COVID E MAFIE/ Maresca: “zona grigia” e mani sugli appalti, ecco come contrastarle

- Catello Maresca

Le emergenze sono da sempre il terreno di coltura ideale per le mafie. Sta accadendo anche con il Covid. I punti per un’azione vera di contrasto

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Le emergenze sono da sempre il terreno di coltura ideale per le mafie. Nelle economie globali in tempi di pandemia le organizzazioni criminali riescono a mettere in campo una capacità maggiore di sfruttare, a loro vantaggio, le incertezze e le difficoltà economiche per intercettare nuovi filoni di affari, in questo caso nel settore della sanità che era ed è una delle principali voci di spesa pubblica.

Nell’era del Covid il ritorno ad una spesa pubblica quasi illimitata per fare fronte alla crisi economica sarà l’ennesima opportunità che la mafia coglierà. Le risorse che i governi nazionali e le istituzioni comunitarie hanno predisposto per far fronte all’emergenza economico-sociale dovuta all’epidemia di Covid-19, rappresenta una straordinaria opportunità di arricchimento per la criminalità organizzata. Sappiamo già quanto è difficile il contrasto all’infiltrazione della criminalità nell’economia legale, quello che non sappiamo ancora bene è di quanto aumenteranno queste difficoltà in un periodo complesso come quello pandemico e in un contesto di controlli un po’ annacquati.

L’imperativo nella vita pubblica di oggi sembra essere quello di correre, soprattutto negli appalti per centinaia di milioni di euro che in questi mesi le istituzioni locali e nazionali stanno aggiudicando per fronteggiare l’emergenza sanitaria. Quelli trascorsi sono stati i mesi della celerità per fronteggiare il virus e per avviare la ricostruzione post-emergenza. Non si è tanto badato ad effettuare controlli attendibili al fine di realizzare un efficace contrasto alle infezioni mafiose nell’economia della pandemia.

Sia chiaro, le mafie hanno continuato con qualche difficoltà a fare affari nell’economia del vizio (droga, azzardo, prostituzione), nel traffico di esseri umani, nel settore dei rifiuti e nell’infiltrazione negli appalti pubblici. Ma le perdite eventuali in questi settori sono state ampiamente recuperate con gli affari nel settore della sanità d’emergenza Covid.

Le prime inchieste delle procure distrettuali antimafia d’Italia hanno già accertato che la criminalità organizzata  ha partecipato, ovviamente sotto mentite spoglie, alla grande abbuffata degli appalti per l’emergenza Covid. Nel mese di aprile, in Germania, il quotidiano tedesco Die Welt pubblicò un articolo che nel riproporre in maniera indegna un antico e diffuso pregiudizio sull’Italia, sottolineava un rischio che – a mio giudizio – non è italiano bensì europeo, transnazionale, globale come la pandemia. La mafia, o per essere più chiaro, le mafie, coglieranno opportunità di business in ogni Paese dell’Ue. Compresa la Germania. Il giornale tedesco scriveva, nei giorni in cui il nostro Paese contava centinaia di morti al giorno, migliaia di contagiati e un sistema sanitario al collasso “in Italien wartet die Mafia nur auf einen neuen Geldregen aus Brüssel”. Sarebbe a dire “in Italia la mafia aspetta solo una nuova pioggia di soldi da Bruxelles”. In questo caso il giornale tedesco fa lo stesso errore madornale di chi in Italia confina la mafia al Sud.

L’idea di una criminalità organizzata confinata entro stretti limiti nazionali si ripercuote sull’efficacia delle misure di contrasto stabilite nei vari ordinamenti nazionali. La difficile collaborazione tra Stati, la mancanza di una conoscenza condivisa del fenomeno criminale, la difficoltà di contrasto a livello europeo, continuerà a concedere un vantaggio alla criminalità organizzata in termini di espansione verso altre economie. Per paradosso la mafia, in Italia, quando efficacemente contrastata, ha meno occasioni di guadagno che altrove in Europa e nel mondo perché il nostro ordinamento ha una delle legislazioni antimafia più efficaci ed avanzate mai partorite.

Pur tuttavia, l’approssimazione e il tono discriminatorio di quell’articolo del quotidiano Die Welt è comunque un utile spunto per una riflessione seria sull’effettivo pericolo rappresentato dalla criminalità organizzata in un momento storico così delicato. L’attuale emergenza sanitaria del Covid-19 ha determinato gravi conseguenze sul piano economico in Italia e già in generale nell’intera area euro. Per far fronte a questa emergenza si è reso necessario un massiccio intervento pubblico nell’economia. Intervento diretto a garantire sostegno a lavoratori, famiglie e imprese. Da aprile a novembre, e chissà per quanto tempo ancora, il Governo italiano procede e procederà per decreti a concedere aiuti, rimandare tasse, tagliare spese per investimenti, dirottare risorse nel settore della sanità. Le risorse miliardarie in aiuti pubblici già erogati e da erogare e gli appalti nel settore della sanità per far fronte all’attuale emergenza, rappresentano certamente un’opportunità per la criminalità organizzata e per quanti operano all’interno di quella che noi magistrati definiamo “area grigia”.

Ovviamente, alla criminalità fanno gola non solo le risorse pubbliche ma anche l’economia privata, che nel contesto epidemico prospetta occasioni di profitto. La scarsa liquidità e la bassa redditività in cui si dibattono le imprese (specialmente le piccole e medie imprese) nei prossimi mesi le esporranno sia al circuito bancario parallelo mafioso (usura) grazie alla grande disponibilità di risorse liquide di cui la mafia dispone, sia all’acquisizione di quote societarie e/o di intere società da parte di soggetti criminali.

A preoccupare è sì il rallentamento dell’economia, ma costituisce un pericolo grave anche ogni ritardo nell’erogazione di forme di sostegno per le fasce più deboli della popolazione. Il rischio è quello di aprire la strada al reclutamento da parte della criminalità organizzata di manovalanza a basso costo, grazie alla consegna di beni essenziali (la spesa, il cibo, i mezzi di sussistenza) o concessioni di denaro. Tale fenomeno costituisce chiaramente una forma di aiuto non disinteressato ed è preoccupante non solo per l’arruolamento di nuova manovalanza in sé, ma anche – e forse soprattutto – per l’accrescimento del consenso sociale che scaturisce da questa attività. Episodi di questo tipo renderanno le periferie metropolitane di questo Paese sempre meno sicure e sempre meno controllate o comunque sottratte di fatto all’autorità dello Stato.

Per questi motivi, il lavoro delle autorità e degli enti diretti al contrasto della criminalità organizzata e deputati al controllo della regolarità nella concessione dei finanziamenti pubblici e nel settore degli appalti, si prospetta particolarmente complesso e gravoso. È importante sottolineare sin d’ora che non sarà sufficiente fare unicamente affidamento su strumenti di contrasto di carattere repressivo: specialmente sul piano economico, per evitare danni strutturali e permanenti per la collettività è necessario bloccare a monte l’attività di infiltrazione e di condizionamento da parte della criminalità organizzata. A tal proposito, sarà utile implementare quelle misure di carattere preventivo che già sono previste nel nostro ordinamento e che consentono di identificare tutti gli attori economici che operano all’interno della cosiddetta area grigia.

Per contrastare efficacemente un fenomeno complesso come quello della criminalità organizzata sono necessarie soluzioni complesse. Come ho spesso evidenziato, un ruolo di primaria importanza è certamente ricoperto dall’apparato repressivo. Sotto questo aspetto la nostra legislazione antimafia è all’avanguardia ed è ragionevole affermare che lo sforzo finalizzato al contrasto di questo fenomeno sarà efficace se tutti ci concentriamo su questo obiettivo. La questione, però, è seria. È normale che tutti (o quasi) remiamo nella direzione di contrastare ed evitare ogni forma di condizionamento della mafia sia in economia che nella società e nelle istituzioni. Ma tutti sappiamo anche che c’è una mole di controlli da effettuare che difficilmente sarà conciliabile con esigenze di qualità e tempestività degli stessi.

Non è un discorso semplice, ma sull’aspetto delle tempistiche e del conseguente appesantimento dei procedimenti di assegnazione e realizzazione degli appalti, ho notato che nel dibattito pubblico si muovono serie contestazioni sulla sostenibilità, in termini economici, di tali misure di prevenzione. Sono prese di posizione che sfociano spesso anche in proposte di sospensione del codice degli appalti, del codice antimafia e di altri strumenti posti a tutela della trasparenza, regolarità e legalità dei vari circuiti economici in relazione ai quali sono previsti.

A parere di chi scrive, pur trattandosi di un sistema perfettibile, non pare ragionevole pensare alla completa o parziale eliminazione o sospensione di tali strumenti di garanzia e tutela della legalità del circuito dell’economia legale. Di recente si è dibattuto tanto circa il ruolo dell’Anac, l’Autorità anticorruzione. In un’occasione pubblica ebbi a precisare che deve essere decisamente orientata a prevenire il vero male del 21esimo secolo, la corruzione mafiosa. Oggi le mafie infiltrano profondamente l’economia legale e con essa ed attraverso essa la gestione politico-amministrativa e l’esecuzione dei grandi appalti. Oggi c’è il business degli appalti Covid. Ebbene credo che serva un’Anac non più spauracchio, ma controllore puntuale e serio di complesse dinamiche corruttive. Che non sia causa di paralisi amministrative, ma volano di sviluppo attraverso la creazione e la garanzia, anche per gli investitori esteri, di percorsi amministrativi virtuosi. Serve un’Autorità che vigili sui processi di impegno delle risorse economiche senza creare ansie e preoccupazioni nei mercati. Serve un ente che sappia puntare i riflettori sui meccanismi di infiltrazione mafiosa nelle pubbliche forniture e negli appalti, lasciando respirare i dipendenti pubblici e liberandoli dalle loro paure. Un organismo in grado di contribuire alla crescita economica del Paese e non foriero di nuova inutile burocrazia.

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