitari vi saranno almeno altre due fasi su cui si confronteranno gli Usa, la Cina e le altre potenze.

La fase due, immediatamente successiva a quella d’emergenza, sarà quella del regime change, delle sommosse e rivoluzioni che potranno ridisegnare il quadro politico in molti Paesi, specialmente dell’Africa e dell’America Latina.

La fase tre, quella più importante, sarà quella della ricostruzione economica ed industriale del mondo post-pandemia che si aprirà non prima di un paio di anni ed in cui si tireranno le somme geopolitiche di tutta la partita pandemica. Questa fase non segnerà il passaggio ad un mondo post-americano, come molti sostengono, ma piuttosto verso un mondo indirizzato sul pendio della de-globalizzazione, anche se non è errato ritenere che un mondo post-globale in qualche modo è anche un mondo post-americano.

Ad ogni modo, è su questa lunga distanza che si valuterà la capacità degli Stati di rimanere competitivi, di confermare o dimostrare la propria capacità di leadership regionale o globale, di contestare e modificare le gerarchie internazionali e, in alcuni casi, di trasformare le regole stesse del gioco internazionale. La sfida del coronavirus si somma alle sfide tradizionali della competizione tra gli Stati e testerà su un nuovo scenario la capacità di resilienza degli Stati e delle società, ma anche quella di preservare la propria potenza e la propria capacità di proiezione della forza una unità di misura in più rispetto ai propri avversari.   

Pechino arriverà a questa terza fase del post-Covid con qualche carta in più rispetto agli Usa, che giungeranno alla sfida della ricostruzione maggiormente fiaccati dalle conseguenze economiche e sociali della pandemia, probabilmente con una ridotta capacità di proiezione della forza militare ed un budget della difesa che dovrà contrarsi per far fronte al finanziamento del debito pubblico, che probabilmente esploderà.

Gli Usa saranno però chiamati a contrastare nella fase tre i progressi che Pechino avrà fatto nelle altre due fasi, a patto di riuscire a mettere in moto un piano di aiuti finanziari internazionali se non simile al pacchetto di stimoli interni appena varato, almeno ad esso proporzionale. Una parte di questo pacchetto finanziario di ricostruzione internazionale potrebbe essere destinato all’Europa, in quanto essa sarà il continente più colpito e dunque strategicamente più vulnerabile. Se ciò avverrà, è altamente probabile che gli aiuti finanziari americani per l’Europa post-Covid porteranno con sé una forte condizionalità, ad esempio pretendendo l’allineamento alle politiche americane commerciali, sanzionatorie e di screening degli investimenti esteri.

Nessuno oggi può dire quando e come si uscirà dalla crisi pandemica e come essa trasformerà la politica tra gli Stati. Le relazioni internazionali ne saranno profondamente influenzate, ma non necessariamente in maniera rivoluzionaria. I meccanismi fondamentali dei rapporti tra gli Stati sono difatti molto semplici e primitivi e possono adattarsi ad ogni nuova emergenza, anche quella del Covid. Il grande enigma per l’appuntamento del mondo post-pandemia resta l’Europa. Quale Europa arriverà tra qualche anno a questo grande appuntamento con la ricostruzione dopo la recessione in cui tutto il mondo sta entrando? Sarà ancora un’Europa politicamente unita? Avrà riscoperto se non una solidarietà tra i Paesi membri almeno una sufficiente coesione? Avrà capacità e volontà per produrre un proprio piano finanziario di ricostruzione del continente senza ricorrere ad interventi esterni?

Dovendo immaginare uno scenario per i prossimi anni vediamo un’Europa ancora incerta e divisa, frastornata dalla frammentazione della globalizzazione ed incapace di scegliere tra i vari futuri geopolitici alternativi che gli si presenteranno davanti. Tra i più probabili in questo prossimo crocevia della storia europea ve ne sono tre: quello di una sempre più stretta unione continentale con la Russia; quello di una globalizzazione sino-centrica; quello di una globalizzazione americano-centrica.

Poche ci appaiono invece le possibilità che l’Europa scelga una quarta via, cogliendo la crisi della pandemia globale per fare il salto geopolitico che le manca per diventare essa stessa potenza, esplorando una via europea alla de-globalizzazione. Non trascurabile, infine, il rischio che, di fronte a questi tre futuri geopolitici alternativi, Washington, Mosca o Pechino, i Paesi europei procederanno in ordine sparso, favorendo l’uscita del continente dalla Storia.

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