COVID/ Sirchia: solo lockdown mirati e risarcire chi chiude (no ai bonus a pioggia)

- int. Girolamo Sirchia

I lockdown mirati possono funzionare. Ma a preoccupare oggi sono l’assenza di un piano anti-pandemia e una linea di comando debole e confusa

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(LaPresse)

“Io non parlerei di Lombardia, ma per esempio di Milano. Non parlerei di Campania, ma parlerei di Napoli e di alcune aree metropolitane, comincerei a preoccuparmi per Roma. Sicuramente il Piemonte è un’altra area. Io farei degli interventi mirati, chiudendo alcune attività in maniera chirurgica”. La proposta, da attuare subito, perché “tra 20 giorni potrebbe essere troppo tardi”, è stata lanciata da Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute per l’emergenza Covid-19. In serata, poi, la notizia che governatore e sindaci della Lombardia sono pronti a chiedere al governo di adottare il coprifuoco dalle 23 alle 5 in tutta la regione a partire da giovedì 22 ottobre. Coprifuoco e lockdown mirati sono una misura condivisibile, indifferibile ed efficace? Per Girolamo Sirchia, ex ministro della Salute, possono funzionare. Ma il vero problema è un altro: il governo è troppo debole, contro l’epidemia non c’è una chiara linea di comando e si è perso troppo tempo per predisporre un piano efficace di contrasto.

Coprifuoco e lockdown “chirurgici” servono veramente?

Se oggi si chiudesse la movida, sarebbe molto utile. I giovani che affollano i bar sono un molto probabile focolaio: magari loro non si ammalano direttamente, ma portano a casa il virus, rischiando di contagiare altri soggetti più deboli. Avessi dovuto decidere io, avrei preferito pagare un assegno integrativo ai bar e ai locali della movida, imponendo la chiusura alle 18. Questo è un lockdown parziale: gli esercenti non perdono la giornata e in più ricevono un assegno integrativo risarcitorio. Sempre meglio che distribuire fondi o bonus a pioggia. Così si sostiene comunque l’economia e si evita una fonte di contagio.

Ci sono altri esempi di possibili lockdown mirati?

I ragazzi che vanno a scuola e i trasporti. Nelle scuole ci sono sì le precauzioni, ma fuori i giovani tendono a fare assembramenti, anche sui mezzi pubblici. La didattica a distanza per studenti delle superiori e universitari potrebbe essere un’altra forma utile di lockdown parziale.

Sui trasporti non sarebbe meglio scaglionare gli orari di scuole, uffici e Pubblica amministrazione?

No, sarebbe più utile dirottare il surplus di traffico pubblico locale affittando pullman con autisti privati, oggi fermi per la crisi profonda del turismo, invece di affollare treni, bus e metropolitana.

L’Ats di Milano ha chiesto misure drastiche, perché non sanno esattamente “in una grossa metropoli la velocità con cui il fenomeno si può verificare”. Che cosa può voler dire drastiche?

Non possiamo più permetterci un lockdown totale, ma questi tipi di lockdown chirurgici sì.

In Italia sono attivi migliaia di piccoli focolai. Per contenerli bastano le misure adottate?

Se sono piccoli forse sì, ma è difficile dare una risposta. Certo, queste misure in una città grande come Milano servono poco. Non si può consentire ampia libertà di circolazione al virus, che sta avanzando in maniera preoccupante.

Lei parla di preoccupazione ma Franco Locatelli, il presidente dell’Istituto superiore di sanità, ha dichiarato che “non siamo in una situazione di allarme”. Lo siamo o non lo siamo?

Per alcune categorie di persone, anziani in testa, la situazione è preoccupante. E poi ci sono gli ospedali vicini alla saturazione, perché tutte le altre patologie sono state in questi mesi un po’ trascurate, ma non sono scomparse. Abbiamo avuto l’imprevidenza di non rimpiazzare neppure i medici andati in pensione… Scelta scellerata.

Sulle terapie intensive il commissario Arcuri ha accusato le Regioni di non aver predisposto nuovi posti letto pur avendo già consegnato loro i ventilatori. Colpa più dello Stato o delle Regioni?

Premesso che non basta avere i ventilatori, ma che servono anche i rianimatori per fare una buona terapia intensiva, di certo si è verificata un’imprevidenza di portata vergognosa. E ancora più grave, dopo la prima ondata.

Perché?

Abbiamo avuto quattro-cinque mesi di tregua che dovevano essere utilizzati per prepararci alla seconda ondata, anche se poi non sarebbe venuta. Abbiamo commesso errori che potevamo non ripetere se solo avessimo avuto un gruppo di studio operativo, come è stato fatto con la Sars nel 2003, poi mandato a picco. Avrebbe dovuto studiare tutti i rimedi in vista dello scenario peggiore.

In estate abbiamo abbassato troppo la guardia?

Sì, perché non è stato predisposto alcun piano su reparti, rianimazioni, degenze, triage, laboratori per processare i tamponi. E senza un piano, quando arriva l’emergenza non si sa cosa fare. Stato, Regioni, sindaci, scienziati, tutti sono andati per conto loro. Questa confusione genera solo insicurezza e sfiducia.

Da dove nasce questa imprevidenza?

Da errori basilari commessi negli anni passati. La politica di austerity, su cui oggi bisognerebbe chiedere scusa, tanto che dovremmo mandarla in pensione, ha prodotto danni inenarrabili, ha distrutto la sanità. L’evidenza scientifica invece dice il contrario: la sanità è un motore economico di sviluppo. La gente che sta bene è più contenta, lavora di più e “consuma” meno in termini di assistenza e cura.

Quindi concorda con quegli scienziati che sostengono che il governo non ha una strategia? Hanno ragione?

Sì. Anche perché il piano non può essere predisposto nel pieno dell’epidemia, va pensato prima. Nel 2003 la legge per contrastare la Sars prevedeva il Cdc italiano, il centro per la prevenzione e il controllo delle malattie, presso il ministero della Salute, con annessa dotazione finanziaria. Tutto smontato: i primi tagli alla sanità hanno colpito proprio lì.

Il ministro Speranza ha proposto un piano che rimette al centro gli investimenti per la sanità. Che ne pensa?

È un proposito mirabile, che andrà bene da qui in avanti se trovano i soldi, dal Mes al Recovery fund. Ma – ripeto – andava fatto prima, non a metà dell’epidemia. Sulla medicina territoriale, per esempio, abbiamo molto da recuperare.

Ieri 98mila tamponi e più di 9mila positivi. Il tasso di positività è arrivato a sfiorare il 10%. Come legge questo dato?

L’infezione è in crescita più esponenziale che lineare, la malattia invece cresce molto meno, perché la gran parte dei positivi sono asintomatici. Bisogna fermare l’infezione, perché non sappiamo cosa ci riserverà il futuro. Ecco perché i lockdown mirati si impongono.

Le strategie di tracciamento sono fallite? Perché?

L’impianto dello Stato concepito nel dopoguerra non funziona più: le Regioni che comandano al posto dello Stato, lo Stato che deve continuamente negoziare, contenziosi, litigi, insulti… Non può non esistere una linea di comando in una evenienza drammatica di tale portata. Questa è come una guerra: non possono comandare tutti, perché significa che non comanda nessuno.

Ma una linea di comando esiste: il governo decide e agisce su indicazione del Comitato tecnico-scientifico.

Dovrebbe essere così, ma Conte, non avendo legittimazione, è costretto a negoziare in misura estenuante su tutto: è sempre sulla punta di un chiodo. Tiene buoni tutti, i partiti, i sindacati, le Regioni, perché se non si comporta così viene cacciato. Abbiamo una linea di comando debole e parziale. Non ha la forza per essere il riferimento unico, così tutti diventano dei riferimenti, dai governatori ai sindaci.

E il Cts?

Mi sembra anch’esso debole.

Prevede un inverno in cui la battaglia contro il Covid potrebbe tornare dura e drammatica come a marzo-aprile?

È possibile, per questo bisogna applicare il principio di precauzione, organizzando le cose come se dovesse arrivare la bufera. Oggi siamo in fase di pre-allarme.

(Marco Biscella)

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