COVID, DA CODOGNO A BRESCIA/ “Nel giro di un giorno ho visto cambiare il mondo”

- int. Massimo Lombardo

Massimo Lombardo, Direttore Asst Lodi durante la fase iniziale della pandemia, oggi è a Brescia e ci racconta la sua esperienza col virus

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Terapia intensiva (LaPresse)

Massimo Lombardo è stato direttore degli ospedali di Lodi e Codogno durante la prima ondata della pandemia da coronavirus e si è ritrovato in prima fila anche durante la seconda ondata, quando è passato a dirigere l’azienda ospedaliera di Brescia. In questa intervista ci racconta la sua esperienza, da quel giorno in cui tutto è iniziato a oggi. Lo spirito, però, resta lo stesso: costruttivo, proiettato al futuro, con la determinazione di chi per nessuna ragione vorrebbe sprecare la lezione imparata da un’esperienza durissima.

Lei era direttore generale a Lodi-Codogno quando l’Italia è stata travolta dal virus. Come ricorda quei giorni?

Io ho vissuto tutto, sin dal primo pomeriggio di quel 20 febbraio, quando mi telefonò l’anestesista Annalisa Manara, dicendomi che da poche ore c’era un paziente giovane in rianimazione che risultava negativo a tutte le cose ragionevoli. Nonostante non fosse stato in Cina, lei pensò all’ipotesi coronavirus, così decidemmo di mandare il campione all’Ospedale Sacco. Erano le 14,30-15 del 20 febbraio. Iniziammo a ragionare su cosa sarebbe stato avere un paziente positivo al coronavirus, un paziente che era stato un giorno in pronto soccorso, un giorno nel reparto di medicina e poi, dopo essersi aggravato, in rianimazione. Da 15 giorni avevamo adottato i protocolli ministeriali, non descrivevano una situazione come la nostra ma contesti come quello dei due turisti cinesi positivi isolati allo Spallanzani di Roma. Un giovane cittadino lodigiano non viaggiatore, con una rete di relazioni, un lavoro in una grossa ditta locale e una moglie incinta configurava uno scenario totalmente diverso.

E che cosa successe?

Alle 18 il Sacco ci comunicò che il risultato del test era dubbio. Aspettammo altre 3 ore, intanto iniziammo a chiamare i professionisti che avrebbero poi formato il primo nucleo della nostra unità di crisi. Alle 21 arriva il responso: positivo.

Che avete fatto?

Già dal pomeriggio avevamo messo i dispositivi di protezione nei reparti e in pronto soccorso. Era già iniziato il cambiamento delle nostre modalità operative, un cambiamento avvenuto nell’arco di qualche ora. Neanche 24 ore dopo iniziammo a vedere tutte quelle ambulanze che arrivavano da un paese così piccolo, con pazienti in condizioni gravi. Il mondo è cambiato nel giro di un giorno.

E poi?

Nel frattempo avevamo chiuso il pronto soccorso di Codogno e avevamo concentrato tutti gli sforzi su Lodi, volendo creare come un presidio di provincia, un cordone alle porte di Milano. Abbiamo formato un’unità di crisi con tutte le sue componenti – sanitaria, tecnica, amministrativa – e abbiamo iniziato ad agire come se fossimo in presenza di un terremoto, un terremoto che però si ripeteva due volte al giorno tutti i giorni, con decine di ambulanze che arrivavano a ondate e picchi giornalieri che nel giro di poco tempo hanno riempito un piccolo ospedale di provincia. Abbiamo smesso di usare i nomi dei reparti, abbiamo adottato un sistema di colori con aree d’intensità e messo a punto un’équipe di intensivisti. In tre giorni abbiamo cambiato faccia all’ospedale.

Dove avete trovato la forza?

La nostra forza è stata il fatto di considerarci così piccoli da mettere in discussione tutto quello che stavamo facendo e chiedere aiuto. Non comandavamo noi, ma la malattia, una malattia nuova con caratteristiche che non ci aspettavamo. Dovevamo reimparare tutto da capo e ricostruire una modalità operativa. È successo tutto in una settimana: prima da noi, poi anche a Cremona, Bergamo, Brescia. In primavera Brescia, con 950 pazienti in un giorno, è diventata forse l’azienda ospedaliera coinvolta più grande in Europa. Insomma, io mi sono trovato a passare dalla più piccola azienda ospedaliera interessata dall’arrivo del virus alla più grande.

Un’esperienza da cui deve aver imparato molto.

Il Covid è stato un drammatico acceleratore sull’organizzazione e sulla clinica, un acceleratore che ha costretto tutti a rimettere in discussione le proprie certezze, a imparare ciò che stava accadendo, a condividerlo fra professionisti. Noi abbiamo avuto tutti i farmaci sperimentali del mondo, ricordo che la sera, anche il sabato e la domenica, mi mettevo a chiamare gli amministratori delegati delle aziende farmaceutiche per farci mandare i farmaci per la sperimentazione. Siamo entrati in tutti gli studi in grande trasparenza, alcune delle lezioni apprese da noi sono poi confluite nella prassi della Società italiana di medicina d’urgenza e vengono applicate in tutta Italia.

Ad esempio?

Le esperienze di telemonitoraggio sul paziente acuto sono state diffuse anche in altre aziende ospedaliere. Noi siamo stati in contatto con i medici di tutto il mondo, anche con i medici dell’università di Wuhan, avevamo call settimanali con la Cina, New York, la Gran Bretagna. È stata un’esperienza a dir poco fuori dal comune, sono venuti a Lodi professionisti da tutte le associazioni, sono venuti quelli di Medici Senza Frontiere. Ognuno ha portato e preso esperienza, la comunità scientifica ha condiviso modelli, saperi e informazioni con uno spirito di solidarietà e condivisione. Io dico sempre che con quanto avvenuto si è elevato lo standard. A Brescia stiamo alzando l’asticella qualitativa non solo nel reparto Covid, ma anche nei reparti non Covid. Ora abbiamo un grande padiglione Covid su cui sono stati investiti 7 milioni e mezzo di euro, totalmente finanziato e realizzato da privati, uno spazio immaginato in una logica di rianimazione con reparti di assistenza respiratoria anche sub-intensiva.

Una tragedia che ha portato delle trasformazioni anche buone?

Non voglio ringraziare il Covid, perché è stata un’esperienza drammatica. Però è stata un’esperienza umana e professionale radicale, da cui non si può tornare indietro. Sarebbe un grave errore tornare indietro e dimenticare tutte le cose che come medici abbiamo imparato. Abbiamo ripreso i fondamentali etici e professionali e li abbiamo rimessi in gioco come persone ancor prima che come professionisti, abbiamo immaginato un ospedale a misura del paziente.

Ha paura che la lezione possa essere dimenticata?

L’uomo è abitudinario, ha quella che chiamo una “tendenza elastica”, una tendenza cioè a tornare al punto di partenza. Ma in questa esperienza abbiamo messo in gioco plasticità e abbiamo immaginato ospedali differenti e colto trasformazioni positive. Dobbiamo cercare di forzare la tendenza a tornare alla zona di comfort e valorizzare le trasformazioni. I giovani sono pronti, i medici, i tecnici e gli infermieri.

Nonostante la stanchezza?

Nonostante la stanchezza, hanno bisogno però che le cose fatte d’impeto vengano trasformate in progetto, organizzazione, investimento. Non bisogna far conto solo su entusiasmo e spirito di abnegazione. La sanità in Italia ha dato tanto in questi vent’anni in termini di tagli, dobbiamo pensare a investimenti mirati. Una società che investe in salute, una società sana, è una società produttiva. La sanità non è solo assistenza, ma investimento in tecnologie, intelligenza, brevetti, innovazione. Ed è anche un’industria strategica.

Lei che ha vissuto le due ondate come descriverebbe il passaggio?

Sono due fenomeni differenti. In primavera sono venuti in ospedale solo i pazienti più gravi, non avevamo tutte le conoscenze, non avevamo tutti i farmaci. Nel tempo abbiamo imparato delle cose ma ancora non ci sono farmaci specifici, abbiamo farmaci semplici e storici: steroidi, anticoagulanti, antibiotici in copertura e protezione. Anticipiamo il passaggio nelle rianimazioni, per il resto non è cambiato moltissimo. Nella seconda ondata abbiamo visto pazienti precoci, polmoniti più lievi che abbiamo seguito anche a domicilio coi medici di medicina generale. Alla lunga, anche nella seconda ondata sono arrivati poi pazienti gravi. Questo purtroppo non è cambiato.

Com’è la situazione a Brescia ora?

Vediamo i prodromi della terza ondata, i numeri salgono. C’è stata una riduzione dei ricoveri poco prima di Natale e ora vediamo di nuovo crescere i ricoveri. I letti Covid in rianimazione sono praticamente tutti occupati: sono gli effetti dei contagi nel periodo tra Natale e Capodanno.

Che tipi di cluster osservate?

Vediamo cluster familiari, cluster in Rsa, ma anche nei reparti ospedalieri. C’è grande preoccupazione e attenzione, ma la grossa novità positiva è che stiamo vaccinando, arriviamo quasi al ritmo di 1.000 vaccinati al giorno. E devo dire che l’adesione degli operatori sanitari è molto alta. L’85% ha rilasciato la manifestazione d’interesse e si stanno prenotando anche colleghi che non avevano risposto alla manifestazione d’interesse, per cui la percentuale potrebbe essere ancora superiore. Insieme all’Università di Brescia il 27 dicembre, quando siamo partiti con le vaccinazioni, abbiamo promosso anche la campagna #stoconlascienza.

Di che si tratta?

Di una campagna che inizia coi vaccini ma non finisce coi vaccini. Siamo partiti dalle vaccinazioni, contro le quali in Italia negli ultimi anni ci sono state delle grosse campagne. Abbiamo lanciato l’hashtag #stoconlascienza sui social. Vogliamo generare un dialogo nella popolazione, discutere di scienza non solo fra professionisti, ma con tutti.

(Emanuela Giacca)

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