ELUANA/ Mons. Fisichella: il Parlamento italiano ora dica no all’eutanasia

Il presidente della Pontifica Accademia per la Vita e Rettore dell’Università Lateranense interviene, in questa intervista esclusiva a ilsussidiario.net, sul caso Eluana Englaro: un episodio che richiede il massimo rispetto umano per le persone coinvolte, ma che al tempo stesso richiama all’urgenza di affermare con forza principi certi. Principi che devono riflettersi anche nell’azione legislativa. VOTA IL SONDAGGIO.

21.11.2008 - int. Rino Fisichella
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Monsignor Fisichella, il caso di Eluana Englaro, prima di ogni discussione di merito, provoca un’immediata reazione sul piano puramente umano ed emotivo: quali sentimenti prova al pensiero che una persona possa essere lasciata morire di fame e di sete?

In questo caso la prima persona da guardare è proprio Eluana. Di fronte a lei bisogna innanzitutto invocare il rispetto, dove rispetto significa rendersi conto che accanto a noi c’è un’altra persona. E qui c’è: c’è una persona, c’è una vita umana. Molti forse non sanno e non se ne rendono conto, ma Eluana è viva; Eluana respira autonomamente; Eluana si addormenta la sera e si sveglia la mattina; Eluana è nutrita con un sondino, certo, ma questo non significa che non abbia una sua vita, irriducibile a quella di un vegetale. Capire questo è facile: basta ricordare che la stessa forma di conoscenza umana, prima ancora di passare attraverso l’intelligenza, passa attraverso i sensi. Quindi ci troviamo di fronte a una ragazza viva, la cui vita deve essere salvaguardata.

Si parla spesso, e giustamente, anche del dovuto rispetto nei confronti dei familiari di Eluana.

Anche di fronte alla famiglia dobbiamo mantenere in ogni caso, qualsiasi possa essere la nostra opinione in merito, un atteggiamento di profondo rispetto. L’eroicità non la si può chiedere a nessuno. Inoltre, nessuno di noi è coinvolto, come sono i familiari di Eluana, in una vicenda che dura da diversi anni e che evidentemente riporta nella vita di una famiglia una condizione di profondo dolore e di profonda sofferenza a tutti i livelli, e che va rispettata. Detto questo, la sentenza dei giudici ha però un peso che va al di là del caso singolo. Quindi, il nostro aver preso posizione sul merito della sentenza parte sì dal caso particolare, ma va a considerare il principio generale che qui viene posto in discussione.

Veniamo allora ai principi chiamati in causa da questa sentenza. Troppo spesso il dibattito su questi temi viene ridotto a uno scontro tra valori laici e valori cattolici: è questo i livello del problema?

Io non ho mai preso le mosse, in tutto questo dibattito, da considerazioni relative alla fede; mi sono sempre mosso e continuo a muovermi da considerazioni di ordine etico e razionale. L’etica per sua stessa natura è la ricerca di quei principi fondamentali, rintracciabili alla luce della ragione – non alla luce della fede – sul fondamento dei quali possiamo esprimere nei nostri comportamenti una ricerca del bene, e quindi della felicità. L’etica è ciò che sta alla base del giudizio della propria coscienza. E l’etica va alla ricerca del bene, dei valori che devono essere perseguiti. È inevitabile riconoscere che nella sentenza quello che viene messo in discussione è semplicemente il diritto inalienabile alla vita che ognuno possiede. Non solo, ma anche quello della indisponibilità della propria vita: gli ordinamenti giuridici, la Costituzione, i diversi codici, civile e penale, sono tutti costruiti su questo principio fondamentale che è il principio della inviolabilità dell’esistenza umana,  e della sua necessaria salvaguardia. Questo significa che nessuno di noi può disporre della vita per la morte; noi siamo chiamati a vivere, non a morire.

Sono passati pochi anni dal caso di Terry Schiavo. Allora qualcuno diceva: per fortuna in Italia siamo lontani da una prospettiva del genere. Ora invece ci troviamo di fronte a questa sentenza: è cambiata la nostra sensibilità su questo, o sarà la sentenza stessa a generare un cambiamento di mentalità?

Quando si fa una sentenza si crea giurisprudenza, da cui scaturiscono inevitabilmente dei comportamenti concreti. La stessa cosa avviene anche quando si fa una legge. Io non mi stancherò mai di ribadire questo concetto: una legge fa cultura. Fatta una legge, passati quindici, venti o trent’anni si saranno assuefatte intere generazioni alla cultura data dalla legge stessa. Nel nostro Paese, ad esempio, c’è stata una deriva progressiva riguardo ai valori fondamentali: la prima deriva è stata quella della famiglia, con l’introduzione della legge sul divorzio; la seconda deriva è stata quella della legge sull’interruzione di gravidanza, e possiamo toccare con mano a quale mentalità siamo arrivati; la terza potrebbe essere quella sull’eutanasia, e la conseguenza che ne deriverà sarà inevitabilmente quella di deprezzare ancora di più la vita umana. Il rischio è che tra qualche anno soltanto chi sarà efficiente potrà pensare di godere della propria vita; quando la persona sarà anziana, malata o portatrice di handicap, la società verrà progressivamente a considerarla inutile.

C’è poi un altro dato che non sempre emerge dai media: il caso di Eluana è un’assoluta rarità, perché nella quasi totalità dei casi simili le famiglie non solo vogliono continuare ad accudire i loro cari, ma chiedono insistentemente maggior sostegno in questa attività. Non sarebbe meglio darsi da fare per garantire, concretamente, il diritto alla vita?

Il caso di Eluana ha fatto emergere con forza non solo i valori fondamentali, che vengono posti in crisi, ma ha fatto emergere anche che nel nostro Paese ci sono dai 3000 ai 4000 mila casi simili. Nel momento in cui emerge questo fenomeno, che è sconosciuto all’opinione pubblica, deve contestualmente emergere anche la spinta a creare una profonda solidarietà nei confronti di queste famiglie, che si sentono abbandonate a se stesse. Io credo che la solidarietà sia un valore civile basilare, ancora precedente alla testimonianza di carità che noi cristiani siamo chiamati a fare nostra in forza della fede. Ci deve essere una cultura della solidarietà; le persone coinvolte non devono essere lasciate sole, e le famiglie soprattutto non possono essere mandate allo sbaraglio. Che non è soltanto uno sbaraglio emotivo, ma anche finanziario. Lo Stato deve essere capace di considerare il valore della vita sostenendo anche le famiglie che vivono in questa drammatica situazione.

Ora si pone il problema del dopo-sentenza: si parla sempre più dell’esigenza di una legge su questo tema. Come auspica che si svolga il dibattito in sede legislativa?

Il fatto che la Corte di Cassazione abbia sentenziato rende inevitabilmente urgente che il Parlamento arrivi a legiferare in proposito; l’alternativa sarebbe solo quella di una giurisprudenza nefasta che verrebbe a porsi in tanti altri casi. Non possiamo assistere ogni volta a situazioni di conflitto sociale e di profonda ingiustizia nei confronti delle persone coinvolte. Quindi è necessario e urgente che il Parlamento faccia una legge in proposito. Io mi auguro che possa essere una legge con il più vasto consenso possibile. Qui, infatti, non stiamo parlando di questioni economiche: qui stiamo parlando del valore della vita, e della dignità della vita davanti alla morte. Io mi auguro che il Parlamento italiano non voglia decidere per l’eutanasia, né in forma attiva, né in forma passiva, e nemmeno in tutte quelle forme che possono nasconderla. Mi auguro che faccia una legge che possa andare a favorire, a promuovere e a difendere la vita delle persone. È inevitabile che ci siano poi elementi particolari che il Parlamento dovrà affrontare, e che fanno parte del dibattito e della riflessione dei deputati; ma al di là di questo, io mi auguro che si arrivi infine a una situazione che riporti la serenità su tutta questa vicenda.



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