DIEFFE/ Debellini: Un’inchiesta alla Why not frutto di pm come De Magistris

- La Redazione

«Questo è un rinvio a giudizio e non una sentenza, come ha ricordato oggi il Gup alla fine dell’udienza – ci tiene a sottolineare Debellini -. L’indagine è durata quattro anni. Questa è la nostra legge, va accettata e rispettata, ma sono certo della mia innocenza»

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Graziano Debellini

«E’ un rinvio a giudizio che nasce da un’inchiesta nello spirito di Why not e del giudice De Magistris». Lo afferma Graziano Debellini in seguito alla decisione del Gup di rinviare a giudizio lui e le altre nove persone implicate nell’inchiesta sui corsi di formazione della cooperativa Dieffe di Padova. «Questo è un rinvio a giudizio e non una sentenza, come ha ricordato oggi il Gup alla fine dell’udienza – ci tiene a sottolineare Debellini -. L’indagine è durata quattro anni, e si è basata su centinaia di interrogatori e 20mila pagine di inchiesta. Questa è la nostra legge, va accettata e rispettata. Sono così certo della mia innocenza e di quella degli altri imputati che non ho nessun timore ad affrontare questo ennesimo passo della giustizia che è il processo che inizierà a marzo».

 

 

 

E aggiunge Debellini, commentando il rinvio a giudizio: «E’ una pagina triste della vita della nostra città, perché figlio di una cultura della giustizia alla De Magistris. Questa inchiesta di Padova è nata quattro anni fa, negli stessi mesi dell’inchiesta Why not e guarda caso in questi giorni a Padova viene riproposta con un atteggiamento dei due pm, sia quello precedente sia quello attuale, fatto di pregiudizio e cattiveria verso una realtà di persone e di opere». Debellini spiega quindi che intende «fare appello insieme a tutti i miei amici di fronte a tutte le autorità del Veneto: il governatore Zaia, il presidente del consiglio Clodovaldo Ruffato, il sindaco di Padova e il prefetto. Chiedo loro di vigilare su questo processo fino alla sentenza, affinché le 150 famiglie che dipendono da questa cooperativa non siano oggetto di cattiverie che vadano a pregiudicare il loro onesto e giusto lavoro».
 

(Pietro Vernizzi)
 

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