RICORDO/ Così don Giorgio Pontiggia parlava a noi ragazzi

- La Redazione

Don Giorgio Pontiggia riusciva a parlare ai più giovani che lo seguivano attraverso Gioventù Studentesca. MARCO FATTORINI ci racconta come era capace di comunicare con gli adolescenti

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“Se c’è il cuore, tutto ha significato”. È stato questo l’incipit con cui don Giorgio Pontiggia aprì il Triduo Pasquale del 2006 per i ragazzi di Gioventù Studentesca. Più di settemila giovanissimi provenienti da centinaia di scuole superiori italiane che non potevano non farsi catturare da quel carisma straordinario, capace di parlare al cuore e alla mente di tutti loro.

 

Il prete, ma soprattutto l’uomo, riusciva sempre ad arrivare ai suoi ragazzi, attraverso un linguaggio chiaro, diretto, privo di giri di parole, alle volte quasi brutale, ma sempre molto concreto. Ed è per questo che migliaia di teenagers, chiamiamoli così, lo hanno ascoltato e ammirato, perché tutti quanti posti davanti al fatto compiuto grazie al realismo, alla tensione umana ed educativa che don Giorgio Pontiggia sprigionava con i suoi appassionati discorsi.

Dio solo sa quanto è difficile veicolare il messaggio cristiano (quello reale e quotidiano) a dei ragazzi under 20, ma Don Giorgio, senza scappatoie, parlava di felicità, passione, desideri, amore e di tutto ciò che poteva riguardare da vicino la vita dei suoi giovani ascoltatori.

“Spesso per noi l’amore è non dire mai di no – diceva in una delle sue lezioni – ma per capire che cosa è veramente dobbiamo guardare la Croce. Perché l’amore non è semplice sentimento ma è un fatto storico accaduto, in cui un corpo è dato e il sangue è versato, cosicché noi possiamo riconoscere cosa sia il Mistero del Destino. Se il destino non esistesse l’amore si ridurrebbe al possesso mentre l’amore è il cammino dell’uno e dell’altro verso il destino”. Sorprendente, soprattutto per chi di noi viveva la classica storiella con la compagna di liceo e, magari, si rendeva conto che fino a quel momento aveva sbagliato tutto!

E ancora, sfatando tanti falsi miti, don Pontiggia dichiarava che “noi non siamo quello che sentiamo di essere, noi siamo quello che il Mistero ci fa. Dal fatto che Dio muore sulla Croce capisco il Mistero e cosa sono io per lui. Perché io non sono la somma dei miei pensieri ma valgo perché il destino si è volto contro se stesso per me”.

 

Le teste dei ragazzi erano spesso chine a scrivere, prendere appunti, segnare quelle frasi così belle e “filosofiche” ma, al contempo, così reali che, per tanti dei presenti, giungevano come manna dal cielo in momenti complicati o semplicemente confusi della loro vita da studenti. Al triduo pasquale don Giorgio, come in molte altre occasioni, non rinunciava mai a provocare i “suoi” studenti, rispondendo anche a domande ed esigenze che nascevano dalla quotidianità, dalla scuola, dal rapporto con gli amici. Tanti episodi che proponevano però, questioni fondamentali come, ad esempio, il dolore che, secondo Pontiggia, “è il modo di guardare in faccia una presenza, l’amore di Cristo”. Un amore “pari al sacrificio e non al piacere”.

 

Sempre in occasione del Triduo 2006, riprendendo don Giussani che aveva detto: “Dio ha risposto al grido dell’uomo con una presenza, non con un discorso”, don Giorgio incitava i ragazzi a “verificare se le cose dette migliorano la nostra vita, se rispondono alle esigenze del nostro cuore perché l’amore è lo spazio che diamo al volto che più corrisponde all’esigenza del mio cuore”.

 

Don Giorgio ne aveva per tutti e ogni risposta che dava era piena di quella sua passione e di quel suo amore per le migliaia di ragazzi che sono cresciuti con lui. Una presenza subito diventata testimonianza di fede che può essere vissuta tutti i giorni, anche a scuola e con gli amici del quartiere, a dispetto delle difficoltà e dei timori perché, come diceva lui, “Cristo è una presenza contemporanea e rende nuove tutte le cose, essendo capace di corrispondere più profondamente all’esigenza del cuore.”

 

(Marco Fattorini)

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