COVID & BORSA/ I nuovi indizi di quanto potrebbe diventare impossibile fare impresa

- Stefano Masa

I dati di Mediobanca sull’impatto del Covid sulle principali società quotate ricordano un’esigenza importante degli imprenditori di fronte alla crisi

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Piazza Affari (LaPresse)

Essere diligenti, essere buon padre di famiglia, essere imprenditore. Fare impresa è difficile e lo è sempre stato. La differenza in coloro che “sono riusciti” rispetto ai meno fortunati è stata ricondotta molte volte alla loro visione di lungo periodo, a una strategia pressoché perfetta, all’insieme dei loro più ambiziosi partners o collaboratori con il loro lavoro in team, e così continuando all’infinito fino a sviolinare il meglio del meglio che si possa immaginare. Poi, un giorno, arriva l’incontrollabile, l’imprevisto. C’è chi lo chiama cigno nero o in alternativa pandemia, altri, invece, strumentalizzando l’accadimento imputano lo stesso a improvvisate forze invisibili che governano tutto e tutti; incapaci nell’attribuire una precisa identità, inermi e fiaccati, si abbandonano al classico “prima o poi doveva finire”. 

Ebbene sì, la crisi mondiale riconducibile alla pandemia ha trascinato nel baratro l’intera collettività. Osservando il solo mondo imprenditoriale, se come detto, era già difficile fare impresa in condizioni “normali”, oggi, e nell’ultimo anno, chi è riuscito a far fronte all’emergenza preservando il proprio conto economico da un molto probabile default non può ritenersi “un fortunato”, bensì una persona capace: molto capace. 

Nelle ultime ore, l’Area Studi Mediobanca ha diffuso un proprio studio denominato “Impatto Covid-19 sui conti annuali FTSE MIB 2020 (Industria e servizi)”. L’analisi condotta prende come riferimento i bilanci annuali 2020 delle 27 società industriali e di servizi concorrenti all’indice di Borsa FTSE MIB: A2A, Amplifon, Atlantia, Buzzi Unicem, Campari, Diasorin, Enel, Eni, Exor che consolida CNH, FCA e Ferrari, Hera, Interpump Group, INWIT, Italgas, Leonardo, Moncler, Pirelli & C, Prysmian, Recordati, Saipem, Snam, Stmicroelectronics, Telecom Italia, Tenaris, Terna. In questo insieme troviamo 16 società a controllo privato e 11 società a controllo pubblico, 17 manifatturiere, 6 energetiche/utilities, 3 di servizi e 1 petrolifera. Lo studio, inoltre, contiene un focus sui gruppi manifatturieri con uno sguardo all’ultimo trentennio e al futuro e uno dedicato alle figure apicali nei CdA (età, genere, nazionalità e compensi).

Soffermandoci al solo aspetto finanziario, il rapporto illustra come, nonostante l’avvento della crisi, la capitalizzazione complessiva delle aziende in esame sia cresciuta fino a raggiungere quota 386 miliardi di euro, registrando un guadagno di 5,2 miliardi ovvero un +1,4% rispetto all’anno 2019.

Dietro questa crescita, comunque, le società analizzate hanno registrato significativi cali: riduzione dei ricavi per oltre 75 miliardi (-18,6%), 19 miliardi a livello di margini industriali (-42,5%), ebit margin medio in contrazione a 7,7% rispetto all’11% dell’anno precedente, risultato netto in rosso con una perdita di quasi 1,5 miliardi (nel 2019 erano invece presenti ricavi di 12,8 miliardi) e dividendi complessivamente a 1,4 miliardi in meno (-12%) nel 2021. Anche sul fronte degli investimenti, in generale, si può assistere a un pronunciato ridimensionamento pari a 4 miliardi (-11,3%) in meno sul 2019.

Numero, invece, in controtendenza poiché contraddistinto da un segno più è quello relativo alla liquidità: «Si registra invece un incremento per tutti i settori, pari complessivamente a oltre 22 mld (+34,5%). Il 2020 chiude con 86,9 mld complessivi in cassa, pari al 28,6% dei debiti finanziari (era il 23,0% a fine 2019)». Di fatto, quest’ultima nota, rappresenta un elogio per tutti quelli amministratori (e ovviamente per i loro collaboratori) che, fermamente, non hanno ritenuto opportuno investire o comunque impiegare i loro denari nel periodo più buio e inaspettato degli ultimi vent’anni. Purtroppo questa scelta ha sicuramente influito sulla società, ma, allo stesso tempo, si potrebbe obiettare a tale verosimile forma di “cinismo imprenditoriale” con un quesito: se ci fossero stati investimenti, oggi le stesse società in che condizioni si ritroverebbero? E il nostro Paese? 

Il rapporto Mediobanca è sicuramente una rappresentazione di un “fare impresa” molto evoluto poiché si tratta di società quotate (tra le principali del nostro Paese). Purtroppo, pur avendo la loro stessa accortezza ma osservando oltre tale perimetro, la crisi pandemica ha registrato vittime tra le imprese a noi più vicine: a partire dai piccoli artigiani sotto casa fino ad arrivare agli imprenditori delle zone più ricche d’Italia. La prudenza e la cosiddetta “Diligenza nell’adempimento” (art. 1176 Codice Civile) non si sono concretizzati o quanto meno non sono bastati: «Nell’adempiere l’obbligazione il debitore deve usare la diligenza del buon padre di famiglia. Nell’adempimento delle obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale, la diligenza deve valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata».

Probabilmente è accaduto raramente nel corso degli ultimi decenni, ma, oggi (non domani), la vera esigenza dei nostri imprenditori è quella di avere uno Stato che possa agire con la «diligenza del buon padre di famiglia». Che si tratti di Pnrr, ristori, fondi perduti, o qualsiasi altra denominazione e forma: non importa. L’Italia e gli italiani hanno una grande opportunità: che lo Stato agisca subito, senza alcuna titubanza, perché il tempo scorre e “il fare impresa”, in futuro, potrebbe non essere solamente “difficile”, bensì impossibile. 

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