Covid, 70% casi di sesso maschile/ Studio su farmaci anticalvizie e cancro prostata

- Davide Giancristofaro Alberti

Il 70% dei malati di covid risulta essere di sesso maschile. Studi in corso stanno cercando di capire la correlazione fra le cure a base di androgini e gli infetti

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(LaPresse)

Stando ad una recente ricerca effettuata sui malati di coronavirus, il 70% dei ricoverati è costituito da persone di sesso maschile. Un dato significativo che ha indotto i ricercatori a pensare che l’infezione sia in qualche modo collegata alla presenza di elevati livelli di ormoni sessuali maschili, più comunemente noti come androgeni. Alla luce del dato di cui sopra, molti studiosi stanno valutando la possibilità di intervenire per curare il coronavirus con i trattamenti ormonali di solito utilizzati contro il tumore alla prostata o la calvizie, classiche terapie anti-androgeniche. A sottolineare questo aspetto è in particolare uno studio italiano pubblicato a fine agosto su Annals of Oncology, con cui sono stati analizzati più di 9mila pazienti ricoverati in Veneto: coloro che stavano seguendo una terapia anti-androgenica per tumore della prostata, vedevano diminuito di ben 4 volte il rischio di contrarre il coronavirus, a differenza invece dei pazienti affetti da tumore alla prostata ma che non assumevano anti-androgeni.

COVID, 70% CASI DI SESSO MASCHILE: IL COMMENTO DEGLI ESPERTI

Uno studio che è stato poi discusso a Roma in occasione del 93° Congresso nazionale della Società italiana di urologia (Siu): «Fin dal primo momento – le parole di Walter Artibani, segretario generale della Siu, riportate da Leggo – con l’esplosione dell’infezione da coronavirus in Cina, è stato chiaro come gli uomini siano i più colpiti dal virus responsabile della pandemia. I primi dati hanno infatti confermato che tre pazienti ricoverati su quattro erano maschi. E che gli uomini sono più a rischio di sviluppare malattie gravi, e perfino la morte, a causa del Covid-19. In linea con questa teoria – ha aggiunto Artibani – è stato osservato che i pazienti affetti da tumore della prostata avevano, prima di iniziare le terapie, un maggior rischio di contrarre il Covid-19, oltre a peggiori risultati nei trattamenti effettuati nei loro confronti». Francesco Porpiglia, responsabile dell’Ufficio scientifico della Siu e professore di Urologia dell’Università degli Studi di Torino, ha invece spiegato che «Gli studi in corso si concentrano sul ruolo di un particolare enzima legato alla membrana cellulare (denominato Tmprss2), che appare mutato nei pazienti affetti da tumore della prostata, la cui espressione è regolata positivamente dai livelli androgenici e favorisce l’ingresso del virus nella cellula. Ecco dunque perché un trattamento atto a privare o ridurre la stimolazione degli androgeni potrebbe eventualmente influire sull’ingresso del Covid-19 nelle cellule e di conseguenza impattare sullo sviluppo e sulla gravità della malattia». Gli stessi studiosi fanno comunque sapere che al momento si tratta di una cura destinata solo ai pazienti con tumore della prostata e con serie controindicazioni soprattutto per i cardiopatici e per chi soffre di osteoporosi in maniera grave.

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