COVID E MALATI MENTALI/ “Ecco come la pandemia ci ha portato ulteriori sofferenze”

- int. Roberto Frigerio

Le persone che soffrono di patologie mentali hanno sofferto in modo particolare la situazione di solitudine provocata dalla pandemia

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Volontari della Protezione civile

La Fondazione Adele Bonolis-As.Fra. di Vedano al Lambro, nata grazie all’opera della Venerata omonima, che presto sarà fatta Beata, è dedicata all’incontro con le persone portatrici di disagio psicologico e psichiatrico. Nel corso degli anni ha sviluppato capacità di intervento professionale nella dimensione terapeutica e riabilitativa, che le hanno consentito di essere una realtà rilevante nel panorama sanitario del territorio lombardo. In particolare sono attive due Comunità protette ad alta intensità e due Comunità riabilitative ad alta intensità; un Centro diurno semiresidenziale ed esperienze di co-housing in sette appartamenti protetti. Roberto Frigerio, da noi intervistato, è infermiere professionale e responsabile di una delle comunità protette ad alta intensità psichiatrica, nonché coordinatore di tutta la Fondazione: “Durante la prima fase della pandemia abbiamo avuto le problematiche che hanno avuto tutti, in primis capire cosa stesse succedendo, poi trovare i dispositivi sanitari.

E’ venuta in nostro aiuto la Protezione civile che ha installato nel nostro laboratorio la produzione di dispositivi di protezione al volto nella fase in cui era impossibile trovare mascherine”. Adesso, invece, “là dove è vietato ai pazienti di muoversi liberamente sul territorio come era nostra caratteristica, molti di loro hanno sofferto questa proibizione e si sono verificati casi di dimissione, ma abbiamo mantenuto con loro i contatti, non li abbiamo abbandonati”.

Lei è responsabile di una comunità protetta ad alta intensità, che significa ricovero 24 ore al giorno per un periodo continuativo di persone con problemi mentali, giusto?

Sì, seguo la parte residenziale dove i pazienti restano anche a dormire. La nostra Fondazione è accreditata con il Servizio sanitario regionale, abbiamo due comunità residenziali ad alta protezione con venti posti ciascuna. I pazienti che ospitiamo hanno una età mediamente dai 40 anni fino al tetto massimo in cui è possibile il ricovero, cioè fino ai 65 anni (caratteristica della Regione Lombardia, che poi manda dai familiari, se ancora li hanno, i pazienti o sono costretti al ricovero nelle Rsa, ndr), con una storia di cronicità delle patologie psichiatriche dove prevale un aspetto residenziale e di media riabilitazione. Invece nell’altra delle nostre due strutture residenziali abbiamo due comunità di riabilitazione psichiatrica ad alto livello assistenziale che ospitano pazienti più giovani, dai 18 fino ai 40 anni, anche se nell’ultimo periodo assistiamo all’ingresso di pazienti sempre più giovani, ma vicini alla maggiore età.

In questo periodo pandemico molti esperti del vostro settore hanno denunciato una crescita delle patologie e dei disturbi mentali dovuti proprio alla pandemia. Avete notato ingressi legati a questo fattore?

La pandemia ha rappresentato un elemento di grande difficoltà che più che incidere sull’aspetto psicopatologico del paziente ha inciso sulle condizioni di libertà a cui erano abituati. La nostra è una struttura aperta, che si caratterizza proprio per l’apertura sul territorio, anche se al suo interno facciamo riabilitazione sociale.

Che cosa si è verificato?

Sia nella fase uno della pandemia che in quella attuale ci è stato ordinato di vietare l’uscita dei pazienti dalle strutture. Questo ha inciso fortemente su alcuni pazienti, che non sono riusciti ad abituarsi alla nuova condizione di chiusura e hanno rinunciato a rimanere, dando le dimissioni.

E quelli che sono rimasti? Come si sono adattati?

L’altro grande problema è stata l’impossibilità o il diradamento degli incontri con i propri familiari. Nella prima fase avevamo attrezzato una sala dedicata, allestita con una serie di controlli sanitari e accorgimenti come la sanificazione, mentre nell’ultimo periodo, dai primi di dicembre, anche questa possibilità è stata negata. Il fatto di non poter incontrare i propri congiunti è diventato un problema che abbiamo in parte ovviato con un incremento generoso della tecnologia di comunicazione come i tablet.

Pazienti con patologie mentali possono significare un peso a volte insostenibile per la famiglia. Siete riusciti a seguirli comunque?

Sì, abbiamo mantenuto il contatto anche grazie al CPS (Centro Psico Sociale) in modo che a questi pazienti non venisse preclusa la possibilità di un incontro e anche di riammissione. Adesso, ad esempio, ci sarà un paziente che si era allontanato e stiamo studiando la possibilità di reinserirlo. Non li abbiamo certo abbandonati.

E’ solo da pochi anni che esistono strutture come le vostre, il disagio mentale a lungo ha pesato per intero sulle famiglie. Pensa che il disagio psicologico sia ancora poco valutato nell’ambito del servizio sanitario?

C’è sicuramente uno scarso riconoscimento, uno stigma che pesa su queste malattie, dove in realtà si verificano problemi a entrare in contatto o a gestirsi. Occorre però tenere presente che non solo per via della pandemia, anche in persone che non hanno alle spalle una storia di problemi psichiatrici, secondo dati precisi, le patologie mentali sono in costante aumento.

Come operatori sanitari quali problematiche avete affrontato?

La prima difficoltà è stata l’imprevisto, cercare di comprendere cosa stava succedendo. Ci siamo trovati con una malattia molto diffusa e poco conosciuta e abbiamo avuto difficoltà, come tutti, a reperire i dispositivi di protezione individuali. Abbiamo ospitato la Protezione civile, che nel nostro laboratorio si è messa a produrre mascherine nella fase in cui era impossibile trovarle.

Adesso siete autosufficienti?

L’approvvigionamento non è più stato un problema, così come i tamponi che, in accordo con l’Ats e con l’aiuto di privati, adesso siamo in grado di fare in loco, prima quelli molecolari poi quelli rapidi. Abbiamo la possibilità di monitorarli direttamente.

Avete avuto casi di contagio?

Siamo stati fortunati, graziati o abili, mettiamoci pure tutte e tre le cose insieme. C’è stato sì qualche caso molto raro,  all’interno del personale sanitario e fra pazienti con sintomi Covid correlati, ma neppure un decesso e nemmeno la necessità di ricoveri per l’aggravarsi della patologia.

(Paolo Vites)



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