GIUSTIZIA/ Il caso Cucchi e l’impossibile riforma

- Roberto Fontolan

Nella incredibile, pazzesca, terrificante storia del povero Stefano Cucchi sarebbe interessante conoscere la posizione, il ruolo e le decisioni assunte dal magistrato che se ne è dovuto occupare

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Lo sciopero degli avvocati penalisti

A fare il magistrato c’è da non dormirci la notte. Incarnare la giustizia, rappresentarla o anche solo simboleggiarla… beh, c’è da tremare. Quando da una tua decisione dipende la vita di uomo, la sua distruzione o la sua salvezza, non c’è leggerezza possibile, non ironia né distacco.

Non si tratta del concetto astratto di Giustizia, infatti, ma di quell’essere umano preciso, unico e irripetibile e dotato (donato) di una vita unica e irripetibile. Aver a che fare con gli esseri umani è sempre complicato: è giallo, è nero, alto, vecchio, simpatico, irragionevole, esagerato, mite… quante sono le qualità e le loro combinazioni, tanti sono gli esseri umani. Al magistrato capita di incontrarne uno, quello lì, fatto così. Come si fa a “giudicare” un uomo?

Nella incredibile, pazzesca, terrificante storia del povero Stefano Cucchi, arrestato un pomeriggio in un giardino romano mentre portava a spasso il cane e annunciato morto in carcere una settimana dopo, mentre assistiamo al più che vergognoso rimpallo di tutti coloro che per dovere istituzionale dovevano tutelarne l’habeas corpus, da secoli pilastro della nostra civiltà, sarebbe interessante conoscere la posizione, il ruolo e le decisioni assunte dal magistrato che certamente se ne è dovuto occupare.

Risulta infatti che la convalida di un arresto sia di pertinenza di un magistrato, come anche l’eventuale decisione circa la destinazione al carcere o agli arresti domiciliari. Stefano era un tossicodipendente (“venti grammi di hashish e un po’ di cocaina” titola Il Foglio), pesava 43 chili al momento del fermo e 37 una settimana dopo. Per elencare i misteri e i sospetti di una settimana di tragedia non basterebbe una settimana di Sussidiario e tra carabinieri, guardie penitenziarie e medici se ne sono lette di tutti i colori.

Ma il magistrato che non ha concesso gli arresti domiciliari in quanto Stefano era “senza fissa dimora”, sapeva che i carabinieri avevano ispezionato casa sua e parlato con la mamma? E perché ha deciso mandarlo a Regina Coeli invece che assegnarlo a una comunità di recupero (come da Stefano richiesto)? Si può spedire in cella un uomo in quelle condizioni? Ha parlato con il suo avvocato, con suo padre, con la sorella? E come ha saputo della necessità di mandarlo alla sezione speciale dell’ospedale Pertini? Ha mai visitato questo reparto?

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Chi c’è stato recentemente, come l’onorevole Renato Farina, racconta di una situazione surreale, una ventina di letti, quattro o cinque occupati, silenzio, deserto, immobilità, un luogo ancora peggiore del carcere. Dovrebbe garantire la salute del prigioniero. Già, appunto. Conosco un detenuto che ci ha passato quasi tre settimane per gravi problemi di salute: ha visto una volta il primario e quanto agli accertamenti clinici, lasciamo perdere. Il magistrato “responsabile” di Stefano (cioè che lo aveva sotto la sua cura, altra parola molto impegnativa) sa come funziona il Pertini? E non si è sentito in dovere di avvisare la famiglia viste le sue condizioni?

 

Si dice sempre, fino alla noia, che in Italia la giustizia è in crisi. E infatti anche la riforma della giustizia ci è venuta a noia. Tanto non si fa. Come il “piano carceri”: c’è qualcuno che seriamente possa credere che in due anni si costruiranno oltre ventimila nuove celle? Per di più, stante la progressione delle incarcerazioni, di questo passo avremo tra quattro anni centomila detenuti. Attualmente più della metà della popolazione prigioniera, oltre trentamila esseri umani, è in attesa di giudizio.

 

È normale, è morale, è giusto? No, e se non siamo giusti oggi, non saranno riforme e piani a renderci giusti domani. Anche perché nessuna riforma e nessun piano prevede di indennizzare i magistrati che non dormono la notte per amore degli uomini.

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