DELITTO TORINO/ Meluzzi: quando la vita è un videogioco si perde il senso della realtà

Il caso del ragazzo che accoltella il padre per una lite sulla Playstation scuote l’opinione pubblica. ALESSANDRO MELUZZI interviene sulla vicenda

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Il fatto è ormai noto a tutti. La lite fra padre e figlio per la Playstation sfociata in tragedia è oggetto principale delle ultime notizie di cronaca. Ma questo non fa sì che lo sgomento si affievolisca, anzi. Fa molto pensare l’apparente leggerezza con la quale un figlio si dimostra pronto ad assassinare il proprio genitore per futili motivi. È un segno della corruzione dei tempi, un caso di follia latente e isolata o l’esito di anni e anni di diseducazione generazionale cui è seguita la diffusa anaffettività dei giovani d’oggi? Abbiamo chiesto al professor Alessandro Meluzzi un aiuto a comprendere quanto accaduto

 

Professor Meluzzi, il raptus esiste o si tratta, come suggerisce qualcuno, di un’invenzione dei media? Serve a giustificare totalmente un simile comportamento?

Il raptus esiste. Il fatto è che se ne parla soltanto per quel che riguarda alcuni specifici soggetti che sono predisposti ad avere un problema di controllo degli impulsi. È invece molto difficile che si verifichi, in una persona che non abbia mai dato segni di disagio e di malessere, un comportamento  così drammatico che contraddica completamente tutto ciò che fa parte della sua storia psicologica precedente. In poche parole il raptus esiste, ma soltanto in soggetti predisposti ad averlo.

Quindi le cause che hanno portato a questo episodio sono altre?

Pare che il ragazzo fosse taciturno e avesse qualche problema di comunicazione, ma oltre a ciò niente che potesse renderlo “sospetto”. Al di là di questo, però, la grande lezione che se ne trae è che esiste all’interno delle famiglie un diffuso livello di incomunicabilità e di difficoltà nel tenere aperti i canali della relazione parentale. Questo elemento indubbiamente facilita l’esplosione di simili meccanismi reattivi, perché spesso dietro tali episodi si nasconde una scarsa conoscenza della struttura e della psicologia dell’altro. Ci sono troppe case “silenziose”, oppure “rumorose”, all’interno delle quali gli strumenti di comunicazione si riducono spesso ai social network presenti su internet. Tutto ciò favorisce una derealizzazione, soprattutto se l’utilizzo degli strumenti informatici influenza anche l’atmosfera casalinga ridotta spesso all’illuminazione bluastra degli schermi e resa una sorta di Blow Up all’Antonioni. 

Quindi in primo luogo si tratta di un conflitto generato da problemi di comunicazione. Ma l’elemento educativo invece quanto conta?

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Conta moltissimo. Oggi l’educazione rischia di essere soppiantata dall’addestramento. Educare non significa addestrare un figlio a essere l’una o l’altra cosa. È innanzitutto un’attitudine relazionale al contatto, all’incontro, al confronto e all’accoglienza reciproca. Questa dimensione relazionale e reciproca dell’accoglienza è il principale contraltare di tutte le forme di violenza e in particolare di violenza domestica: è soltanto fra coniugi che non si parlano, non si accolgono e non si educano a vicenda che può esplodere la violenza o il tradimento o, addirittura l’odio. È soltanto fra genitori e figli che non si conoscono e non si relazionano intensamente che l’incomunicabilità può sfociare in comportamenti deviati. Educare vuol dire porsi in “rapporto con”. E questo non avviene quasi più, forse perché troppo impegnativo.

 

Se volessimo scomodare delle categorie classiche della psicanalisi si potrebbe dire che non è casuale il fatto che l’episodio sia avvenuto fra un padre e un figlio? O questo è un elemento puramente accidentale?

 

Freud ha costruito sul tema dell’uccisione del padre la sua intera speculazione psicanalitica. Ma a parte ciò sicuramente occorre evidenziare che c’è un passaggio, nella fase dello sviluppo della personalità di un adolescente, in cui si verifica una certa identificazione-contrapposizione con la figura genitoriale dello stesso sesso. È uno dei “nodi” fondamentali della crescita. È fisiologico nel rapporto delle giovani ragazze con le madri, forse un po’ meno nei giovani con i padri. Dico quest’ultima cosa perché il modello maschile del padre è diventato in questi anni più labile. Un tempo i padri si occupavano di più dei vari “riti” di passaggio dei propri figli maschi e la contrapposizione, l’identificazione diventavano un fatto frequente.

Oggi i padri sono molto più assenti, ma proprio in questa assenza la contrapposizione può diventare imprevista e imprevedibile e le reazioni a un litigio essere ancor più stupefacenti.

 

Quindi si può dire che non si tratta di odio puro nei confronti del genitore?

 

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Credo proprio di no, che non si tratti di odio. Più che di odio qui parlerei di sindrome dell’iperrealtà, alla quale tra l’altro contribuiscono spesso i videogiochi e le dimensioni virtuali all’interno di cui ci si trova a navigare per ore e ore. È un meccanismo per cui azione e reazione del videogioco diventano talmente pervasivi e la percezione della realtà talmente adrenalinica che si finisce per perdere i confini della realtà. E quando si perdono le staffe diviene quasi automatico chiudere il discorso in modo esagerato e drastico. Certo, livelli simili fortunatamente sono molto rari. 

 

Dopo aver compiuto il fatto il ragazzo si è rinchiuso in camera. I carabinieri hanno affermato di averlo trovato “calmo”. Che tipo di reazione è? Cosa accade in un individuo che ha commesso un simile gesto?

 

È fondamentalmente una reazione di difesa. La psiche compie un’azione di rimozione e di  derealizzazione di modo che il soggetto non si renda conto immediatamente e completamente, ma per gradi, della gravità di quello che ha compiuto. Infatti accade spesso in molte azioni violente che si generi uno shock da parte, oltre di chi subisce, anche di chi esercita violenza. Shock al quale segue incapacità a realizzare la gravità del gesto.

 

Dopo un simile evento padre e figlio si ritroveranno sotto lo stesso tetto. Quali componenti entreranno in gioco per riallacciare il rapporto affettivo precedente, sempre che sia possibile?

 

Decisivo sarà il ruolo degli altri membri della famiglia a cominciare dalla madre. E certamente è qualche cosa che avrà bisogno di un certo aiuto e di un certo tempo. Ciò detto non credo che ci sia nulla di irrimediabilmente compromesso in questo rapporto. Credo che l’intelligenza e la tenerezza di un padre faranno la loro parte. In questo caso poi concorrerà la capacità di chiedere aiuto da parte del figlio il cui gesto avrà anche delle conseguenze di profilo giudiziario. Ci saranno problemi che padre e figlio dovranno affrontare insieme. Il reato commesso infatti è perseguibile non soltanto su querela ma d’ufficio. Il processo che si imbastirà potrà essere occasione per prendere piena coscienza dell’accaduto e superarlo.

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