MILANO/ Quando la violenza è il sintomo di una solitudine

- Luca Doninelli

La nostra città, Milano, ha una grande storia, e questa storia parla di grandi valori. Ma questi valori hanno bisogno di essere vissuti da persone che ne hanno chiaro il significato. Una responsabilità che chiama in causa anche chi governa la città

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Prima di emettere giudizi morali o sentenze apocalittiche sulla violenza che dilaga nelle nostre città, e sulla sempre crescente futilità delle cosiddette cause scatenanti, guardiamo agli eventi che hanno portato alla morte di Abdul, a Milano, con un po’ di pietà: pietà per tutti, per il povero ragazzo ucciso e per i suoi poveri assassini.

Vorrei elencare qui, senza nessuna pretesa di fare discorsi esaustivi, le osservazioni che questo terribile fatto mi suggerisce.

La prima è che Abdul aveva, anzi ha diciannove anni, l’età di mio figlio. Magari qualche volta hanno giocato a basket insieme, in uno dei tanti campetti della nostra periferia. E’ difficile per me leggere “diciannove anni” e non pensare a mio figlio. E mio figlio chi è? E’ uno come Abdul, un ragazzo forse solo un po’ più fortunato.

La seconda è che c’è in giro una grande solitudine, che porta qualcuno a pensare di doversi fare giustizia da solo. La colpa è anche di tanti politici e del loro atteggiamento ambiguo: a parole si mettono dalla parte del cittadino e criticano l’andazzo generale (magistratura, ordine pubblico, burocrazia), così il cittadino continua a non essere tutelato, continua a essere solo, però si sente giustificato nelle sue azioni demenziali.

Perché l’uomo non si senta solo occorre che sappia di non essere solo. E per saperlo bisogna che ci sia qualcuno, molto credibile, che glielo dica. È il tema dell’educazione e dell’attuale emergenza educativa (di cui stanno cominciando a parlare in troppi, confondendo le idee come al solito), che questo tragico avvenimento ci invita a leggere da un punto di vista diverso.

Mi spiego. La nostra città, Milano, ha una grande storia, e questa storia parla di grandi valori, di cui Milano è stata paladina: il valore della libertà, il valore dell’accoglienza, il valore della solidarietà, il valore del lavoro, eccetera.

Ma il valore non è una cosa astratta. Prendiamo il lavoro: girare una vite, tagliare un prato, spiegare Hegel non sono valori in sé. Lo sono se ci aprono a tutto il resto della vita, se ci fanno sentire responsabili non solo di quel pezzettino di vita, ma di tutto il mondo.

C’è chi passa la vita a girare viti e diventa un uomo grande. E c’è chi fa la stessa cosa ed è un imbecille. Perché scatti il valore c’è bisogno di qualcosa che sta prima. O c’è questo o resteremo sempre chiusi nel particolare: potremo essere grandi lavoratori, ma resteremo persone immorali.

Milano s’inceppa su questo punto: ti insegna a lavorare (almeno questo, grazie a Dio, c’è ancora) ma ha sempre più difficoltà a comunicare il valore, il senso del lavoro. Su questo – che è un nodo educativo, e quindi antropologico e culturale – bisogna lavorare sodo, altrimenti l’Expo rischia di diventare solo l’amplificatore di un fallimento umano. Bisogna impegnarsi per la scuola e per l’università, e per tutti i luoghi dove l’uomo si forma.

La responsabilità è di tutti, ma quando dico “di tutti” intendo anche chi guida e governa la città. Ricordo che a Milano dopo mezzanotte è come se ogni responsabilità s’interrompesse. Non ci sono più ristoranti, pizzerie, bar, ma solo pub e discoteche. Esci da teatro e devi correre a casa.

Oppure ti puoi unire a tutta questa gente che va per la città e che non è cattiva gente, ma che a Milano a quest’ora può trovare (e quindi cercare) solo alcol e droga. Perché questo è quanto trovi a Milano da mezzanotte in poi. Con rare eccezioni.

Violenza, dicono. Droga, dicono. Ma io dico prima di tutto solitudine e infelicità. Perché anche andare a zonzo per Milano in cerca di droga somiglia alla morte di Abdul. E’ tutto un correre sul filo senza nessuno che ti dica vieni giù, camminiamo insieme.



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