COVID ARGENTINA/ L’arrivo della seconda ondata fa riscoprire un Paese spaccato in due

- Arturo Illia

In Argentina è arrivata la seconda ondata di contagi, ma le preoccupazioni delle classe politica non riguardano l’aumento dei contagi e la crisi economica

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Quello che sostengo da più di vent’anni è che l’Argentina sia l’unico Paese al mondo nel quale è letteralmente impossibile annoiarsi: non solo perché, specie nella cosmopolita Buenos Aires, si può vivere una vita culturale piena di avvenimenti tali da riempire più delle 24 ore della giornata, ma anche per il fatto che la logica sembra non essere proprio di casa da queste parti, in maniera spesso sorprendente.

E così un alcuni giorni fa, due canali televisivi filo governativi annunciavano pomposamente che negli ultimi due mesi più di 18 miliardi di persone sono morte a causa del Covid-19 (Cronica TV) e che nella sola Argentina ci sono 50 milioni di infettati (C5N TV): in pratica da una parte il triplo della popolazione mondiale è deceduto e dall’altra si annuncia che un Paese di 41 milioni di abitanti ne ha 9 in più infettati.

Dopo aver stabilito il record mondiale di quarantena totale (8 mesi), cosa che ha portato a una percentuale di infettati tra le più alte del mondo, il crollo estivo nei contagi aveva permesso (specie all’economia) di respirare un attimo, ma la seconda ondata (alimentata dal ceppo brasiliano di Manaus) è arrivata come previsto è di colpo le cifre della pandemia hanno addirittura superato quelle della prima. 

In un Paese dove, a discapito del fatto che si arrivi a cifre di test e di vaccinazione ridicoli, si sono superati domenica i 23.000 casi, ecco che si è messa in moto la macchina della paura mediatica per giustificare il ritorno di misure ultra restrittive, che poi alla fine, come si è visto, garantiscono solo un aumento dei contagi se non supportate da misure adeguate di controllo. Come si vede, però, le balle sono talmente colossali da sorprendere di trovare ancora gente che, specie per fede politica, creda ancora in certe cose.

I temi, difatti, che continuano ad agitare il mondo politico argentino sono due, e ben lontani dal clamore mediatico-sanitario: decidere se rimandare o meno le elezioni anticipate che, visti gli insuccessi a catena dell’attuale Governo, significherebbero una perdita del potere tanto alla Camera dei deputati che al Senato, rendendo in pratica impossibile governare se non attraverso il poco democratico sistema dei decreti presidenziali; e poi una riforma della giustizia che, in atto da tempo con misure quasi dittatoriali, prevede la totale sostituzione degli attuali giudici e magistrati con colleghi aderenti al kirchnerismo, in modo da far saltare i 10 processi che, tra corruzione e tradimento alla Patria, deve affrontare l’ex Presidente Cristina Fernandez de Kirchner (oltre a quelli dei suoi famigliari).

È altresì ovvio che la situazione del Paese sarebbe tragica anche senza il problema sanitario, ma l’apparizione della pandemia ha rimarcato ancora una volta come di fatto esistono due Paesi in uno: l’Argentina dei fedelissimi al sistema kirchnerista che, nella pratica, detiene il potere visto che il Presidente esegue ordini imposti dalla sua Vice (Cristina) e nella quale le vaccinazioni sono assicurate se si è membri di organizzazioni governative o si appartiene al suo entourage, e l’altra parte del Paese che però rischia di esplodere non solo per numero di infetti, ma pure per la catastrofe economica che il Covid ha accelerato in forma esponenziale con un tasso di povertà che ha raggiunto il 48%. Oltretutto con un’opposizione politica che in pratica non si muove più in là di proclami e dichiarazioni verbali, ma non è capace spesso di esercitare la minima pressione a politiche che spesso si concretizzano nell’esatto contrario delle (supposte) intenzioni.

Insomma, un quadro di un Paese che, come d’altronde il nostro in maniera minore, rischia di esplodere ed è già entrato nella crisi più grande della sua storia, a dimostrazione che i populismi riescono sempre ad amare la povertà al punto tale da moltiplicarla.

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