SOCIETA’/ Weiler (NY University): la laicità non è una parete bianca

- Joseph Weiler

Dopo i commenti ricevuti al suo articolo sulla sentenza della Corte europea sui crocefissi nelle scuole italiane, Jospeh Weiler, professore alla New York University, in questo intervento cerca di spiegare meglio la sua posizione

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Dopo aver ricevuto e letto alcuni commenti al mio articolo sulla decisione della Corte di Strasburgo, mi sento in dovere di reintervenire, perché mi viene il dubbio che i lettori, presi dalla reazione del pro o contro la sentenza, si siano persi la parte che più mi sta a cuore di quello che volevo mettere in luce. Per far questo lascio per un attimo da parte la sentenza, su cui mi sono già espresso, e racconto una storia.

 

Giovanni e Romano sono due ragazzini dei giorni nostri che abitano nella stessa zona. Si vedono spesso al parco e giocano tra di loro. Un giorno Giovanni invita Romano a casa, passano il pomeriggio insieme e a un certo punto, in salotto, Romano vede qualcosa di nuovo e chiede: “Cos’è quella cosa lì?”; e Giovanni dice a Romano che è un crocefisso, e poi con i genitori gli spiega che cosa rappresenta.

Romano torna a casa e, prima di andare a letto, chiede alla mamma: “Mamma, lo sai cos’è il crocefisso?”, “Certo che lo so”, “Lo sai che Giovanni ce l’ha? Ha il crocefisso appeso in sala. Perché noi non lo abbiamo?”, e la mamma lo tranquillizza, gli dice che sa cos’è il crocefisso, e gli spiega che però loro sono una famiglia laica, che hanno determinati valori ma che non sono cristiani, e che quindi non tengono un crocefisso appeso in casa.

Poi, dopo una settimana, Giovanni è invitato da Romano a fare merenda a casa. A un certo punto Giovanni gli dice: “In casa tua non c’è il crocefisso, perché?”. E Romano, che si ricorda della chiacchierata con la mamma, gli spiega che la sua famiglia è laica, che hanno dei valori ma non credono in Gesù. Giovanni, anche lui colpito dalla novità, torna a casa e racconta tutto alla mamma, ne parlano insieme.

Senza isterismi, senza scene apocalittiche, i due bambini, da amici, si scoprono l’un l’altro. Questo è un racconto tipo di una situazione che chissà quante volte è già successa tra i ragazzini italiani. I due crescono insieme, non solo si tollerano, ma sono proprio amici, e le famiglie cominciano a conoscersi, pur nella loro differenza.

Poi bisogna andare a scuola. E in aula c’è il crocefisso. Romano torna a casa e dice: “Mamma, a scuola c’è il crocefisso come a casa di Giovanni: quindi hanno ragione loro?”. Qui, per una società plurale, si pone un problema. Ma questo problema si risolve levando il crocefisso dalla scuola?

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Riprendiamo la storia da dove l’avevamo lasciata, e cambiamo il finale: questa volta è Giovanni che va a scuola e vede le mura senza crocefisso. Torna a casa e dice: “Mamma, sai che a scuola non c’è il crocefisso? Quindi ha ragione Romano?”.

 

La questione vista prima, perciò, se si leva il crocefisso, non è affatto risolta: rispetto alla situazione precedente sarà semplicemente Giovanni, e non Romano, ad avvertire un problema. Anche la parete bianca è espressione di un certo modo di vedere la realtà.

 

I simboli sono importanti, permettono di identificare fatti e tradizioni secolari. Siamo sicuri che non ne vogliamo avere nel luogo che si occupa dell’educazione dei nostri figli, proprio nel posto in cui le cose prendono un senso?

 

Non è vero che la parete bianca è la soluzione migliore. Piuttosto, sarebbe bene cominciare a immaginare nuove soluzioni al problema, perché l’idea della parete bianca non è neutrale, è molto vecchia, e non risolverebbe nulla. Piuttosto, chi ha a cuore questa questione, e tra costoro i laici, dovrebbero cominciare a interrogarsi anche su quali simboli vorrebbero vedere nelle scuole, e non solo su quali non vorrebbero.

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