WIN FOR LIFE/ Meluzzi: il gioco dei numeri, una “cabala” che nutre speranze infantili

La febbre da gioco impazza con “Win for Life” l’ultima trovata della Sisal che garantisce con la vincita la possibilità di incassare quattromila euro per vent’anni. Le probabilità sono basse, ma la gente gioca lo stesso. Perché? ALESSANDRO MELUZZI risponde al sussidiario.net

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È già diventato un mito l’ultimo gioco d’azzardo lanciato dalla Sisal, “Win for Life”. Dopo soli due giorni non si contano più le giocate effettuate dagli italiani speranzosi di potersi portare a casa un congruo stipendio per ben vent’anni. 4.000 euro, questa è la cifra che si può vincere indovinando dieci numeri giusti su venti e azzeccando in più il “numerone”. Una prospettiva allettante considerando che si tratta di soldi già tassati, quindi “netti”, per un totale di 960.000 euro. Eppure le statistiche, sebbene assai più incoraggianti delle probabilità offerte dal superenalotto, sono comunque impietose. La possibilità di fare centro è infatti di una contro più di tre milioni e mezzo.

Per quale motivo allora la gente spera lo stesso di portarsi a casa l’ambito premio? Lo abbiamo chiesto al dottor Alessandro Meluzzi

Dottor Meluzzi, l’ultimo gioco della Sisal, “Win for Life”, appena uscito è stato preso d’assalto. Eppure le statistiche danno una vincita ogni tre milioni e mezzo di giocate. Non è una probabilità altissima. Come mai allora la gente gioca così tanto?

La dinamica del gioco è sempre la stessa, sia che si tratti di “febbre da gioco” al casinò sia che riguardi questi giochi di stampo più nazionalpopolare. È la speranza di sovvertire per un accidente della sorte la legge implacabile della statistica, il che è il meccanismo in sé del gioco. Questa sfida produce da un lato una scarica di adrenalina e d’altra parte genera invece una speranza, in questo caso specifico una speranza molto ragionevole.

In che senso?

Nel senso che questo gioco non mette in palio una grande cifra che arriva tutta in una volta e che espone a responsabilità o a necessità di competenze, ma è qualcosa che in un certo modo assesta la vita. Quindi rappresenta un tentativo un po’ più accessibile di rimettere in sesto qualche problema economico che inevitabilmente si affaccia nella vita di un cittadino medio. Insomma offre una garanzia senza dare alla testa.

Può avere un effetto negativo l’idea di avere uno “stipendio” senza far nulla?

Più che uno stipendio parlerei di una rendita, le rendite hanno dei pro e dei contro. I pro sono quelli di stabilizzare l’esistenza, i contro sono quelli di appiattirla. Come tutte le medaglie anche questa ha il suo rovescio. Però occorre evitare i moralismi e gli allarmismi. Una vincita di questo tipo, a livello psicologico, non è di norma per niente rischiosa.

 

C’è in questo genere di giochi, da “Win for Life” al “Superenalotto”, un legame anche psicologico con la superstizione?

 

Certamente. Il gioco è legato al pensiero magico, lo provano tutte le combinazioni simboliche che sono legate al più tradizionale dei giochi, il gioco dell’otto. E quindi questo simbolismo dei numeri e questa dimensione per cui un evento che obbedisce a delle leggi assolutamente imprevedibili della statistica possa essere guidato da momenti magico-superstiziosi infantili rappresenta la riemersione dell’infanzia dell’umanità nel nostro presente. È il riemergere del nostro pensiero bambino e del nostro pensiero primitivo.

 

Un aiuto al successo di questi giochi può essere ricondotto anche all’attuale crisi economica?

 

La crisi in questo senso c’è sempre. Gli uomini sono sempre andati, da che mondo è mondo, alla ricerca di guadagni improvvisi e facili. Dostoevskij ha costruito sul tema del giocatore una delle sue più lucide raffigurazioni psicologiche dell’umano, come tanti altri romanzieri e scrittori. E come molti altri scrittori fu egli stesso un grande giocatore. Un altro caso è quello di Balzac che perdeva al gioco tutto quello che guadagnava con i suoi romanzi.

 

A proposito di questi ultimi esempi, cosa succede quando il gioco diviene malattia?

 

Scatta una psicosi che ha qualche affinità con la tossicodipendenza da una parte e con la tendenza al suicidio dall’altra. A quel punto non è più la ricerca della convenienza e dell’utilità, ma è semplicemente una specie di bisogno fisico fine a se stesso che anche nel massimo del disfacimento ci porta a buttare le nostre ultime monete nella slot-machine. È qualcosa che all’ultimo stadio assomiglia alla tossicodipendenza dall’eroina. La forma mentale è assolutamente la stessa. Per questo per uscire dal tunnel del gioco occorre uno sforzo e un impegno analogo a quello necessario per una disintossicazione. Ripeto che comunque un rischio simile è molto più raro per i giochi come “Win for life”.

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