COVID VARESE/ Un medico: vi racconto cos’è cambiato tra la mia prima e seconda ondata

- int. Guido Bonoldi

Un medico in pensione richiamato nelle corsie dell’ospedale a Varese racconta la sua esperienza con la prima e la seconda ondata della pandemia da coronavirus  

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(LaPresse)

Covid, due generazioni di medici (anzi, tre) si trovano unite a combattere contro il virus: specializzandi e giovani laureati, medici ospedalieri, professionisti in pensione. Come Guido Bonoldi, presidente e responsabile del Consiglio di amministrazione della Fondazione Molina, che è stato per tanti anni medico ed era andato in pensione nel novembre del 2018. Poi nel marzo 2020 è stato richiamato in corsia, insieme ad altri colleghi, per fronteggiare l’esplosione della pandemia. Ci siamo fatti raccontare la sua esperienza con la prima e la seconda ondata: Bonoldi è tornato in ospedale in questi giorni, in uno dei territori, il Varesotto, che più duramente sta subendo le conseguenze della seconda ondata. Quali sono per un medico gli aspetti più difficili da affrontare, anche psicologicamente? Quali le condizioni in cui oggi operano gli ospedali, quali i segnali di speranza?

Lei è un medico in pensione che è stato richiamato in corsia. Ci può raccontare la sua esperienza?

Sono stato richiamato in ospedale a fine marzo 2020 per fronteggiare l’emergenza Covid, alla Asst Sette Laghi di Varese, poi a fine settembre sono andato via, perché la situazione sembrava più tranquilla. Ero rientrato con un contratto di collaborazione continuativa, avevo fatto i primi due mesi nel reparto Covid, per poi continuare nel reparto di medicina. A fine settembre la situazione sembrava sotto controllo, ma di recente sono stato nuovamente convocato dal responsabile del Dipartimento di Medicina interna per aiutare sull’emergenza da Covid-19.

Com’è la situazione in ospedale?

La situazione a Varese, così come negli altri ospedali della provincia, è difficile: gli ospedali si riempiono velocemente di pazienti con l’infezione da Covid 19. Alla Asst Sette Laghi abbiamo più di 500 pazienti ricoverati per Covid, molti dei quali sono casi gravi, che hanno bisogno per lo meno della ventilazione non invasiva, il cosiddetto casco Cpap. In corsia ce ne sono diversi con il casco.

Qual è l’aspetto più difficile?

Sono vari aspetti, sicuramente l’impossibilità per i pazienti di comunicare con i loro cari se non al telefono, per coloro che sono in grado di farlo naturalmente, perché per alcuni non è nemmeno possibile. Ecco, questo è forse l’aspetto più pesante per quanto riguarda i pazienti.

E per voi operatori sanitari?

Per noi che dobbiamo assisterli con tutti i dispositivi di protezione individuale è la modalità, che è molto diversa rispetto a quella cui siamo normalmente abituati. Siamo abituati a rapporti anche molto stretti, simpatetici coi pazienti, e questo è un ostacolo. Certo si può superare con una maggiore attenzione, con la ricerca di un rapporto anche attraverso e oltre queste barriere che comunque ci sono e ci dividono.

E poi c’è la malattia naturalmente.

Sì, la malattia in quanto tale, specie nelle forme gravi, è pesante, lunga, e le persone, oltre alla malattia, devono vivere in queste condizioni, molto diverse dall’ospedale per come siamo abituati a viverlo normalmente.

Come sono sistemati i pazienti adesso?

Al momento siamo riusciti a sistemarli in modo adeguato, tutti hanno avuto un letto, la stanza, ma a causa del numero elevato di pazienti Covid sono di conseguenza ridotti i posti letto per pazienti che soffrono di altre malattie, e questo è un altro effetto collaterale molto pesante.

Cosa è cambiato rispetto a marzo?

Conosciamo di più la malattia, abbiamo nel frattempo sviluppato protocolli terapeutici più consolidati, abbiamo la possibilità di eseguire diagnosi tramite tampone molecolare e test antigenico rapido, con numeri molto più elevati rispetto all’inizio.

E le manifestazioni cliniche?

La malattia nelle manifestazioni cliniche è rimasta uguale, la percentuale di pazienti infettati è alta e di conseguenza diventa significativa anche la percentuale di chi sviluppa la forma grave. Tra marzo e aprile quelli che hanno contratto il virus erano molti di più di quelli che abbiamo diagnosticato, adesso facciamo delle diagnosi più a tappeto, lo spettro è molto ampio. Di fatto i pazienti che arrivano hanno bisogno di ossigenoterapia, a volte ad alto flusso, molte volte la ventilazione invasiva e qualche volta il ricovero in rianimazione. Sono sempre numeri importanti.

Anche persone senza altre patologie?

Sì certo, ci sono persone che non hanno patologie preesistenti, abbiamo anche persone giovani, ne abbiamo avuto uno addirittura di diciotto anni che per fortuna ora è in ottime condizioni, è stato dimesso da poco.

La notizia del vaccino ha risollevato un po’ l’umore in corsia?

Sicuramente ci fa sperare, la nostra speranza è che con le nuove misure si riducano i numeri. E con un’attenzione maggiore, perché bisogna dire che negli ultimi mesi in molti hanno proprio trascurato le misure che sarebbero state sufficienti a evitare una propagazione così rapida ed estesa. Confidiamo molto nel vaccino e anche nella terapia con gli anticorpi monoclonali, oltre a sperare, adesso, che non continui l’incremento dei casi.

Cosa potrebbe accadere?

Di sicuro diventerebbe difficile continuare a trattare i pazienti adeguatamente come si sta facendo adesso, almeno da noi.

Com’è la sua giornata in ospedale, c’è qualche segnale di speranza che possiamo lasciare a chi ci legge?

Ho fatto una vita da ospedaliero, l’ospedale è il mio ambiente, e tornando in ospedale dopo un paio di anni devo dire che sono stato molto lieto di trovare tanti medici giovani e specializzandi molto svegli e molto capaci di dare un contributo importante: risorse preziosissime con un alto livello di preparazione e dedizione.

(Emanuela Giacca)



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