INTEGRAZIONE/ Sbai: non ripetiamo gli errori della Gran Bretagna

- Souad Sbai

A proposito di convivenza, il primo conflitto che riguarda il mondo islamico risiede al suo stesso interno. Il compito dell’Occidente consiste nel dar voce a quelle personalità e intellettuali riformisti che, anche se silenziati, sono ben presenti. Per non «lasciare che si creino nuovi Kamikaze». Il giudizio di SOUAD SBAI  

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Finalmente se ne parla da più parti. Finalmente il tema della convivenza, e non solo del dialogo, viene affrontato con una certa impressione mediatica dalle colonne del Corriere della Sera. Finalmente un’intellettuale come Giovanni Sartori, che viene da una tradizione di pensiero di sinistra, si accorge con onestà delle problematiche, delle incertezze, delle dinamiche legate all’integrazione tra musulmani e non musulmani, precipuamente rispetto ai musulmani sempre più presenti in un Occidente che è così diverso.

Desidero tuttavia entrare in punta di piedi in questo dibattito, perché se, da una parte, non mi reputo un’intellettuale, dall’altra credo di poter portare la testimonianza dell’esperienze e della diretta conoscenza del mondo musulmano, del suo pensiero, della sua cultura, delle sue comunità, nonché delle sue deviazioni, o di ciò che le ha indotte a diventare tali, delle sue presunzioni di assolutismo, dei suoi pericoli.

Ad oggi è in atto prima di tutto, non scordiamocene, un conflitto tra gli stessi musulmani, conflitto che ha come oggetto l’accaparramento del potere economico e politico e che viene declinato nelle forme spietate della repressione e della sottomissione non solo del pensiero, ma della sua seppur minima eventualità di esistenza.

Ha ragione Sartori quando parla di monoteismo teocratico che si sta viepiù infiammando, ha ragione a temere un rischio che ritiene di non dover rischiare. Ha ragione anche Romano quando scrive che nelle società islamiche si è manifestata nei decenni passati una tendenza al riformismo, alla secolarizzazione, in un certo senso intesa non come rinuncia alla propria cultura e al proprio pensiero, ma come ricreazione e reinterpretazione di esso davanti alle sfide e ai cambiamenti della modernità. Una tendenza che è stata tuttavia soffocata da una violenta avanzata estremista, legata all’ascesa della Fratellanza musulmana che, dall’Egitto, ha irradiato il suo radicalismo e il suo estremismo per accrescere il proprio potere.

Vi è oggi dunque la necessità di un nuovo pensiero, di una nuova ermeneutica, prima di tutto in seno alle comunità musulmane. E i moderati devono farsene portavoce. E’ quello che già Rachid Benzine, intellettuale politologo e ricercatore marocchino di ermeneutica, formatosi in Francia, ha ben descritto nella necessità e nell’improcrastinabilità dello sviluppo intellettuale dell’Islam. Un Islam, c’è peraltro da aggiungere, frastagliato nelle identità e nelle forme, un Islam che Adbennamour Bidar, filosofo francese musulmano docente all’Università di Nizza, ha ben definito Self-Islam: «una cultura dell’autonomia e della scelta personale, quindi una cultura della diversità e dell’identità differenziata: un Islam degli individui e non della comunità».

 

Se è vero che il musulmano europeo non può essere posto con faciloneria all’interno di clichettroppo comodi da usare, è pur vero che oggi egli rischia di cadere nella rete dell’estremismo, di esserne sedotto, di esserne addirittura indotto. Ecco perché credo che indicare, come fa Boeri, l’esperienza (fallita) di integrazione dei musulmani in un Paese come la Gran Bretagna, costituisca un errore storico, sociologico, antropologico e semiologico che non ha eguali. Basta guardare come la pratica delle corti sharitiche (ne esistono ad oggi 85) si sia diffusa a macchia d’olio in Gran Bretagna, andando a costituire una pericolosa fonte di giurisprudenza parallela che tende a sovrapporsi e a sostituirsi alle corti inglesi.

 

Non è vero che in Inghilterra il fenomeno del reclutamento da parte di estremisti sia minoritario e di poco conto. Basterebbe fare un giro dentro alcune moschee per avere subito la percezione del pericolo che tutta l’Europa sta correndo. Un rischio che alcuni tendono purtroppo ancora a sottovalutare. Ha ragione ancora Sartori quando afferma che «fermo restando che ogni estraneo (straniero) mantiene la sua religione e la sua identità culturale, la sua integrazione richiede soltanto che accetti i valori etico-politici di una Città fondata sulla tolleranza e sulla separazione tra religione e politica. Se l’immigrato rifiuta quei valori, allora non è integrato; e certo non diventa tale perché viene italianizzato, e cioè in virtù di un pezzo di carta».

 

Se l’immigrato di fede musulmana non è disposto a fare propri i valori contenuti nella Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo e del Cittadino, compreso il principio di parità tra uomo e donna, sarà un’utopia pensare di poterlo integrare. Quando la religione radicale diventa politica e quando la politica usa la religione per legittimare il proprio potere e il proprio status si assiste a una naturale tendenza all’assolutizzazione del pensiero, delle prassi, dei linguaggi. Oggi i radicali musulmani hanno a loro disposizione non solo molto denaro, ma tendono a impossessarsi dei mezzi di comunicazione: entrano nelle case attraverso internet e la tv satellitare, entrano a far parte della quotidianità della gente.

 

Lanciano fatwe (condanne a morte), impongono il loro pensiero. Negando tutto ciò che è altro da sé. E questo corrisponde a un preciso obiettivo politico. Per questo non mi stupiscono le dichiarazioni che annunciano la formazione di partiti di ispirazione islamica, come avvenuto in Spagna o come paventato per le liste civiche di Milano. Allora, parlando di Islam, è necessario non dimenticare le lotte interne dovute a un mancato processo di secolarizzazione, a una primavera delle idee non ancora avvenuta.

 

Una primavera che è stata bloccata e i cui esponenti sono spesso stati minacciati di morte, ridotti al silenzio, all’esilio, alle umiliazioni delle pubbliche calunnie: parlo di Ali Abderraziq, di Mohammed Khalafallah, di Taha Hussein, di Nasr Amid Abu Zayd, di Mohammed Iqbal, di Fazlur Rahman, di Mahmoud Mohamed Taha, di Najib Mahfoud, solo per citarne alcuni. Ormai non si può più attendere: è necessario che vi sia un grande impegno, reale, concreto, sulla questione da parte di tutti, musulmani, non musulmani, società civile, intellettuali, studiosi, scrittori, poeti, politici, amministratori. Perché il libero pensiero possa riuscire a venire fuori, a esprimersi.

 

I musulmani non sono, per fortuna, tutti kamikaze ed è nostro compito non permettere che le nuove generazioni lo diventino o che possano cadere in questa tentazione. C’è da non lasciare spazio alle derive estremiste. C’è, come dice Benzine, da ripensarsi e reinterpretarsi alla luce delle scienze umane. Per fare in modo che non possa scatenarsi “l’uomo bomba, il martire della fede che si fa esplodere”. Per fare in modo che non si creino ghetti.

 

Ecco perché le voci di intellettuali devono potersi levare chiare e forti, senza temere rappresaglie, condanne a morte, eccidi in nome di violenza travestita da precetti religiosi. In questo i fatti di Algeria hanno tristemente fatto scuola, seminando odio e terrore, usando il coltello come arma di soppressione intellettuale prima che politica. E nessuno si è mai preoccupato di trascinare presso la Corte Internazionale dell’Aja i responsabili di questa carneficina.

 

La storia recente del pensiero musulmano è costellata di nomi legati ai tentativi di riforma dell’Islam: Adbul Karim Sorouth (Iran), Mohammed Atkoun (Algeria – Francia), Fazlur Rahman (Pakistan morto nel 1988), Nasr Amid Abu Zayd (Egitto), Hassan Hanafi (Egitto), Abdelmajid Charfie (Tunisia), Mohammed Talbi (Tunisia), Farid Esack (Africa del Sud), Ebrahim Moosa (Africa del Sud), Asghar Ali Engineer (India), Abdullahi an Naim (Sudan), Muhammad Sharour (Siria), Chandra Mouzzafar (Malaisia), Amina Wadud (Malaisia), Rifat Assan (Stati Uniti).

 

Parafrasando Benzine, ritengo sia indispensabile che i musulmani riflettano insieme per costruire un nuovo linguaggio comune, che tenga conto di tutti i «non-pensati» delle loro società. Come ha ben ricordato Tahar Ben Jelloun in un bell’articolo pubblicato da L’Espresso della scorsa settimana la cultura e la religione contemplano il concetto di libero arbitrio. Ad esempio la scuola dei mutaziliti (movimento filosofico scissionista) fornisce un’interpretazione del Corano basata sul potere sovrano della ragione. Ma, come ribadsice poco dopo, «gli eccessi del fondamentalismo e la loro palese ignoranza riguardo al significato essenziale del Corano, ovvero alla sua interpretazione umana, razionale e adatta all’epoca, finiscono per avere effetti controproducenti». Ecco allora che il conservatorismo radicale guadagna terreno, ecco che diventa un pericolo per le nuove generazioni che non hanno conosciuto gli afflati dell’intellettualismo riformista e moderato islamico.

 

Ecco che le porte dello scontro vengono aperte sempre più giorno dopo giorno. E il velo, introdotto solo recentemente in Afghanistan e Pakistan come pratica sociale, è uno di questi potenti simboli che richiamano a un fantomatico mito dell’islam puro che, come ha più volte sottolineato Benzine, non esiste. Ma già Mahmoud Hussein nel suo “Penser l’Islam” – Pensare l’Islam – ha ben spiegato che l’uso del velo come presunta imposizione coranica è stato frutto di determinate condizioni storico sociali orami assolutamente desuete.

 

Ha ragione Sartori nell’affermare che a queste condizioni integrare gli islamici è particolarmente difficoltoso e che è necessario andare con i piedi di piombo. Proprio per questo occorre un maggiore impegno in politiche di integrazione concrete in grado di bloccare la costruzione di una distorta identità in seno ai ghetti, sempre più presenti, delle comunità di origine.

 

Io sono una straniera naturalizzata in Italia, appartengo a quella prima generazione che non ha avuto problemi a integrarsi perché portatrice di un’identità culturale che non ho mai visto in contrapposizione con quella italiana o occidentale. Perché portatrice di differenze che ho vissuto come arricchimento più che come dicotomia. E’ su questo che i musulmani moderati e gli occidentali devono riflettere con attenzione. E’ su questa ricchezza che devono essere create le condizioni per un’integrazione vera al riparo da paracaduti ideologici radicali.

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