COVID, CHIUSURE O RIAPERTURE?/ “Ecco perché non riusciamo ad anticipare il virus”

- int. Stefania Salmaso

Le zone rosse sono un modo per temporeggiare in attesa che la vaccinazione avanzi. Ci mancano gli studi necessari per anticipare il virus

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I laboratori di ReiThera dove si sta sviluppando il vaccino italiano (LaPresse)

Zone rosse, coprifuoco, chiusure degli esercizi: fino a quando questa strategia di contenimento e prevenzione del Covid risulterà efficace? E come rispondere alla minaccia delle varianti? Il sistema a colori potrà rimanere tale e continuare a funzionare anche nei prossimi mesi? Nel governo le posizioni si confrontano: chi è a favore di riaperture graduali, e chi invece vuole far dipendere tutto dall’evoluzione dei dati pandemici. Ne abbiamo parlato con la prof.ssa Stefania Salmaso, biologa, esperta di epidemiologia e statistica medica.

La strategia delle zone rosse continuerà a funzionare, o ci sono altre possibilità immaginabili?

Con questa pandemia ci siamo ritrovati a dover utilizzare i sistemi per arrestare il contagio che sono quelli dei nostri avi, cioè isolare le persone e non farle incontrare, con le infezioni che si trasmettono da persona a persona è l’unico sistema che sicuramente funziona. Lo abbiamo adottato a marzo 2020 e siamo stati molto bravi, abbiamo vissuto di rendita dei risultati di quella gravosa decisione per diversi mesi, sperando di fatto che la situazione nel frattempo migliorasse.

E poi?

Quello di cui abbiamo dovuto prendere atto è che eravamo circondati da Paesi in cui il contagio montava, per cui era impensabile pensare di tornare a condizioni di vita normali se tutti gli altri Paesi avevano situazioni di circolazione virale molto elevata. L’unica soluzione duratura è la  vaccinazione, ma in attesa di vederne i frutti la tattica attuale è quella di rallentare la circolazione con restrizioni mirate.

Una tattica efficace?

Serve a limitare la circolazione del virus: una scelta deliberata per evitare la paralisi del Paese mentre si vaccina. Le zone rosse hanno sempre mostrato un calo dei contagi, siamo riusciti a tenere a bada anche le varianti, quindi direi che è una tattica efficace, sì. Le uniche alternative prefigurate dall’inizio erano le chiusure programmate, una soluzione teorica che non siamo mai arrivati ad applicare. Il sistema dei colori è un sistema razionale perché basato su dati obiettivi, che però provoca un’altalena e tiene le zone in un’elevata incertezza. Anziché un’altalena incerta, si sarebbero potuti prevedere periodi di chiusura e apertura programmati, in modo che le attività potessero organizzarsi; anche se senza le evidenze di elevata incidenza sarebbero stati più difficile da accettare.

Potrà funzionare anche a maggio?

Certo, perché questo sistema è un modo per temporeggiare finché il programma di vaccinazione farà effetto, una tattica per tenere la pandemia sotto controllo e cercare di ridurre il più possibile decessi e casi severi. Il problema è che i colori vengono assegnati però dove già si sono verificate le infezioni, quindi è un sistema razionale, che funziona, ma non tempestivo, siamo sempre all’inseguimento del virus e non riusciamo ad anticiparlo. Avremmo bisogno di indicatori aggiornati: so che c’è un comitato a lavoro per l’aggiornamento degli indicatori, capiremo quali sono gli orientamenti.

Come affrontare la minaccia delle varianti?

Le varianti esistono e sono il motivo per cui sappiamo che non potremo mai arrivare a un’eliminazione dell’infezione, perché sappiamo che la vaccinazione che facciamo quest’anno probabilmente non sarà risolutiva; infatti lo scopo della vaccinazione non è eliminare totalmente le infezioni. La mitica immunità di gregge non riusciremo a ottenerla adesso, abbiamo una consistente fetta della popolazione esclusa dalla vaccinazione, i ragazzi fino ai 16-18 anni.

Quindi non riusciremo a raggiungere l’immunità di gregge?

L’esempio del Regno Unito ci fa ben sperare, anche se gli inglesi sono usciti da un periodo di lockdown durissimo durante il quale hanno vaccinato. In due mesi hanno già visto gli effetti positivi anche se non possiamo attribuire il merito della riduzione dei casi e soprattutto dei decessi (zero a Londra oggi 29 marzo) tutto alla vaccinazione.

E le varianti non hanno invalidato questo risultato.

Le varianti non possono aggirare completamente l’effetto della vaccinazione. Le varianti  sono una minaccia perché in condizioni in cui ci sono tanti suscettibili ci sono molte probabilità che emergano nuove varianti del virus.

I ragazzi comunque sono rimasti fuori dalla vaccinazione, anche in Uk.

Certo, il vaccino non è registrato per loro, per questo dico che l’effetto dei vaccini atteso è solo la riduzione delle terapie intensive e dei decessi, che per fortuna toccano poco i ragazzi. Comunque però i ragazzi contraggono l’infezione, quindi l’immunità di gregge non è raggiungibile in questo contesto: l’immunità di gregge si ottiene quando la circolazione di un patogeno viene ostacolata dalla presenza di tanti immuni, distribuiti in modo omogeneo nella popolazione.

La medicina territoriale è una grande arma: i famosi protocolli sono stati poi aggiornati?

La medicina copre diversi aspetti. Nel controllo della pandemia l’attività di tracciamento dei contatti è cruciale per interrompere le catene di contagio. Però quando i casi sono tanti non è possibile effettuare in modo tempestivo queste attività.  Il tracciamento deve essere fatto: mi chiedo come mai la Sardegna, che aveva un’incidenza  bassa, ora abbia un’incidenza in crescita. Come hanno detto anche dal ministero e dall’Iss, quando l’incidenza è inferiore ai 50 casi per 100mila persone si può andare a tracciare la catena dei contagi e a mettere in isolamento le persone per interromperla, è quello che hanno fatto in Nuova Zelanda, in Corea. La Sardegna poteva essere la nostra Nuova Zelanda, e invece evidentemente non hanno arginato il contagio ed  ora sono in zona arancione.

Secondo lei ci sono divieti che al momento potremmo far cadere?

I divieti sono tanti e articolati sulle categorie. Il mio più grande rammarico è che sui 2 milioni e mezzo di casi che ci sono stati in Italia non abbiamo nessun dato sistematico su quali siano state le occasioni più pericolose di contagio.

Cioè?

Non sappiamo qual è il rischio d’infettarsi al ristorante o dal parrucchiere o in palestra, perché non abbiamo contezza dei vari focolai, che magari sono stati anche indagati ma sicuramente non sono stati raccolti in modo sistematico, perché i dati delle osservazioni locali diventassero poi evidenze a livello nazionale. Sarebbe stato molto utile poter indicare quali sono i diversi livelli di rischio per decidere dove chiudere o come prevenire. Ma noi appunto non abbiamo nessun dato, ci basiamo su quello che viene dall’estero. Da questo punto di vista purtroppo quella che si chiama l’intelligenza della pandemia in Italia è rimasta molto indietro. Non abbiamo avuto la possibilità di generare osservazioni che ci potessero guidare in queste chiusure mirate.

Il coprifuoco ha ancora senso?

Il coprifuoco mi sembra sensato perché ha un suo valore indiretto: non il coprifuoco in sé, ma come modo per rinforzare il messaggio di restare a casa e limitare le occasioni per incontrare altre persone e rischiare di contagiarsi.

Adatteremo i vaccini alle varianti?

Ci sono degli studi e delle ricerche, li stanno facendo tutti. L’Ema (l’agenzia europea che valuta i vaccini) sta mettendo a punto le procedure per far sì che il vaccino possa essere aggiornato anche verso le varianti. I vaccini attuali sono stati fatti facendo produrre alle cellule del vaccinato anticorpi contro la proteina spike del virus originario. Le varianti che ci preoccupano sono proprio quelle che hanno modifiche nella spike, per cui gli anticorpi non la riconoscono, ma la facilità di produzione dei nuovi vaccini fa sì che si possano inserire nel vaccino parti di genoma che inducano una risposta immune anche per le varianti.

I vaccini proteggono comunque contro l’infezione grave?

Le proteine spike sono come protuberanze sulla superficie del virus, attaccate a tre a tre. Se c’è una modifica nella sequenza di aminoacidi che compongono quella proteina, la proteina si presenta in modo diverso. Quando gli anticorpi indotti con la vaccinazione con la proteina originale vanno verso la proteina modificata, si legano ma magari si legano un po’ di meno a seconda delle parti che sono cambiate, per questo su alcune varianti funzionano meglio e su altre meno. Fino ad ora abbiamo visto che contro quella che temevano come più diffusiva, la variante inglese, i vaccini sembrano funzionare, tanto che in Inghilterra dove è nata la variante più diffusa anche in Italia, il numero di decessi e casi severi è stato abbattuto.

E per le altre varianti?

Non abbiamo la casistica per le varianti rare, abbiamo quella relativa alla variante inglese e ci dice che i vaccini funzionano per i casi gravi e anche per i decessi.

(Emanuela Giacca)

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