CREMONA: LA SITUAZIONE È UN INCUBO/ “Non si vede ancora la luce in fondo al tunnel”

- int. Angelo Pan

La situazione all’interno dell’ospedale di Cremona, dove l’emergenza coronavirus è altissima

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(LaPresse)

A Cremona, una delle città lombarde più colpite dal coronavirus, l’ospedale sta affrontando una gravissima emergenza, tanto che è stato da poco allestito un ospedale da campo in cui si cominciano a ospitare i primi malati in terapia intensiva. “Se è vero – racconta Angelo Pan, direttore dell’Unità operativa di malattie infettive del dipartimento medico dell’Asst di Cremona – che ogni giorno riusciamo a mandare a casa qualche paziente guarito o a trasferirli altrove, le persone colpite necessitano di un tempo di ricovero molto lungo, specialmente gli intubati: anche tre o quattro settimane. Si forma così una specie di tappo che blocca la disponibilità di posti”. È una situazione drammatica, aggiunge, “assolutamente fuori della norma, con pazienti molto più gravi che nella media. Il personale sanitario è messo a durissima una prova, io stesso quando lavoro poco passo 14-15 ore al giorno in ospedale”.

È stato allestito un ospedale da campo che potrà dare una mano. L’ospedale non è più in grado di accogliere nessuno?

L’ospedale da campo è stato attivato giovedì con i primi 64 posti di terapia intensiva, ci darà una mano. Possibilità di ricovero nella struttura sanitaria ci sono, perché vengono liberati i posti dei pazienti guariti o trasferiti altrove. Da questo punto di vista non è completamente bloccato, però non si contano tante dimissioni. Soprattutto i pazienti più complessi, quelli intubati, hanno un decorso lungo. Non è una malattia che permette una estubazione nel giro di pochi giorni, servono due, tre, anche quattro settimane. Il numero degli intubati fa da tappo. È uno strazio.

Il professor Bucci, docente di biologia a Philadelphia, sostiene che i dati della Lombardia sono del tutto sottostimati, che molte persone muoiono a casa o che altre vengono mandate via senza far loro il tampone. Le risulta che sia così?

È possibile, fa parte di tutti gli eventi epidemici di queste dimensioni. È probabile ci sia una sottostima dei decessi, ma anche i dati cinesi sono ampiamente sottostimati. Nonostante si faccia il tampone a chi arriva con la febbre, magari qualcuno può sfuggire. Ma è forse inutile dal punto di vista clinico fare il tampone, quasi tutti i pazienti che arrivano con la febbre hanno il Covid-19. Dal punto di vista epidemiologico non sarebbe neanche necessario fare il tampone, tanto che i cinesi a un certo punto hanno cambiato la definizione sull’isolamento del virus da tampone con una definizione epidemiologica.

Cosa significa esattamente?

Per definire un caso noi oggi ci basiamo sulla positività del tampone associata al quadro clinico. In una situazione epidemica potrebbe essere sufficiente il quadro clinico. In pratica, se si ha la febbre o la polmonite, in questo periodo che cosa vuole che abbia un paziente se non il Covid-19? Ci sono anche casi di persone che muoiono in casa, alcuni stanno male e non riescono ad arrivare in ospedale. E poi ci sono molti medici ammalati, è una situazione molto complicata. La sottostima è insita in questi eventi, ciò che importa è definire il livello di sottostima.

Perché?

Per poter sapere quanti pazienti si sono infettati. Un altro aspetto legato alla sicura sottostima è che molti pazienti sono asintomatici, e in tal caso non hanno nessun motivo di fare il controllo e dunque non vengono scoperti. L’unico modo sarebbe fare i tamponi a tappeto, come in Corea del Sud.

Il periodo di incubazione è confermato in 14 giorni?

Varia in media da 2 a 8 giorni e può arrivare fino a 14, ma sono stati segnalati casi anche di 27 giorni.

Quindi abbiamo a che fare ancora con pazienti della “prima ondata” e non sappiamo quanti sono quelli contagiati dopo le misure di restrizione assunte dal governo?

Dovremmo vedere qualche risultato già adesso, ma, calcolando che qualcuno a casa si era già infettato, 14 giorni dovrebbe essere il tempo necessario per vedere qualche risultato. Anche in Cina hanno avuto la riduzione dopo due settimane dall’introduzione delle misure di contenimento.

Il personale sanitario è sottoposto a uno sforzo durissimo. Riuscite a resistere?

È difficile. È cambiato totalmente il lavoro e il carico è moltiplicato perché i casi sono più complicati del solito. Nel nostro ospedale ci sono 500 pazienti con la polmonite e una ventina di intubati e in ventilazione assistita. È una situazione assolutamente fuori della norma, con pazienti molto più gravi rispetto alla media. I chirurghi fanno anche gli internisti e gli infettivologi. Non si vede vicina la fine. Prima o poi si risolverà, però i tempi non saranno brevi, i malati rimangono ricoverati a lungo, non vediamo la luce in fondo al tunnel. Sono contento che il governo abbia preso provvedimenti, altrimenti non c’era alcuna possibilità di resistere.

La maggior parte dei deceduti sono anziani, ma ci sono anche casi di quarantenni e cinquantenni?

Come tutte le malattie anche questa colpisce le persone di una certa età, ma non sono esclusi anche i più giovani, in nessuna malattia esiste una regola sull’età. Non mi sembra si siano verificati morti sotto i vent’anni. Sappiamo che c’è stato un solo bambino deceduto in Cina, ma presentava altre patologie congenite. Di positivo c’è che avremo una generazione che sarà protetta.

(Paolo Vites)







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