COLLETTA/ Passera: la vera povertà è l’individualismo in cui siamo immersi

- int. Corrado Passera

Sabato 28 novembre è la giornata nazionale della Colletta alimentare, un momento di carità vissuta e praticata per milioni di italiani. «Andare incontro ai bisogni della gente – dice Corrado Passera, Ceo di Intesa Sanpaolo – richiede persone capaci non solo di portare doni, ma anche di donare se stesse»

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Sabato 28 novembre è la giornata nazionale della Colletta alimentare, un momento di carità vissuta e praticata per milioni di italiani. E un colpo inferto all’individualismo che domina la mentalità corrente, sempre più convinta che per realizzare se stessi bisogna fare a meno degli altri. Lo ha detto di recente don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Cl: «l’individualista vede nell’altro una minaccia per raggiungere lo scopo della nostra felicità. È quanto si può riassumere nello slogan che definisce l’atteggiamento proprio di questa mentalità: homo homini lupus». Ma questa non può essere la risposta, perché la vita dell’uomo è affetto, carità. Ed è proprio la carità la sfida più grande contro la crisi: «andare incontro ai bisogni crescenti della gente – dice Corrado Passera, Ceo di Intesa Sanpaolo –  richiede persone capaci non solo di portare doni, ma anche di donare se stesse».

Dottor Passera, di recente don Julián Carrón ha detto che la principale tentazione dei nostri tempi è proprio l’individualismo, ma che «in questo la modernità dimostra la mancanza di conoscenza dell’autentica natura dell’uomo». Che ne pensa?

È vero. Viviamo in un’ideologia per la quale il bene comune deve nascere dalla contrapposizione di interessi personali. Ma è una tesi indimostrata e indimostrabile, e sicuramente fallace, perché la società – se funziona – non è fatta dalla somma di interessi particolari, egoisticamente intesi, ma dalla convergenza di responsabilità. Occorrono persone che in quello che fanno si sentano responsabili non solo per la propria parte, ma per il tutto. Del resto è la storia stessa a dimostrare che la spinta eccessiva verso l’individualismo non porta in nessun modo alla massimizzazione del bene comune, ma alla disgregazione.

Cosa insegna la carità a un’economia che non ha saputo attenersi a regole ragionevoli di sensato sviluppo?

Tra le società che meglio hanno superato la crisi, o che più hanno creato bene comune, ci sono quelle che hanno saputo far coesistere la competitività e la capacità di crescere nel mercato globale, con la capacità di garantire coesione sociale attraverso quei meccanismi di solidarietà, di fraternità e di condivisione di valori, di cura e di difesa dalla paura, basati anche sulle varie forme di welfare che la nostra civiltà europea è riuscita a costruire.

E il nostro paese?  

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In questo senso l’Italia ha dei vantaggi. Abbiamo una serie di difficoltà e di debolezze in tanti campi che dobbiamo senz’altro risolvere, ma abbiamo saputo anche costruire e salvaguardare nel tempo un livello di coesione sociale superiore a quello di molti altri Paesi. Dobbiamo valorizzare e consolidare, nel rispetto della solidarietà e della sussidiarietà, il nostro sistema di welfare, adeguandolo alle nuove esigenze della società e della demografia.

 

Lo stato può sperare da solo di farsi carico della povertà?

 

L’attuale welfare ha costi difficilmente sostenibili e per sopravvivere deve riformarsi. Ma nemmeno il privato da solo può far fronte alla povertà e alle varie forme di disagio. Tra stato e privato si apre un enorme spazio che solo il terzo settore saprà colmare, perché andare incontro ai bisogni crescenti della gente – di cui la povertà, e la povertà alimentare, sono solo un aspetto accanto a molti altri –  richiede persone capaci non solo di portare doni, ma anche di donare parte di se stesse. In quest’azione pubblico e privato sono deficitari: il privato perché non vi trova ritorno, il pubblico perché non ha sufficienti risorse. Ma quando anche le avessero entrambi, non avrebbero la capacità di dono e la passione che alimenta il privato sociale. Il bisogno della persona non è mai puramente materiale.

 

Che significato ha, per lei, sostenere l’iniziativa del Banco alimentare?

 

Noi di Intesa Sanpaolo siamo appassionati “supporter” del Banco alimentare ormai da tanti anni. Abbiamo visto crescere anno dopo anno, sia in quantità che in qualità e spazio di intervento, un’iniziativa unica nel suo genere. Poiché abbiamo messo in campo una serie di iniziative per aiutare chi aiuta – basti pensare a Banca Prossima – e, pertanto, con un operatore come il Banco alimentare non potevamo che trovarci in perfetta assonanza. È per questo che ne sosteniamo e ne sosterremo le iniziative.

 

Che senso ha promuovere nel tempo opere di carità, anziché limitarsi a “staccare” un assegno?

 

Sono iniziative ugualmente apprezzabili. Ma tra regalare "una tantum" dei soldi o del cibo, e aiutare chi gestisce una grande ed efficiente macchina logistica in grado di dar da mangiare ogni anno a milioni di persone, assicurando continuità e stabilità all’aiuto, sostenere questo secondo livello – senza nulla togliere a chi dà l’assegno – vuol dire alleviare strutturalmente il disagio sociale. Disagio crescente in questa fase di recessione economica, che rende ancor più cruciale il ruolo del Banco alimentare.

 

(Federico Ferraù)

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