SOCIETA’/ L’ipocrisia di chi combatte il suicidio ma promuove l’eutanasia

- Carlo Bellieni

CARLO BELLIENI commenta il paradosso di una società che pubblica discutibili studi di prevenzione al suicidio organizzando allo stesso tempo la costruzione di istituti per facilitare la cosiddetta dolce morte

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In Italia ancora chiacchieriamo di testamento biologico, mentre nel resto del mondo già si va a discutere su come normare il suicidio, la cui legittimità ormai sta diventando scontata e presto ce lo ritroveremo in casa (in Svizzera è lecito; si dirà: «forse vorrete obbligarci al turismo suicidario, e non lasciarcelo fare sotto casa nostra?»). Sorprendentemente però leggiamo un recente studio di un’equipe del New York State Psychiatric Institute, che spiega come tanti suicidi sono prevenibili con lo sport e l’attività sociale. Ma come: se ne interessano gli psichiatri, quando abbiamo ormai deciso che suicidarsi è un atto di autodeterminazione e libertà, e non un fatto patologico? E forse qualcuno osa ancora prevenire il suicidio, quando si è appena sancito (giornali e TV alla moda) che il suicidio è un diritto?

Già: suicidarsi comincia ad entrare nella mentalità come un nuovo diritto. Ci sarà chi obietterà che il suicidio diventa un diritto dopo che la richiesta è stata burocratizzata, approvata da una commissione di cui facciano parte psicologo, oncologo, geriatra, e magari anche il “ministro del culto” (scommetto che c’è chi ci ha pensato). Insomma, prima dicono che il suicidio è un fatto di autodeterminazione, poi ci ridicono invece che l’autodeterminazione in oggetto è accettabile o meno a seconda del volere di una commissione, quindi è un’autodeterminazione in libertà vigilata. Quando poi facciamo notare che la commissione potrebbe chiedere di cambiare le condizioni ambientali o curare la depressione invece di far morire la gente, ci rispondono che non dobbiamo interferire con le “libere scelte”; e così l’autodeterminazione rientra dalla finestra. Ma è davvero autodeterminazione se è una scelta solitaria? E da cosa dipende davvero il suicidio (sempre che a qualcuno interessi scoprirne e prevenirne le cause e non solo spalancarne i cancelli)? Troviamo ad esempio proprio in questi giorni sulla rivista Sleep un altro studio che ha misurato che la tendenza al suicidio peggiora con il diminuire delle ore di sonno negli adolescenti che vanno a letto senza orari, dopo ore e ore i TV o internet. Sarà allora colpa dell’insonnia? Permettete che dissentiamo se qualcuno commenta che togliersi la vita dipende dalle ore di sonno, mentre lo studio mostra secondo noi ben altro: i genitori non sono più in grado di dare regole ai figli, cioè di fare i genitori, non danno orari, non fanno compagnia, e i figli sono orfani più orfani di quelli che hanno i genitori morti; e non pensate che questo “orfanaggio” culturale non sia uno stimolo alla perdita di entusiasmo e amore alla vita?

La cultura dominante cerca invano di prevenire il suicidio che lei stessa induce abbandonando i giovani a se stessi e abbandonando a solitarie decisioni le persone tristi; e l’induce anche permettendo che in TV vadano personaggi che banalizzano l’uso della marijuana, quando degli studi mostrano il rapporto tra uso di cannabis e ideazioni suicide, come per esempio la rivista Case Reports in Medicine del giugno 2009. Una società che venera l’autodeterminazione-solitudine, che sogghigna sulla tragedia di chi assume droga, presto farà arrestare chi fermerà un suicida, perché dirà che il vigile urbano o il passante o la moglie hanno privato il suicida della sua “libera scelta”; sarà la nuova moda senza fondamenta scientifiche, tragica come quella della chiusura dei manicomi fatta in nome dello slogan che la malattia mentale “non esiste” (e ora si fa tardiva marcia indietro sulla pelle di tanti che ne hanno sofferto); e così avverrà per l’apertura al suicidio sulla base dell’assioma che «ogni decisione sottoscritta da un notaio è per definizione libera»: ma è solo un nuovo slogan, una nuova violenza.

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