COVID/ L’isolamento agisce sul cervello come la fame: I più colpiti anziani e bimbi

- int. Vincenzo Di Lazzaro

Fame e bisogno di relazioni attivano la stessa area del cervello: Vincenzo Di Lazzaro, neurologo, commenta i risultati dello studio del Mit di Boston

Covid Roma
Covid Roma, Via Veneto durante il lockdown (LaPresse, 2020)

Uno studio pubblicato su Nature Neuroscience e condotto da ricercatori del Mit di Boston dimostra che l’area del cervello che si attiva di fronte al bisogno di relazioni sociali è la stessa che si accende in risposta allo stimolo della fame. La privazione dei contatti sociali produce in centri cerebrali profondi, della cui attivazione non siamo consapevoli, un effetto che è molto simile a quello innescato dalla deprivazione del cibo e che, in entrambi i casi, ci porta a cercare ciò che ci manca. Un’affermazione forse intuitiva sul nostro bisogno di relazioni, che ora viene spiegata scientificamente. Lo studio rende noti i risultati di una ricerca che è stata condotta su dati raccolti fra il 2018 e il 2019, ben prima che il Covid stravolgesse le nostre esistenze. Le conclusioni arrivano però proprio in un momento in cui milioni di persone nel mondo sono costrette a limitare le proprie relazioni e a fronteggiare lunghi periodi di isolamento a causa della pandemia. Ne parliamo con Vincenzo di Lazzaro, professore di neurologia e direttore dell’Unità di Neurologia del Campus Biomedico di Roma.

Professore, quali sono i risultati di questo studio?

Questo studio appena pubblicato su Nature Neuroscience ha valutato gli effetti a livello cerebrale del digiuno e della deprivazione dei contatti sociali. Dopo un periodo di digiuno o di isolamento completo di 10 ore i soggetti sono stati sottoposti ad una risonanza magnetica funzionale cerebrale, durante la quale sono stati stimolati con foto di cibo o di situazioni sociali.

Cosa si è visto?

Si è visto che i soggetti deprivati di cibo e delle relazioni sociali rispondevano esattamente allo stesso modo: si attivava in entrambi i casi la stessa area del cervello. Non è la corteccia cerebrale, cioè quella parte del cervello che elabora informazioni di cui abbiamo consapevolezza, ma strutture profonde cerebrali denominate sostanza nera ed area tegmentale ventrale. Si attivavano in maniera assolutamente comparabile in entrambi i casi.

Questo che cosa implica?

Questo vuol dire che la deprivazione di cibo e di contatto sociale producono gli stessi effetti, che il bisogno sociale è un bisogno primario per l’uomo, esattamente come il bisogno di cibo. L’area coinvolta è una specie di interruttore nella parte profonda, non consapevole, del cervello. Quello che avviene nella corteccia cerebrale segue invece vie diverse.

Lo studio dice che chi è più avvezzo alla solitudine soffre meno la privazione. È una questione di abitudine?

In realtà la causa di questa variabilità non è nota ma, specie nel caso dei contatti sociali, chi era più portato all’isolamento ha mostrato una minore attivazione delle aree cerebrali profonde nel momento in cui riceveva gli stimoli sociali. Ci sarebbe bisogno di fare altre ricerche: questi studi vanno a dimostrare che una certa area del cervello è interessata macroscopicamente. A livello di neuroni, però, potrebbe trattarsi di diverse reti neurali, collocate nella stessa regione del cervello ma aventi connessioni diverse, quindi indipendenti tra loro.

Cioè?

In una stessa area del cervello ci sono diversi reti neurali con diverse funzioni. Sicuramente quello che accomuna le reazioni al bisogno di cibo e di contatti sociali è la presenza di un unico neurotrasmettitore, quello della motivazione, la dopamina. Tale neurotrasmettitore risulta quindi fondamentale per entrambi i comportamenti: la ricerca di cibo e dei contatti sociali.

Come è stato effettuato l’esame sui soggetti testati?

La tecnica utilizzata si chiama risonanza magnetica funzionale. Quando i neuroni si attivano, aumenta la richiesta metabolica (di ossigeno e glucosio) e di conseguenza l’afflusso di sangue in certe parti del cervello, che è quello che andiamo a registrare. Ci sono anche applicazioni cliniche di questo tipo di esame, per esempio se un paziente deve essere sottoposto a un intervento per una lesione cerebrale: si fa parlare il paziente e si vede l’area che si attiva. Sappiamo già dov’è, naturalmente, ma in questo modo possiamo vedere distintamente l’area del cervello preposta al linguaggio ed evitare di lederla durante l’intervento.

I soggetti coinvolti nell’esperimento vedevano foto di cibo e di situazioni sociali, non cibo e situazioni di socialità reali. Quanto si può ingannare il cervello?

La reazione osservata è stata indotta da stimoli esterni, indipendentemente dal fatto che fossero o meno reali. Sono stati stimolati circuiti che non arrivano in corteccia, e solo di ciò che arriva sulla corteccia abbiamo consapevolezza. Gli impulsi che derivano dalla attivazione delle strutture cerebrali profonde possono essere ritrasmesse alla corteccia e quindi guidare le nostre scelte ma possono innescare anche comportamenti di cui non abbiamo piena consapevolezza orientati alla ricerca di cibo e contatti sociali. 

Si reagisce a uno stimolo finto come a uno reale?

Lo stimolo è finto, si mostrano delle fotografie, il soggetto non ha la percezione del cibo, non vede cibo reale, non ne sente l’odore, così come non sperimenta un contatto sociale, ma il cervello risponde ugualmente allo stimolo. E immediatamente anche, perché il soggetto è deprivato, quindi la risposta è particolarmente intensa.

I contatti virtuali possono sopperire almeno in parte alla mancanza di quelli reali?

È verosimile, ma varrebbe la pena fare uno studio specifico su questo. In questo studio l’isolamento era completo, i soggetti non avevano la possibilità di usare il cellulare, ma solo di lanciare un allarme in caso di crisi d’ansia o altre difficoltà. È una ricerca che non è nata in periodo Covid. Sarebbe bello ora vedere quanto un contatto mediato possa rispondere al bisogno di socialità. Un contatto sonoro e anche visivo come quelli che si hanno nelle videochiamate e simili potrebbero attenuarlo, almeno in parte.

Quanto l’attuale, necessaria condizione d’isolamento e limitazione dei contatti sociali sta influendo sulla nostra salute mentale?

Sicuramente è stato registrato un aumento dei casi di depressione. L’isolamento è una condizione innaturale, crea situazioni emotivamente pesanti, come il non poter vedere le persone care. Lo studio mostra che dopo sole 10 ore di isolamento ci sono risposte come quelle che abbiamo detto. Immaginiamo che tipo di conseguenze possano avere mesi di lockdown. I danni che sta facendo il virus non sono legati solo all’infezione ma anche alle conseguenze sulla salute mentale, e in particolare la depressione, che può accentuarsi in chi già ne soffre insieme a disturbi ad essa correlati.

Per esempio?

Molte persone soffrono di disturbi del sonno, e la stessa preoccupazione di essere infettati dal virus genera un’ansia notevole. Si prevede un significativo aumento di patologie psichiatriche in conseguenza dell’isolamento legato alla pandemia.

Quali effetti misureremo quando ne saremo usciti?

Difficile da prevedere, chi ha una predisposizione potrà avere un aggravamento della propria patologia, altri potranno essere portati ad apprezzare di più quello che hanno perso in questi mesi. Il problema è più grave per le persone che già hanno una fragilità: la depressione è una patologia estremamente diffusa, è inimmaginabile quanto sia diffusa, e le persone colpite subiranno delle conseguenze. D’altra parte era inevitabile, si rischia la vita, non ci sono altre soluzioni che isolarsi.

Quali fasce risentono di più delle conseguenze dell’isolamento?

I più fragili sono gli anziani e i bambini al primo anno di scuola, in ogni caso i giovani che si trovano in una fase di transizione. Per questo motivo abbiamo cercato di mantenere le lezioni in presenza almeno per il primo anno, anche all’università. Il cambiamento è sempre un momento delicato, viverlo a distanza è troppo complesso.

C’è un risvolto positivo in tutto questo?

È un impulso positivo al nostro Paese perché progredisca tecnologicamente. L’università, per quella che è la mia esperienza, sta funzionando anche a distanza, e per quanto sia una situazione innaturale c’è un avanzamento. Negli ultimi mesi abbiamo fatto molte tesi sulla telemedicina: poter visitare i pazienti a distanza è un vantaggio, anche al di là dell’epidemia.

(Emanuela Giacca)

© RIPRODUZIONE RISERVATA