COVID/ Ricciardi: Sud a rischio serve il 50% di italiani vaccinati contro l’influenza

- int. Walter Ricciardi

L’epidemia di Covid in Italia cresce lentamente, ma il Sud deve aumentare controlli e rigore. Soglia di allarme sopra un indice Rt pari a 1,2

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LaPresse

Per la prima volta da fine maggio gli attualmente positivi sono tornati sopra quota 50mila e la diffusione del virus, pur non toccando i picchi registrati in altri paesi, sta aumentando in misura lenta ma progressiva. Per Walter Ricciardi, professore ordinario di Igiene all’Università Cattolica e consigliere del ministro Roberto Speranza, i prossimi 15 giorni potrebbero essere decisivi, soprattutto per il Sud, che rischia “una pressione forte sui sistemi sanitari e quindi la necessità di adottare misure più drastiche”. A preoccupare Ricciardi “è soprattutto la possibile concatenazione di più fattori: l’arrivo dell’influenza, il ritorno della stagione fredda, una certa esasperazione dei cittadini. Bisogna invece essere, purtroppo ancora per un po’, molto lucidi e razionali. L’emotività è un nemico della lotta al Covid”.

Lei si è detto preoccupato per la situazione dei contagi in Lazio, Campania e Sardegna. Cosa può succedere al Sud?

In questo momento devono assolutamente aumentare i controlli e il rigore delle misure di contenimento, perché, se crescono i contagi, il Sud corre il rischio concreto di una pressione forte sui sistemi sanitari e quindi la necessità di adottare misure più drastiche.

Il sistema sanitario, rispetto a marzo/aprile, è meglio attrezzato a fronteggiare una recrudescenza dell’epidemia? A che punto sono i piani di emergenza regionali?

Per quanto riguarda le terapie intensive c’è stato un rafforzamento generalizzato in tutto il paese, non è un fronte critico. Non è successa la stessa cosa per le terapie sub-intensive e per i reparti Covid: sostanzialmente si registra una grande eterogeneità, ci sono regioni più pronte e altre molto in ritardo. Anche sulla ristrutturazione dei pronto soccorso e sull’individuazione di percorsi separati ci sono gravi ritardi, specie al Sud, dove in caso di aumento dei contagi le strutture potrebbero essere messe a dura prova. Non vedo un livello omogeneo di preparazione.

Com’è oggi la situazione dell’indice Rt nelle regioni italiane? C’è una soglia che non va assolutamente superata?

A livello nazionale in questo momento l’indice Rt è sotto l’1, ma in alcune regioni è pericolosamente vicino all’1. Quando si arriva a 1,2-1,3 significa che è in atto un aumento e oltre questa soglia scatterebbe una grande preoccupazione.

“Quello che sta accadendo al Genoa potrebbe rappresentare la Waterloo dei tamponi” ha detto il professor Bassetti. In effetti sullo screening di massa si è costruita gran parte della strategia di prevenzione. Quanto sono affidabili i tamponi?

I tamponi molecolari hanno una sensibilità del 98%, molto elevata. Sui tamponi non ho alcun dubbio che costituiscano un pilastro fondamentale per la diagnostica. Poi ci sono altri test più rapidi che possono avere valenza più di screening che di diagnostica. Ma anche questi, specie quando si tratta di analizzare molte persone come negli aeroporti, hanno una loro utilità. La diagnostica da laboratorio rimane un perno irrinunciabile della lotta al virus.

L’istituto Spallanzani ha validato i test salivari: sono una valida alternativa per intercettare gli asintomatici?

Anche i test salivari stanno compiendo progressi enormi, anche se ce ne sono alcuni molto scarsi e altri, compresi alcuni italiani, davvero promettenti.

In Italia un nuovo lockdown sarebbe insopportabile. Come evitarlo?

Deve essere evitato attraverso il rispetto dei comportamenti individuali e attraverso una preparazione collettiva.

In concreto?

I comportamenti individuali prevedono sempre distanziamento fisico, utilizzo della mascherina, igiene delle mani e degli ambienti di vita e di lavoro.

E la preparazione collettiva?

Sono le misure di sanità pubblica. Per esempio, se la vaccinazione anti-influenzale salisse oltre il 50%, soglia degli ultimi anni, avremmo un’ulteriore arma, perché oltre all’influenza stagionale si eviterebbe anche la paura del Covid. Altra mossa importante è scaricare l’app Immuni. In questo momento i focolai li stiamo rintracciando manualmente, cioè gli operatori dei Dipartimenti di prevenzione visitano le persone che sono state in contatto con i positivi. Ma se noi avessimo milioni di persone che hanno scaricato l’app Immuni, saremmo aiutati anche dal tracciamento tecnologico.

Il virologo Fauci ha ammonito: “C’è il pericolo di una seconda ondata ancora più grave”. Secondo lei invece siamo ancora alla prima ondata. Ma il virus è lo stesso? È mutato? C’è chi sostiene che la sua carica virale sia più bassa. È così?

Il virus è sostanzialmente lo stesso, si sono verificate piccole mutazioni che non alterano la sua virulenza e patogenicità. Se oggi in paesi come l’Italia fa meno danni è perché siamo in grado di intercettarlo prima e di curarlo meglio, essendo più tempestivi nella risposta. Se noi invece allentiamo la presa, pensiamo che il virus sia cambiato in meglio e non stiamo particolarmente attenti, potremmo andare incontro a sorprese davvero sgradevoli.

Si avvicinano autunno e inverno e il binomio influenza classica-Covid fa un po’ paura. Il fatto che non si vivrà all’aria aperta ma soprattutto in luoghi chiusi è un elemento di preoccupazione?

Sicuramente sì, perché nei luoghi chiusi, dove oltre tutto c’è anche minore aerazione, altro elemento di preoccupazione, si sta più a contatto l’uno con l’altro e quindi è maggiore il rischio di infezione. Con la sovrapposizione fra influenza classica, virus respiratori e Covid si potrebbe tornare a intasare i pronto soccorso, con ulteriori rischi di contagio qualora non fossero attrezzati per gestire al meglio i flussi di pazienti.

Quanto sono preparati i pronto soccorso?

La situazione è a macchia di leopardo.

Riapertura delle scuole. Si può fare un bilancio? Meglio o peggio del previsto?

Per il momento è andata abbastanza bene, però la parola definitiva l’avremo solo a ottobre inoltrato, quando sarà passato un periodo congruo e si vedrà se le misure di attenzione si saranno stabilizzate. In quel caso non si dovrebbe andare oltre una piccola quota di casi, non focolai più ampi, difficilmente controllabili.

Avremo presto i test rapidi anche a scuola?

Penso proprio di sì e saranno utili per uno screening generalizzato.

La situazione nelle Rsa è oggi migliore rispetto a sei mesi fa?

Le Rsa sono una realtà così frammentata che è difficile dare una risposta generale. Anche nella medesima regione si possono avere Rsa molto ben gestite e altre gestite in modo inadeguato. L’impressione è che si registri dappertutto maggiore consapevolezza. Come poi si traduca in gestione operativa attenta al rischio e alla prevenzione delle infezioni, dipende da caso a caso.

A gennaio-febbraio il Covid è entrato in Italia dall’estero e anche quest’estate la ripresa dei contagi è dipesa in larga misura dai rientri di italiani dall’estero. Insomma, bravi e attenti sul fronte interno, un po’ laschi rispetto ai pericoli esterni. Abbiamo ripetuto lo stesso errore due volte?

Sicuramente la rimessa in moto dell’infezione nel nostro paese è derivata in gran parte dall’importazione di casi di italiani andati in vacanza soprattutto in Croazia, Spagna, Grecia e Malta. Poi i contagi si sono diffusi in ambienti domestici, ma l’origine dei focolai è stata quella. Sulla circolazione in Europa sarebbe opportuno, come auspica anche il ministro Speranza, testare sempre i cittadini che si muovono da paese a paese.

Secondo un recente studio, la mascherina, che protegge per il 77% dal virus, fa un po’ da “vaccino rudimentale”. Meglio obbligare tutti a indossarla anche all’aperto come già fanno in alcune città alle prese con aumenti notevoli di contagi?

Premesso che lo strumento più importante è il distanziamento, anche la mascherina è utile. Bisogna poi vedere quale mascherina, perché ci sono le chirurgiche e le filtranti. Lo studio è interessante, ma deve essere ancora confermato.

Vaccino anti-Covid: si può essere ottimisti su tempi ed efficacia?

A ottobre sapremo qual è il risultato della fase 3 del vaccino di Oxford ed entro l’anno di quello, sempre alla fase 3, della Pfizer. Speriamo di ricevere notizie positive, perché significherebbe poter disporre di dosi vaccinali molto presto.

E sul fronte delle cure?

Non abbiamo ancora l’arma definitiva, perché una terapia specifica risolutiva ancora non esiste, però non mancano le terapie che funzionano. Soprattutto i nostri colleghi clinici sanno capire molto prima quando intervenire e sanno curare il Covid molto meglio. Si può essere ottimisti, ma la guardia non va abbassata.

(Marco Biscella)

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